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Anteprima The Evil Within

Il videogame di Tango Gameworks, tra luci ed ombre, è un omaggio allo spaventoso passato dei survival horror

anteprima The Evil Within
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One

Cammino in un corridoio tinto di bianco e nero, dai muri scrostati e dal pavimento sporco di indefinibili residui polverosi, quando una donna ectoplasmatica mi viene incontro. Dopo l’impatto con la sua forma spettrale mi ritrovo in una selva oscura e autunnale dove, sebbene sia tornato il colore, permane una sgradevole sensazione di monocromia nera-marrone.
Percorro un dritto sentiero e mi addentro alla deriva in due ridotte deviazioni, nel cui spazio trovo una verdastra marmellata di cervella dentro barattoli di vetro.
Servirà a qualcosa, visto che è cumulativa, ma non so a cosa.
Non mi resta che proseguire sulla strada principale fino ad un pesante cancello di ferro arrugginito, che si apre sul cortile di una magione tetra che mi gela la schiena con una cascata di brividi e mi scalda il cuore con una strana gioia, come se leggessi sulla porta della cadente e austera magione la rassicurante scritta “casa dolce casa”.

L’orrore non invecchia

Ebbene sì, anche se solo per pochi minuti, nel buio di una saletta nell’area “business” della Gamescom, sono tornato nel Survival Horror, quello classico, luogo di cui sento la stessa nostalgia che un essere umano può sentire per quelle spiagge che gli furono care da giovane e che per le vicissitudini della vita si trova a rivisitare solo nella tarda maturità.
Sto giocando a The Evil Within, o meglio lo sto provando, perché nel tempo ridotto a mia disposizione riesco solo a perlustrare parzialmente gli ambienti del nono capitolo, ricavandone impressioni informi ma molto positive, tanto che avrei potuto continuare a vagare per ore in questo macabro scrigno di orrori elettronici.
Sebbene l’esperienza sia stata davvero breve ho percepito nella nuova opera di Shinji Mikami un’anima e uno stile che scavalcano la sua “quasi” evidente appartenenza grafica alla trascorsa generazione di console e mi restituiscono qualcosa che non provavo più da quando ho rigiocato Resident Evil 4 in HD. Anzi, il fatto che l’ambientazione sia una vetusta magione mi trasporta ancora oltre, fino ai luoghi sublimi e orrendi di Resident Evil Rebirth.

Ho letto diverse critiche negative a proposito di The Evil Within; la prima riguarda la grafica superata e se è vero che non siamo di fronte ad un Ryse Son of Rome c’è tuttavia più carattere, stile e arte in una stanza da letto nell’edificio fatiscente di Mikami che in tutto il gioco di Crytek. Inoltre gli effetti di ombre e luci possiedono una qualità pittorica che travolge lo sguardo e lo ammalia.
Quello che ho visto di The Evil Within mi sembra bellissimo.
C’è chi dice che i movimenti del personaggio siano legnosi e il suo procedere farraginoso, è vero ma solo se ci muoviamo per il gioco correndo come praticanti del “footing”. Questi sono videogame in cui è necessario muoversi lentamente, camminando, fermandosi, guardandosi intorno e soffermandosi a lungo prima di ogni angolo, ascoltando sinistri rumori composti da lamenti, urla e biascichii. Talvolta si dovrà correre a perdifiato ma in questo caso la corsa mi appare fluida e utile, in un certo modo, squisitamente ludico, realista. E’ ovvio che trottellerare per questi ambienti spaventosi crea un effetto grottesco e surreale.


Ho settato la difficoltà in “sopravvivenza”, la modalità più complessa disponibile nella demo, e basta l’attacco di una creatura dalla forma tra spettro e zombie per uccidermi. I videogame di Mikami vanno sempre giocati nella maniera più ostica e punitiva. Combatto poco, ci sono rari nemici ma pericolosi e carismatici ed è pieno di trappole mortali. Ogni stanza e corridoio possiedono un fascino antico eppure nuovo, perché c’è una ricchezza di dettagli quasi barocca.
Ci sono chiavi da cercare e proiettili da scoprire, mentre il desiderio di esplorare diviene impellente. Ad un certo punto entro in uno specchio come Alice, mi porta in un’ambientazione ospedaliera presidiata da un’annoiata infermiera. Deve essere il posto dove posso potenziare il protagonista e le sue armi e se lo faccio sedere su un’orribile sedia delle torture di metallo scopro che è possibile farlo.
Lì mi sento sicuro come quando aprivo una porta della stazione di polizia di Raccon City e oltre vi trovavo una cassa e una macchina da scrivere.

The Evil Within Tra l’orrore allucinatorio di Silent Hill e quello mutante e mostruoso di Resident Evil, il videogame di Tango Gameworks mi appare come uno struggente, amorevole ed esaltante omaggio al glorioso e spaventoso passato del survival horror. Non farà paura come Outlast, ma i pochi minuti che ho trascorso nel suo mondo malato mi hanno divertito molto di più dell’agghiacciante videogame di Red Barrels. Ho avuto paura? Sì, qualche momento di ansia e timore l’ho provato, malgrado avessi cominciato il gioco da un punto avanzato e fossi conscio che entro poco tempo avrei dovuto abbandonarlo. Non è tuttavia lo spavento che conta, quello epidermico da salto sulla sedia, ma è il senso di minaccia, di malattia e di malvagità che si respira dentro il mondo macabro, disperato e tetro di The Evil Within. Quell’orrore che non ci fa urlare di terrore davanti allo schermo, ma che si adagia nel subconscio e viene a letto con noi, per diventare un incubo.

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