Anteprima Call of Duty: Black Ops

First Look al pre-E3 di Activision

anteprima Call of Duty: Black Ops
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Londra. Activision, pre-E3. Ci siamo. La line up del colosso statunitense è imponente, ma ciò che tutti stiamo aspettando al varco, con i fucili critici ben puntati all’indirizzo di Treyarch, è l’ultimo esponente di un franchise prorompente, capace di raggranellare milioni di consensi qualsivoglia sia il livello di eccellenza raggiunto nell’anno solare dagli sviluppatori di turno.
Per Treyarch, l’occasione è doppiamente ghiotta. Dopo le vicissitudini occorse al management di Infinity Ward, concimate da stralci polemici e mediatici imperdibili per gli amanti del gossip, la tappa di quest’anno potrebbe suggellare il sorpasso o quantomeno la definitiva consacrazione del team nei cuori di chi agogna la guerra davanti al proprio schermo HD.
Dal palco della conference, Mark Lamia appare molto più che fiducioso. E ne ha ben donde. Call of Duty: Black Ops lascia ammutolita una platea intera di giornalisti col coltello griffato Infinity Ward fra i denti.
Due livelli presentati. Quattro giocatori in co-op. Un solo grande tessuto narrativo da sviscerare: quello della Guerra Fredda. Brividi dal passato in arrivo. E in abbondanza.


Engine di famiglia

Treyarch, in accordo con le parole di Lamia, non ha abbracciato le migliorie apportate al motore grafico da Infinity Ward in occasione di Modern Warfare 2, preferendosi concentrare sull'implementazione del lavoro svolto in occasione del discreto CoD: World at War, soprattutto per ciò che attiene alla gestione dei particellari e delle fonti di luce.
Il risultato è davvero sorprendente. Escludendo per un attimo uno stile registico eccezionale, ciò che rimane è uno scheletro tecnico di primissimo valore, per qualità delle texture, animazioni, nebbie volumetriche e filtri utilizzati. Senz'ombra di dubbio, l'esponenete visivamente più convincente dell'intero franchise.

