Exp 2011

Anteprima Journey

Una giornata in compagnia di Journey

anteprima Journey
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Ps3
  • PS4

Poesia digitale, roba seria. Journey è l’epigono di una filosofia di sviluppo, quella fa capo a Thatgamecompany, che collide in tutto e per tutto con un’autentica, sincera e meravigliosa poetica. C’è spazio anche per quello, nell’anno di grazia 2011. Abbracciamoci tutti, perché queste sono le picconate che a poco a poco sconquassano convinzioni anacronistiche e pesantezze di spirito che ingoffano da sempre il nostro medium preferito, rendendolo piccolo, stupidino e bambinesco.
Un’opera che spinge -finalmente- a rivedere gli strumenti della critica. Longevità? Dura tre ore. Trama? E chi la conosce? Gameplay? Minimalista, leggerissimo: toglie anziché aggiungere, semplifica invece di condire con controlli complicati o meccaniche hardcore. Un processo di sottrazione abbacinante, che stuzzica come già gli appetitosi flOw e Flower fecero qualche tempo fa.
Journey è “il mio videogioco che cambia”, per dirla alla Piero Pelù. Si fa grandicello e curioso. Ed esplora sentieri nuovi. Che spiazzano.
Nonostante immani fatturati e istanze commerciali che frequenti lo declassano al mesto rango merceologico; nonostante una controcultura demagogica sterile e anziana; nonostante una classe politica che non ne scorge le potenzialità nemmeno dotandosi di cannocchiali griffati Nasa. Nonostante tutto questo, il videogioco è sempre più espressione di una visione artistica, sbocco nuovo per visionari emergenti. Artisti nell’era del www, dell’interattività, della condivisione di pensieri, emozioni, paure.
Per chi ama il videogioco, per chi lo segue e lo studia con passione, Journey è un titolo da tenere in estrema considerazione.
Il producer, Jenova Chen, come già fece a Colonia, tira in ballo la prospettiva. Tutto è così minuscolo guardandolo dall’alto, non trovate? Così piccino che pare quasi privo di significato.
Tutto, quindi, anche la Terra, che se osservata dallo spazio sembra una pallottola azzurra un tantinello desolata. In proporzione, allora, quanto contano le nostre vicissitudini, le nostre esperienze, i sentimenti, le emozioni? In buona sostanza, quanto vale un viaggio lungo come la nostra vita? Difficile rispondere. Tanto vale continuare la gita e cavalcare l’onda. Anche quando è di sabbia, calda e flessuosa.
Journey stringe dunque la vite intorno ai significati, scommette sulle metafore, parafrasando il tutto in uno stile estetico essenziale e dannatamente peculiare. Cosa vorrà dirci lo scopriremo solo il prossimo autunno, sebbene le intenzioni degli sviluppatori volgano verso le più diverse soluzioni interpretative.
L’elemento esplorativo rimane il cardine dell’esperienza ludica. Eccoci nel deserto. Intorno a noi, il nulla. Sabbia, un oceano pacifico di sabbia. Ci si muove con lo stick, si salta, si plana, si scivola sui granelli dorati con stick e due pulsanti, mentre il controllo della telecamera è deputato a sixasis.
La prima reazione è di estremo spaesamento. L’hud non esiste, l’immersione è totale così come lo straniamento. Il giocatore, privato di un ambiente controllato, chiuso e prevedibile, si perde. Poi una luce abbaglia dalla cuspide di una montagna lontanissima. Sarà mica un richiamo?
I resti di un civiltà ancestrale sono disseminati ovunque. Statue, strutture architettoniche schiantate dal tempo, ma anche sepolcri, caverne meno baciate dal sole e covi nascosti sussurrano il mistero di una terra che sembra davvero ai confini del mondo. Al giocatore il compito viaggiarvi attraverso, lasciandosi cullare dall’incanto.
I puzzle ambientali, per ora, sono collegati al ritrovamento e all’attivazione dei pezzi di stoffa dispersi nell’ambiente di gioco che, stando a quanto mostratoci al Playstation Experience, si azionano in accordo con il contesto. Il caso più classico è quello del loro dolce dispiegamento che va a ricoprire la voragine parcheggiata in mezzo ad un ponte diroccato. Il ritrovamento di tali tessuti si ricollega anche alla possibilità del nostro eroe di volare più a lungo, aumentando la lunghezza della “sciarpa” che ne abbraccia il collo. Librarsi in volo significa perdere pezzetti di stoffa assai velocemente, un aspetto che secondo Thatgamecompany giocherà un ruolo importante nell’economia di gioco.
Journey è però pensato per la condivisione. La persistenza del mondo di gioco fa sì che, qualora online, ci si possa imbattere in un altro giocatore (e solo uno). Uno sconosciuto, ovviamente. Con cui è possibile interagire attraverso un semplice richiamo, ovviamente difficile da interpretare. Starà quindi ai due decidere se proseguire assieme o meno, risolvendo in maniera più veloce certi passaggi (non ci saranno differenze fra single e multi dal punto di vista della complessità del puzzle solving), in una sorta di sodalizio dettato non dalla competizione o dalla necessità, ma dalla semplice voglia di condividere qualcosa di più unico che raro.
Non sono previsti dei veri combattimenti all’interno del gioco, al contrario la presenza di esseri indigeni con cui interfacciarsi è certa. Non vediamo l’ora di osservare da vicino un esempio di una tale interazione.
Come detto in apertura, Journey garantirà al massimo tre ore di gioco. Una meccanica così austera, forse, non poteva giocoforza supportarne di più. Ciò detto, permangono alcuni punti oscuri volontariamente celati dagli sviluppatori. Un alone di mistero che alimenta ancor di più il fascino intrinseco di una produzione così particolare.

Lo stile grafico è più simile ad una pennellata che ad un videogioco dell’era HD. Uno schiaffo, anche qui, alle convenzioni. Taluni riverberi e giochi di luce citano senza presunzione i capolavori old gen, mentre le movenze leggere e stilizzate i disegni animati delle “vecchie” avanguardie artistiche. I richiami a Team Ico si fanno sentire nei silenzi, nelle atmosfere ovattate e disperse, perdutamente magiche.
Anche stilisticamente, Journey non è un titolo per tutti. La grazia, però, non manca. Ed è davvero impossibile disprezzarla.

Journey Journey è uno dei prossimi gioielli che andranno a conficcarsi nella corona di PSN. Austero ed elitario a dismisura, adotta una sana selezione all’ingresso: chi non è pronto a confrontarsi con meccaniche intimiste, lentissime e riflessive, è pregato di saltare il download. Anche se, in cuor nostro, confidiamo che alla fine non lo faccia e si lasci contagiare da un modo meno prevedibile di intendere il videogioco. Alcuni dubbi sulla meccanica soggiacente permangono, più che altro perché dalla scorsa estate non è stato mostrato nulla di significativamente nuovo. Eppure, la fascinazione data da un viaggio simile rimane e siamo fin d’ora sicuri che perdersi un percorso simile sia comunque un delitto per i cultori dell’intrattenimento interattivo. Qui forse in versione meno ricreativa e più riflessiva. Ma è pur sempre un gioiello, no? Lasciamolo brillare fino al prossimo autunno, poi si deciderà insieme alla review di Everyeye.it.

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