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Omohide Poro Poro - Speciale

Inviato il 30/09/2009 da Nicolò Pellegatta
Della vita l'infanzia è una stagione magnifica. Sicuramente non incide indelebilmente sull'individuo come la successiva adolescenza, ma le emozioni, i ricordi, i sapori, i dissapori, gli odori dei primi anni di vita, quelli ci accompagnano per l'intero corso della nostra esistenza, li tramandiamo ai nostri figli, poi ai nostri nipoti e infine li stringiamo a noi sul letto di morte, in quanto momenti di totale innocenza. Gocce di memoria. Attimi felici che non ci lasciano più, sorrisi ai quali ci aggrappiamo.

Così è Omohide Poro Poro (la cui traduzione in italiano può essere "Memorie goccia a goccia") di Isao Takahata, film di animazione prodotto dallo Studio Ghibli. La pellicola uscì nelle sale nel 1991, tre anni dopo il lungometraggio di debutto del papà di Heidi, "Una Tomba per le Lucciole", struggente dramma su due orfani nel Giappone belligerante della Seconda Guerra Mondiale.
Nel frattempo l'animo del regista cambia, in parte per influsso di Hayao Miyazaki e del suo "Kiki Consegne a Domicilio": se il precedente film possiede un'esuberante energia, una voglia di fare, Omohide Poro Poro è, invece, più pacato, meditabondo, intimo.
E' il mio film, un'avvincente introspezione nel mio passato, nel passato di ogni spettatore. Takahata lesse il manga "Omohide Poro Poro", storia di Hotaru Okamoto, illustrazioni di Yuko Tone: trattasi di una narrazione shojo in tre volumi, collage di storielle dell'undicenne Taeko.
Takahata decise quindi di trasportarlo sul grande schermo, ma alle sue condizioni. Va dato atto che si tratta di un mero spunto, una lettura sommaria del manga, che trattiene sopratutto l'atmosfera nostalgica e melanconica, ma anche la sagace ironia attraverso cui tratta i grandi temi preadolescenziali. L'idea di impiegare come narratore il continuo rimando tra l'infanzia di Taeko, come raccontata nell'originale cartaceo, e l'età adulta, è in toto dello sceneggiatore Isao Takahata, che così facendo ispessisce le tematiche del plot originale. Alla fine, quando uscì, il film fu un successo clamoroso in Giappone, campione d'incassi tra l'animazione per l'anno 1991: il coraggioso "Una Tomba per le Lucciole", da molti accostato allo "Schindler's List" di Spielberg, assunse lo stato di unicum all'interno della cinematografia di regista nipponico, laddove Omohide Poro Poro si rinsalda senza fratture ai suoi successi giovanili, Heidi e Anna dai Capelli Rossi.
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Peccati di gioventù
Omohide Poro Poro - speciale - Anime
La pellicola in sé si dipana in due ben precisi anni, il 1966 della Taeko Okajima bambina e il 1982 della Taeko Okajima ventisettenne, donna in carriera e non ancora sposata. Le due dimensioni temporali, però, non sono compartimenti stagni, ma si contaminano a vicenda, si confrontano, l'una vaglia l'altra, la critica.
Takahata sfrutta la semplicità del montaggio di un film d'animazione per giocare con le immagini, per calibrare il suo talento registico, ma sopratutto per rispondere alla domanda di fondo del film: la Taeko del'82 è quella che la sua controparte del'66 desiderava essere, la visione della vita è rimasta coerente in tutti questi anni, fedele alle aspirazioni di gioventù?