1968. Il gelo blocca mente, cuore e gambe. Pedinata dall’ossessione della minaccia nucleare, la civiltà occidentale barcolla come un pugile prossimo al knockdown. E si attacca speranzosa alle corde dell’ideologismo. Quello spicciolo, quello che non piange le vittime perché finalizzate ad un bene superiore, quello che impacchetta i propri ragazzi e li spedisce a crepare chissà dove e chissà a che pro.
Cuba è a un respiro -pesante- di distanza. La tensione è affilata come la lama di un rasoio. E taglia le già sfilacciate corde di un contemperamento pacifico fra i due blocchi contrapposti.
Call of Duty: Black Ops si getta a capofitto in una trama ingarbugliata da più di una decade di menzogne, raggiri, vigliaccate, e spionaggio.
La verità è irraggiungibile. Talmente relativa, condita dalle fobie politicizzate di entrambi gli schieramenti, che cercarla è uno spreco di risorse inaudito. Quasi noioso. Meglio combattere. Stanarli a casa loro. Nei ghetti dei loro amici orientali/sudamericani. Spiarli.
Anni di storytelling si avvicendano sullo schermo, e da quanto abbiamo visto a Londra, con un perfezionismo tecnico ed una capacità espressiva davvero ineguagliate nel panorama attuale.
Il salto da World At War, che già si difendeva bene sotto il profilo della narrazione, è evidente, definitivo.
Il ritmo cinematografico pervade senza soluzione di continuità cut scene e parti giocate, profondendo un climax assolutamente da cardiopalmo. Vietnam, Hue City. La città è in fiamme. Piove piombo. Missili bruciano il cielo. L’elicottero su cui sorvoliamo il posto viene abbattuto. Attimi di puro terrore. Il mezzo gira vorticosamente su se stesso, mentre la telecamera fa di tutto per drogare il giocatore con scossoni e capovolgimenti inaspettati. Scaraventati per puro caso all’interno di un palazzone, avvertiamo i passi spediti dei Vietcong, mentre il frastuono del velivolo che esplode ci ricorda che il nostro momento è comunque dietro l’angolo. Siamo in tre. S.O.G., dunque altamente specializzati e pronti a lasciarci la pelle. Con noi, uno SPAS-12, dotato di munizioni incendiarie invero gustose. La sortita prosegue camera dopo camera, in un edificio di tre piani martoriato dalle deflagrazioni, e zeppo di nemici terrorizzati dalle saltuarie incursioni degli elicotteri alleati, che vomitano dalle finestre confetti di piombo con estrema disinvoltura. A livello scenografico, sono scene semplicemente impressionanti. Dal punto di vista dell’interazione ambientale, sebbene le migliorie all’engine siano evidenti, il modus operandi non confuta quanto fatto sin qui dalla serie. Se un fabbricato deve crollare, deve crollare. Se uno squarcio deve aprirsi, lo farà. E’ stata annunciata una maggior fluidità tra eventi scriptati e libertà decisionale del giocatore, senza comunque mostrare eventi specifici. E comunque, poco male. Soprattutto per i milioni di fan della serie.
Sul fronte IA, è lo stesso Lamia, in sede di intervista, a sottolineare la differenza fra le routine comportamentali che soggiacciono, per esempio, ai VC e ai russi. I primi urlano la propria aggressività gettandosi letteralmente addosso all’avversario. I secondi, di converso, avvalendosi di una preparazione più tecnica, prediligono la tattica, spostandosi di copertura in copertura, preferendo quando in gruppo l’accerchiamento sistematico. Una netta demarcazione che sfocia in una varietà più sostenuta.
Lo scontro prosegue in strada, tra viuzzole e vicoli colmi di insidie e pericolosi agguati. L’azione non dà scampo al giocatore, impedendogli di riprendere fiato. E d’altra parte, è difficile respirare quando un gruppo di RPG ti tiene in scacco da una roccaforte quasi impenetrabile. Molto meglio comandare un attacco aereo e farla finita.
I mezzi di trasporto, finalmente, godranno di una gestione più diretta. Nel caso degli aerei, per esempio, significa controllo tanto dei movimenti, quanto degli obiettivi. Una delle priorità, comunque, è quella di deputare al giocatore uno spettro di opzioni più esteso rispetto al canovaccio on rail. La presentazione londinese, però, è stata avara riguardo a dettagli più approfonditi, per i quali si rimanda al prossimo E3.
Unione Sovietica. Urali. Un freddo pungente che ben si accoppia con il clima politico. L’azione parte da lontano, dall’alto, per esattezza. E’ puro di spionaggio, a bordo di SR-71 Blackbird. Dal monitor che sembra fuoriuscire di peso da un film di James Bond (con Sean Connery o Roger Moore. Scegliete voi), inquadriamo una base nemica, e gli spostamenti delle sentinelle. E’ tempo di muoversi. L’azione si sposta sul campo, con un movimento brillante della macchina da presa.
Nella neve, acquattati e con una gustosa balestra in mano. Eccoci. Monitoriamo i movimenti dei nemici, poi avanziamo insieme alla squadra. Quello che succede da lì a poco, fra discese con la fune e pirotecniche entrate in scena, si configura coma la summa di un modo di raccontare storie sotto forma di immagini interattive. La sola fuga tra i pendii imbiancati e decadenti, in pieno allarme valanga, con tanto di salto nel vuoto (ovviamente, è tutto vivibile in prima persona) vale molto più di un applauso.
Mancano pochi giorni, e potremo finalmente mettervi sopra le mani. Questo antipasto è stato comunque assai gradito. Soprattutto perché, a fronte di uno stile hollywoodiano irreprensibile, alcune delle magagne (poco) apprezzate nel single player di CoD: WaW (su tutti, l’IA nemica) paiono quantomeno mitigate.
E poi, l’annuncio di una co-op aperta a quattro giocatori online (e a due giocatori, per chi volesse optare per lo split screen) rinfranca davvero la voglia di misurarsi di qualsiasi appassionato.
Tutto tace, per ora, sul fronte occidentale del multiplayer. Lamia ha però citato più volte come di vitale importanza la “social experience” che il gioco sarà in grado -finalmente e speranzosamente- di ricreare.


Call of (bio) Hazard

Lo zombie mode ha mietuto consensi come se piovessero. Logico quindi attendersi qualcosa di similare in Black Ops.
Lamia ha sorriso alla nostra domanda, fuggendo in un laconico "no comment". Per ora. Perché considerata l'introduzione della cooperativa, il ritorno degli zombie calzerebbe invero a pannello.

Call of Duty: Black Ops Call of Duty: Black Ops stupisce. Passino la mano, per una volta, i detrattori di Treyarch, che invitiamo a seguire con attenzione lo sviluppo di questo titolo. Quanto mostrato è oggettivamente poco, ma le premesse sono a dir poco rassicuranti. Ed in più, la presenza della modalità cooperativa per quattro giocatori si delinea come la più classica e dolce delle ciliegine possibili. Fra qualche settimana, in diretta dall'E3, sapremo qualcosa di certo anche sul multiplayer. Cosicché l'attesa possa divenire di fatto insostenibile. Restate sintonizzati.

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