Anteprima The Legend of Zelda: Majora's Mask 3D

Il lato oscuro della Leggenda.

anteprima The Legend of Zelda: Majora's Mask 3D
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • 3DS
Andrea Fontanesi Andrea Fontanesi sceglie (in)consapevolmente di votarsi al videogioco fin dalla più tenera età, quando, negando alla madre il piacere popolare della prima parola dedicata, pronuncia un “Ma” pregno di speranza assieme a un “rio” assai meno poetico. Crescendo si lascia sedurre dal fascino della scrittura per infine realizzare, dopo ben ventisei anni, che le due passioni, quando si compenetrano, sono in grado di donargli enormi soddisfazioni. Strenuo sostenitore dello sperimentalismo audiovisivo, nutre da sempre un sano interesse per il cinema d’animazione, ed è inoltre profondamente legato all’arte del doppiaggio, che pratica tutt’ora a livello amatoriale.

Il ritorno di Majora’s Mask era nell’aria. Dopo che Nintendo, nel 2011, aprì le danze della sua portatile di ultima generazione con la riproposizione di Ocarina of Time in chiave stereoscopica, e dopo aver donato di recente l’alta definizione allo splendido The Wind Waker, gli appassionati di The Legend of Zelda iniziarono a interrogarsi sempre più di frequente sulla possibilità di rivedere il capitolo più cupo dello storico brand su console current gen. Complici svariati rumor e, soprattutto, l’indimenticato fake trailer post-E3 2012 che mostrava uno sgargiante remake in HD per Wii U, le richieste degli estimatori si sono fatte man mano più torchianti, fino alla scorsa settimana, quando la casa di Kyoto ha infine risposto alla loro chiamata. Iwata, in apertura dell’ultimo Nintendo Direct, ha finalmente svelato che il secondo episodio dell’ormai fu Nintendo 64 rinascerà a primavera 2015 sotto forma handheld, ovviamente in una sfavillante versione 3D restaurata. Tra utenti che battibeccano sull’effettiva utilità di operazioni di questo tipo, altri che sbavano al sol pensiero di gremire l’esclusivissima Special Edition, e altri ancora che pubblicano online dopo soltanto poche ore screenshot e video comparativi tra l’originale e l’annunciata conversione, risulta assai chiaro come la logorante macchina dell’hype stia già ricevendo carburante a sufficienza per mettersi in moto. Eppure, benché osannato dalla critica e dai fan irriducibili, Majora’s Mask è paradossalmente il The Legend of Zelda per piattaforme casalinghe meno venduto nella storia, con dati che si aggirano attorno ai tre milioni di copie totali vendute. Dunque, cosa ha portato il pubblico a provare un affetto in parte postumo verso un episodio della saga tanto superbo quanto fuori dai canoni, a renderlo - azzardiamo - più leggendario della Leggenda stessa? Per rispondere a tale quesito, tenteremo di fare un balzo nel passato di circa quindici anni, quando il titolo venne concepito, come vedremo, in circostanze del tutto particolari. Non avendo a disposizione un’Ocarina del Tempo - ce l’ha sottratta uno strambo marmocchio mascherato, ma poco importa, siamo dei pessimi strumentisti - cercheremo di accompagnarvi in questo viaggio con il solo aiuto delle parole. In fondo, è meglio di niente.

UNA GENESI LEGGENDARIA

Lungi dall’essere un fatto certificato, dicerie diffuse narrano che il parto di The Legend of Zelda: Majora’s Mask sia sostanzialmente imputabile a un malcontento. L’insoddisfazione, nello specifico, aveva come soggetto Eiji Aonuma, già director del celebre Ocarina of Time, e come oggetto Ura Zelda, espansione mai nata del precedente capitolo a 64 bit, studiata appositamente per la fallimentare periferica nipponica 64DD. Poco convinto della bontà del prodotto, si vocifera che Aonuma avrebbe proposto a Shigeru Miyamoto, il “papà” di Link e Zelda, di realizzare un videogioco della serie del tutto inedito, una sorta di “storia parallela” - da cui il nome iniziale del progetto, Zelda Gaiden - alle vicende narrate in quel di Hyrule.