In un finissimo parallelismo tra le due epoche, il regista esplora la crescita di una ragazza, la sua trasformazione, ma anche la sua integrità morale. E', più generalmente, un racconto "di formazione" che segue la vita e il costume nipponico nell'arco di vent'anni, dalla ricostruzione postbellica (e quindi post-"Una Tomba per le Lucciole") all'età del benessere economico. E in questo Takahata è molto critico: classe 1935, osservatore attento della trasformazione del Giappone moderno, non risparmia giudizi su molte istituzioni del suo Paese, la famiglia anzitutto.
E ciò si riflette nella sua opera cinematografica.
Il padre, freddo e autoritario, sa bene che il proprio ruolo è quello di mantenere i sei membri da cui è composto il nucleo familiare: egli è l'unico lavoratore, per questo l' "etica professionale" gli impone di non impiegare le proprie energie in altre attività, siano esse l'educazione delle tre figlie. A ciò è deputata la moglie, che segue le faccende domestiche e la prole, Taeko e le sue due sorelle maggiori. Trattasi quindi di un assetto tradizionale, di una esatta ripartizione dei ruoli; l'esatto opposto delle ambizioni della Taeko ventisettenne, "esprit libre" e totalmente immersa nel suo lavoro. L'attrito, però, tra le due visioni della famiglia non pare essere nella ragazza, quanto piuttosto nella società, una delle tante conseguenze dell'esplosione dell'economia giapponese, dell'aggressività del guadagno e della vita frenetica di città. La ragazza nella sua purezza d'animo, è grata dell'educazione austera che ha ricevuto in tenera età. Difatti, al contrario della Kiki di Miyazaki, icona dell'emancipazione femminile, resasi indipendente per necessità di "carriera" come streghetta, Taeko segue una direttrice comune a molte sue coetanee; è cosa naturale per lei rimandare a data da destinarsi il matrimonio, ma non è certo suo desiderio negare una futura unione.
Più che da un ragionato calcolo, le sue azioni sono dettate dalla passionalità, dall'istinto e, sopratutto, dal ricordo. Attimi, parole ed emozioni le rammentano momenti lontani, da cui, e su questo Takahata insiste molto, si possono sempre ottenere utili consigli.
E così, la campagna negata delle vacanze estive di diciassette anni prima, muove il desiderio di trascorrere "dieci giorni di ferie" a "Yamagata", regione montuosa nel Nord del Paese, per partecipare alla raccolta del cartamo. Taeko è qui ospite della famiglia del marito di sua sorella Nanako, una famiglia tradizionale che vive a contatto coi campi e si nutre dei frutti della terra. E' proprio nel corso di queste vacanze che conoscerà Toshio, cugino del marito di Nanako, il quale la aiuterà nel suo processo mnemonico, che avrà come punto di arrivo la presa di coscienza del sentimento reciproco che li lega. I due convergono nel vedere la semplicità insita nella vita, semplicità che si manifesta attraverso l'amore per la coltivazione: tra i due si instaura una vivida simpatia sin dal primo momento, nonostante sia presente la proverbiale distanza tra città e campagna. Toshio pare incarnare più di tutti la visione di Takahata sull'assetto sociale del moderno Giappone: a un certo punto del film stigmatizza il comportamento di quei contadini, che, rei di aver "sempre seguito la massa, e dopo essersi trasferiti nelle grandi città", hanno perduto la loro identità, hanno anteposto il facile benessere economico alle "tradizioni contadine".

"Dobbiamo ripensare a cosa è 'veramente salutare' " sentenzia infine Toshio, stemperando subito dopo la seria atmosfera con una simpatica risata.
Taeko sin dal primo momento ammira la passione che il ragazzo mette nel proprio lavoro, la esalta e la celebra: la regia, fissa sugli stati emozionali della ventisettenne, asseconda il progressivo annullamento del suo spirito "cittadino", per fare posto all'incondizionato amore per la campagna e, quindi, per Toshio. Vi è in questo un passaggio, un progressivo ritorno a uno status sociale precedente al secolo Ventesimo, che affonda le radici nel Giappone dell'Anno Mille.
Tutto ciò ha una sola possibile chiave di lettura: processare l'irrefrenabile ritmo dell'industrializzazione, predicare un ritorno alla purezza "agricola". Tutti temi che portano direttamente alla successiva pellicola del regista, "Pompoko" del 1994, il quale a sua volta influenzerà notevolmente "La Principessa Mononoke" di Miyazaki (1997). Il mutuo rispetto tra contadini e natura porta l'unico effetto possibile: la trasformazione dei campi in punti di incontro tra le due specie, luoghi ove si perpetua il ciclo della vita. E' un rapporto consolidato da migliaia di anni, che ha come unico risultato "l'interdipendenza tra natura e uomo" spiega Toshio, e forse "è proprio questa la 'campagna' ".

