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Addio Satoshi Kon - Speciale

Inviato il 28/08/2010 da Nicolò Pellegatta
La morte non è stata improvvisa.
Preparata piano piano.
Poco a poco si è insinuata nelle viscere, ha iniziato a rosicchiare la linfa vitale e consumare il suo sempre affabile sorriso.
Satoshi Kon aveva un sorriso per tutti, per il suo staff alla Madhouse, per i tanti appassionati dei suoi film, per i suoi esigenti manager, per la critica che in certe occasioni non riuscì a digerire i suoi lavori. Per sua moglie Kyoko.
Anche per il dottore del Musashino Red Cross Hospital che gli ha diagnosticato il cancro al Pancreas: un vulnus che infine lo ha condotto alla morte martedì scorso. Mentre il primo Sole abbracciava caldamente l'arcipelago del Giappone per un nuovo giorno, il pluripremiato regista si addormentava per sempre.
Alla tenera età di 46 anni. Quasi 47.
Addio.
Questo lungo, lunghissimo viaggio
Animeye Biographies - speciale - Anime "Come dimenticarlo, il 18 Maggio di quest'anno".
Il giorno più felice della vita di Satoshi Kon. Il suo giorno più triste.
Il giorno in cui tutto è finito. In cui tutto è cominciato.
"É all'ultimo stadio di un cancro al Pancreas" gli dicono. "Si è metastastizzato sino ad alcune ossa. Lei ha al massimo sei mesi di vita".
Sono lacrime quelle che ora solcano le imberbe rughe del regista nipponico: si raccolgono appena sopra la bocca, da molte a una, quasi ad imitare la lunga coda che era tratto distintivo del suo fare sbarazzino.
Sono lacrimone quelle che ora solcano le rosse guance dell'instancabile consorte, ora in un abbraccio caldo al magro braccio del marito.
Prima di quel 18 Maggio c'è stato un 12 Ottobre. Anche questo, come dimenticarlo.
Era il 1963. Dalle parti di Sapporo veniva alla luce un frugoletto. Pesava poco, ma con le matite era fenomenale. Anche con i pennelli, eh.
Contratto il vizio del fumo, come se non dava già abbastanza grattacapi ai genitori, prova ad inseguire il suo sogno di fare il pittore e si iscrive al Musashino College of the Art. Poi verso i Novanta arrivano i manga, Kaikisen prima, World Apartament Horror su idea di Katsuhiro Otomo poi. Mica male, il ragazzo, pensa il creatore di Akira e lo testa anche nel cinema d'animazione su Roujin Z. Fa l'art director e non gli dispiace.
Lo ribecchiamo nel 1995, ancora a fianco del Maestro, con il tripartito Memories; qui segue il primo atto di Koji Morimoto, gli presta un po' del suo talento allucinato e magari impara pure qualche velleità registica.
Gli sono indispensabili d'altronde per il primo lungometraggio diretto dal ragazzo che voleva con tutto il cuore dipingere: Perfect Blue è un viaggio allucinato nel mondo delle idol, dove è il sogno a trasformarsi in melodioso incubo e il thriller determina una palette cromatica blu come la notte.
Blu come il mare, blu come il ricordo, blu come il successivo Millenium Actress: un'attrice, ma che dico, una autentica icona della cinematografia nipponica, salta di pellicola in pellicola, dal seppia alla computer grafica, per inseguire l'uomo della sua vita. Che forse nemmeno c'è, forse è già oltre la barriera della vita. Forse è più in là, proprio dove s'annida il delittuoso ricordo.
Forse sta nel fascino dell'indigenza, dello spendere la vita in semplicità, nel bandire ogni drammaticità in favore di una convinta dose di ironia. Tokyo Godfathers, ovvero la classica favola di Natale, un burbero vagabondo e un allampanato transessuale cercano di crescere un infante abbandonato chissà come tra l'immondizia: ne nasce una pellicola che mette alla berlina ogni indagine psicologica dell'animo umano per essere fedele cronista di un atto di fede, di un autentico miracolo, che può avere luogo una notte soltanto.
Proprio quella notte. Ma la realtà non è una e certo la macchina da presa non basta a raccontarla. Nemmeno un lungometraggio autoconclusivo è sufficiente. Meglio 13, tredici episodi a scandagliare la realtà, tanti quanti ne vanta Paranoia Agent. Che poi tanto reale non è: tra le nevrosi dei media, la contorta agiografia di una metropoli dei nostri tempi, un teppista col cappellino può mettere in scacco per giorni l'economia capitalistica degli anni 2000. Più che Perfect Blue, la prima sortita sul piccolo schermo si proietta in una metodica ricerca del colpevole, dell'agitatore di folle che è in tutti noi.
Prima di esplodere nell'orgia grafica di Paprika. Un orgasmo sinestetico che fa male, che inebria coi suoi sapori speziati, che ammalia coi suoi colori mai tali e quali, che assorda con parate e feste in maschera, che ubriaca con libagioni di pezza e poi di acciaio. E poi eccole svanire nell'ombra cupa.
Se aguzzi l'occhio puoi distinguere tra le tenebre due fili sottili sottili. Paralleli come binari: l'uno è il ricordo, l'altro, presta attenzione, il sogno. Su, tirali a te, non avrai mica paura?
The Dream Machine è il (possibile) risultato di questo tiro alla fune, un ritiro d'ancora che aveva il sapore di un nuovo viaggio: il dopo Paprika doveva scandagliare gli oceani dell'avventura. Un cast di soli robot per una vocazione all'intrattenimento puro sempre rammaricata per Kon, che mai era riuscito nei film precedenti a coinvolgere grandi e piccini.
Per portare a termine tale ultimo obiettivo, che per lui aveva forma e contorni di un sogno, ha messo a disposizione tutto il proprio talento, con il preciso intento di prosciugarlo interamente.
Prima di chiudere gli occhi, di sognare e fantasticare ancora un po', lo ha portato a termine.
E' proprio vero, ride, che la magia del cinema sta tutta qui: opere imperiture che possono rievocare l'uomo che fu per l'eternità.

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