Dal canto suo, Miyamato, da buon mattacchione, avrebbe ribaltato la proposta in termini di sfida, cedendo la direzione dei lavori allo stesso Aonuma, poi coadiuvato da Yoshiaki Koizumi, e figurando soltanto come supervisore. Soprattutto, condizione più spiacevole, lasciando a disposizione del collega un lasso di tempo brevissimo per lo sviluppo. Date tali premesse, la fase progettuale che accompagnò il nascituro Zelda, pur beneficiaria del medesimo motore grafico del predecessore, non fu certamente una passeggiata di salute, specie perché permeata costantemente dal timore di sfornare un’opera non all’altezza del nome alle sue spalle. Nel corso del 2000, dopo meno di due anni e mezzo di sviluppo, il gioco approdò finalmente sul mercato, pronto a stupire - o meglio, destabilizzare - chi storicamente affezionato alla saga con un’esperienza assai distante dai consueti schemi del franchise per atmosfera, personaggi e tematiche trattate.

È GIÀ IERI

Ambientato a Termina, Majora’s Mask è il secondo tra i The Legend of Zelda - successivo solo ad Awakening - a spostare l’azione dal regno di Hyrule verso un luogo “altro”. Potrebbe sembrare una considerazione marginale, poiché, pur essendo il reame di Zelda set principale dei racconti più tradizionali, quest’ultimo non ha mai avuto, di fatto, una conformazione geograficamente univoca tra un capitolo e l’altro. Eppure, il giocatore comprende inequivocabilmente fin dall’incipit come quest’avventura, seppur affatto estranea al passato recente del giovane Link, ne sarà in qualche modo distante, esperienza isolata in un mondo dai tratti alieni, dove le regole vigenti nei precedenti episodi devono lasciar spazio a pressanti novità. La prima viene suggerita dal nome stesso della nuova location - c’è chi ne conferisce una maternità latina, da terminus, limite: l’incedere del tempo, in quest’occasione, diventa un aspetto critico non solo ai fini della vicenda narrata, ma dell’in-game tutto. Il valoroso guerriero si trova di fronte a un’imminente apocalisse, da scongiurare entro e non oltre tre giorni, settantadue ore che, fuori dallo schermo, corrispondono a circa cinquantaquattro minuti reali. Dall’interfaccia a mo’ di meridiana che scorre inesorabile ai cartelli che ogni ventiquattr’ore scandiscono l’avanzare dei giorni, dalla torre-orologio che troneggia al centro di Clock Town alla gigantesca Luna dal volto arcigno che si avvicina minacciosa al terreno, il fruitore prova inevitabilmente tensione e smarrimento all’interno di uno scenario dove ogni cosa gli ricorda l’ineluttabile incombenza.

Riappropriatosi dell’Ocarina, sottrattagli dallo Skull Kid durante la sequenza iniziale, l’utente intona frettolosamente la Song of Time e riavvolge il tempo fino al primo dei tre giorni, fuggendo da un game over altrimenti prematuro. È questo l’inizio di un’opera dove, a differenza di gran parte delle altre iterazioni della saga, la componente adventure spicca in modo considerevole rispetto a quella action. Ricominciare dal principio, in Majora’s Mask, non è affatto un fallimento, ma è invece condizione necessaria alla risoluzione delle numerosissime subquest di cui il videogioco è pregno, molte delle quali imprescindibili nel percorso che porta al risveglio dei quattro guardiani del regno. Non più Eroe del Tempo, ma piuttosto “contro” il Tempo, Link è chiamato a intessere ciclicamente rapporti con i NPC di Termina, a incontrarli in luoghi a orari specifici, ad annotarne frasi e spostamenti, tutte azioni che permettono di progredire nelle loro rispettive storyline e acquisire nuovi elementi e abilità. Per la prima volta in un The Legend of Zelda, la durata reale si mescola a quella fictional per produrre dinamiche inedite, capaci di coinvolgere e impegnare chi ne fruisce come mai prima.
La seconda meccanica che definisce l’esperienza di gioco concerne l’uso delle maschere, già introdotte quali strumenti appendici all’interno di Ocarina of Time. Non più accessori di poco conto, le ventiquattro maschere collezionabili sono ora fulcro del gameplay, e donano poteri indispensabili al nostro avatar dal verde copricapo per la risoluzione degli enigmi. Nello specifico, tre di esse - ancora, inevitabilmente tre - sono in grado, una volta indossate, di mutare profondamente Link nel fisico e nelle skill. Tale questione ci consente di collegarci al ruolo che il protagonista assume in questo peculiare episodio della serie, forse l’aspetto che più d’ogni altro ha contribuito a rendere l’opera di Aonuma e Koizumi così tetramente affascinante agli occhi di appassionati e non.