Ed è proprio in queste affermazioni che la protagonista ritrova il vero senso del suo legame con la terra e l'aria salubre, tanto da domandarsi perchè si sente "come se questa [la campagna] fosse la sua casa". Eppure quando sul finale le viene proposto dai parenti del marito di sua sorella di "diventare la moglie di Toshio" essa diviene reticente: nasconde quello che esattamente prova, nasce una spaccatura in sé stessa di fronte alla cruda realtà. Scegliere la città o scegliere la campagna, scegliere l'approdo sicuro o l'ignoto, la carriera o l'amore, due mondi opposti destinati oramai a una impossibile riappacificazione.

Di fronte alla proposta Taeko corre, fugge via: sa bene che l'unico arbitro in grado di sciogliere tale dubbio è Toshio. E invece no. Nella mente di Taeko riaffiora l'immagine di Abe-kun, ragazzino che conobbe alle scuole Elementari: apparteneva a una famiglia povera ("non aveva neanche un uniforme scolastica"), era sudicio ("si soffiava forte il naso sulle maniche o si infilava le dita nel naso") e trattava la bambina a male parole ("se cercavi di guardarlo ti minacciava dicendo 'Vuoi essere picchiata?' ").
Takahata per questa "memoria" non si affida alla tecnica utilizzata nei precedenti spezzoni, ma sovrappone via via l'esperienza infantile con la contemporaneità, fino a quando quest'ultima non prevale del tutto, attimo in cui una composta Taeko ripercorre le tappe del suo rapporto con Abe fino al punto in cui quest'ultimo è prossimo a trasferirsi in un'altra città, ma non vuole assolutamente salutarla.
E mentre lo spettatore s'attende una convincente risposta dalla protagonista o tutt'al più da Takahata, Toshio le risponde con sicurezza: "Forse tu piacevi così tanto ad Abe che lui non voleva stringerti la mano per salutarti?". Sai, "anche io [Toshio] facevo piangere apposta una ragazza che mi piaceva", sicuramente non voleva salutare nessuno degli altri compagni di classe, "ma con te [Taeko] poteva essere sincero dicendo 'Non voglio stringerti la mano' ". E' a questo punto che sia la vicenda nel passato che quella nel presente trovano soluzione: "Non posso perdonarmi di averlo ferito, evitandolo" sottolinea la ragazza.
Ma a chi si rivolge? Ad Abe certo, ma anche a Toshio, dal quale è improvvisamente scappata, temendo il futuro sviluppo della vicenda. Sviluppo che solo in quel preciso istante gli divenne finalmente chiaro: "sorpresa da come era stata consolata da Toshio" per la prima volta si chiese "quali fossero i suoi sentimenti" verso il ragazzo, anticipando una risposta futura affermativa alla proposta di matrimonio. In questo, in queste minuzie narrative, in queste chicche di montaggio, risiede tutta la freschezza e la genialità della regia di Isao Takahata, capace di fissare su pellicola emozioni e sentimenti con grande semplicità, ma anche con un acume critico certamente fuori dal comune.

Omohide Poro Poro

Regia: Isao Takahata
Durata: 118'
Anno: 1991
Char Design: Yoshifumi Kondou/Kazuo Oga
Musiche: Katsu Hoshi
Tipo: Manga
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