ATTRAVERSO LO SPECCHIO E QUEL CHE LINK VI TROVÒ

Il processo che investe Link in quest’avventura è in qualche modo inverso a quanto tradizionalmente mostrato dalla generale poetica della serie Nintendo. Non più prescelto chiamato ad abbandonare il viver quotidiano per intraprendere un viaggio che ne dimostrerà il valore, il giovane Hylian ha già compiuto il proprio destino, facendosi Eroe del Tempo e salvando Hyrule da un futuro nefasto. Un futuro che il giovane ha visto con i propri occhi, e che, in qualche modo, ha causato egli stesso, consentendo involontariamente a Ganondorf d’impossessarsi della Triforza del Potere e di mutare il Sacro Reame in un inferno in terra. Da questa premessa scaturisce una delle ipotesi più interessanti che avvolgono la semantica fondante Majora’s Mask, una teoria secondo la quale il viaggio lungo Termina sarebbe allegoria di una ricerca interiore del protagonista.

A precedere un prologo dai toni grigi e spettrali, le primissime righe di testo spiegano allo spettatore come il ragazzo abbia scelto di abbandonare la terra che ne ha decretato il mito per intraprendere un percorso personale, alla ricerca di “un amato e preziosissimo amico”, che, di fatto, non verrà mai messo in scena in maniera esplicita. Sorta di Alice in abiti Kokiri, Link insegue lo Skull Kid nelle profondità più oscure, fino a riemergere in un mondo assai strano, eppur ricco di riferimenti al proprio passato. Non ci sono principesse da salvare, in questo contesto; ciò nonostante, probabilmente complice un forzato riciclaggio dei modelli da parte dei developer, gran parte degli abitanti di Clock Town sono volti a lui - e a noi - già ben noti, sebbene velati di un perenne alone di malinconia. Tra i tanti attori del gioco, proprio lo Skull Kid, configuratosi villain fin dai primi minuti del racconto, si rivela infine essere un personaggio estremamente empatico, un povero diavolo che ha ceduto al male della maschera Majora unicamente perché triste e solo, ai limiti della depressione. Non sono in pochi a rivendicare una sorta di dualismo tra il nostro protagonista e il Ragazzo Teschio, entrambi bambini che, per superare le proprie debolezze, devono indossare maschere che li rendono “altri”. Quando Link pone sul viso le maschere del Deku Scrub, di Darmani e di Mikau, la sua espressione si deforma in una smorfia straziante: in quei momenti è un involucro cavo, che si fa carico dei tormenti di anime che ormai non abitano più quella terra, come se, portandone a compimento la missione, possa in qualche modo sconfiggere anche i propri demoni interiori. La morte è una tematica che mai nella saga di Zelda è stata trattata con tale forza ed efficacia visiva. Oltre a quanto detto, è lo sguardo schizofrenico dell’enorme Luna antropomorfa ad anticiparne l’avvento; è un monito costante di come Link debba trovare la sua strada in fretta, pena un rimorso più grande di quanto egli stesso possa sopportare. Al giocatore il compito di guidarlo in tale impresa, come sempre.

The Legend of Zelda: Majora's Mask 3D Sinistro, pessimista e fortemente straniante, The Legend of Zelda: Majora’s Mask è, con poche riserve, l’episodio più maturo e controverso dell’intera epica zeldiana. Catalizzatore naturale di teorie e congetture, nonché portatore - non solo per i tempi che furono - di novità interessanti per il franchise sia in termini di meccaniche che di messinscena, il gioco cominciò a sedurre chi, nel vivere gli splendori della quinta generazione di console, scelse di riporre la propria fiducia nell’ammiraglia Nintendo a 64 bit, per poi espandere la propria reputazione fino ai giorni nostri. Conosciuta altresì per aver proposto all’utenza una sfida dalla difficoltà non trascurabile, l’opera è adesso in procinto di riproporsi - a detta dello stesso Aonuma - nelle vesti di un’esperienza resa volutamente più accessibile, pur mantenendo inalterato il fascino dark dell’originale. Indipendentemente dalle scelte adoperate da Nintendo, siamo davvero impazienti di guidare nuovamente Link lungo i paesaggi crepuscolari di Termina. Al sol ricordare il ghigno mefistofelico del venditore di maschere, già ci vengono i brividi.

Che voto dai a: The Legend of Zelda: Majora's Mask 3D

Media Voto Utenti
Voti totali: 13
8.5
nd