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Anteprima Troubadour

Lo schiavismo tecnologico raccontato da una strana graphic novel interattiva

anteprima Troubadour
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  • Pc
Domenico Musicò Domenico Musicò ha un motto: "È più facile spegnere la luce dentro se stessi che disperdere le tenebre tutt'intorno". Col tempo ha capito di avere ragione, ma è disponibile a cambiare ancora idea. Chiedetegli consigli sulla musica prog, l'horror e tutto ciò che vi passa per la testa su Facebook e Google Plus.

Cosa significa crescere e condurre la propria esistenza nell’era digitale? I più giovani troveranno delle serie difficoltà a rispondere con cognizione di causa a questa domanda, soprattutto perché con l’invasività e la costante presenza delle nuove tecnologie hanno un rapporto intimo e viscerale, simbiotico e di grande dipendenza. Chi invece non è più un ragazzino e sa bene cosa significa trovarsi traghettato in una realtà dove nella maggior parte dei casi non c’è neanche un momento in cui si rimane disconnessi, conosce anche i rischi, gli effetti e le conseguenze che derivano da questa forma di schiavitù moderna.
Lo sa anche Eric Doty, che durante il giorno lavora alla Microsoft come community strategist e content producer, attingendo costantemente al bacino senza fondo di informazioni che è in grado di fornire internet. Al di fuori dei suoi impegni con la casa di Redmond, però, Doty ha voluto fondare un suo minuscolo studio di sviluppo composto da tre persone, Cicatriz Entertainment, col quale ha provato a intraprendere una via relativamente nuova attraverso la formula della graphic novel interattiva, soluzione ritenuta ideale per poter raccontare al meglio il disagio sociale e l’ansia globale di un mondo incatenato dalle moderne tecnologie.

Parvenza di vita

La storia di Troubadour si lega a doppio filo alla necessità di dover accettare le aspettative e le responsabilità di una vita, quella di Lu, dove le distrazioni e la dipendenza dalla tecnologia sono qualcosa di tossico e profondamente sbagliato. Si tratta di una critica senza mezzi termini verso una società che non è più in grado di moderare e allentare la presa dal rapporto morboso con la nuova frontiera delle offerte digitali, verso un’intera popolazione che è incapace di instaurare rapporti profondi o anche superficiali senza appoggiarsi pesantemente sulla possente e rassicurante spalla dell’interconnessione virtuale.
Doty aveva in mente questo progetto da oltre due anni, un’idea che si è concretizzata con una campagna Kickstarter solo nel momento in cui alcune risposte sono diventate chiare e ben precise. Quel giorno è arrivato quando si è avvertita nettamente la pericolosità a cui andavano incontro i rapporti interpersonali di individui che a un tavolo, stando faccia a faccia, si ritrovavano a isolarsi e chiudersi in sé stessi mentre venivano rapiti dal proprio smartphone.

Un simile problema moderno che probabilmente andrà peggiorando doveva essere in qualche modo rappresentato, e la scelta è ricaduta su un metodo decisamente atipico, sia per quanto riguarda il medium di appartenenza, sia per le modalità attraverso le quali si offre al pubblico. La missione da compiere, da parte di Cicatriz, non è per niente facile, quando decidi che mezz'ora è il tempo sufficiente per coinvolgere l’utente e fargli recepire il tuo messaggio. E diventa ancora più ardua quando ti presenti in modo decisamente non convenzionale, a metà tra un’esperienza d’avanguarda e un esperimento artistico dalla narrativa cerebrale e ricca di sottotesti.
Troubadour ha pochissimi connotati in comune col videogioco moderno: l’interazione è asciutta e la resa estetica porta con sé una serie di scelte che rendono il titolo qualcosa di assolutamente distante da un prodotto fruibile dal pubblico di massa. Ed è quasi un controsenso, se pensate che invece il problema sociale in questione - con diversi gradi di affezione - tocca praticamente tutti. Tuttavia, vedere Troubadour in movimento lascia intendere sin da subito quanto abbia avuto senso adottare uno stile grafico così sui generis, capace di trasmettere quello stesso malessere che prova Lu quando la controllerete direttamente lungo il suo mondo e dentro i suoi pensieri confusi e distorti.

Il male dentro

Se ritenete opportuno chiamare Troubadour un non-gioco, fatelo pure, perché l’intenzione degli autori non è tanto quella di adattarsi a uno schema ben definito e riconosciuto da tutti, ma di dare la possibilità a chiunque di portare a termine la particolare avventura in un’unica sessione di circa trenta minuti. Gli autori vedono la lunghezza come un ostacolo e come qualcosa capace di minare l’intensità della storia, che prevede comunque delle scene extra e degli easter egg per coloro che devieranno dal percorso lineare su cui si dispiegheranno le vicende di Lu. Sebbene il racconto e i toni rimarranno i medesimi, la protagonista e il suo ambiente circostante evolveranno. E non c’è motivo di dubitarne, visto che Troubadour fa ampio uso di una grafica dove le texture hanno un aspetto incline alla sfocatura progressiva e dove la realizzazione del futuro in chiave cyberpunk è sorretta da disturbanti glitch visivi. Quelle che sembrano le sbavature tipiche di un gioco per Commodore 64 caricato male, sono in realtà delle precise scelte estetiche e stilistiche che vogliono comunicare il profondo disagio di Lu. La protagonista è infatti una ragazza del nuovo millennio che ha vissuto la transizione alla nuova era, cresciuta con la costante presenza del computer e investita suo malgrado dal boom tecnologico. In Troubadour, Lu si renderà conto del peso che gli effetti di questo passaggio stanno avendo sulla sua vita, e imparerà gradualmente a capire in che modo dovrà moderare l’uso degli oggetti di cui abusa tutti i giorni.

I 15,000 dollari richiesti su Kickstarter da Cicatriz Entertainment non sono per fare di Troubadour un prodotto commerciale, non sono per puro business, né tantomeno per pressanti esigenze di guadagno. Sono solo i soldi necessari per portare a compimento il progetto. Gli sviluppatori hanno dichiarato che qualora non riuscissero a guadagnare il becco di un quattrino dopo che il gioco sarà disponibile per tutti su PC e Mac, non avrà alcuna importanza. In quel caso, verrà visto come un’idea artistica attraverso cui è stato possibile comunicare un messaggio e mettere in luce una visione ben precisa di un problema del nostro tempo.

Troubadour L’ansia di vivere nell’era digitale è uno di quegli aspetti che siamo portati spesso a prendere sottogamba, soprattutto perché ci siamo dentro fino al collo e per valutarne la portata c’è sempre bisogno di distacco e grande consapevolezza. Troubadour, con la storia di Lu, sembra voler comunicare esattamente questo. Sembra voler gridare al mondo, attraverso un’estetica distorta e corrotta, che esistono delle conseguenze - anche gravi - derivate dall’abuso della tecnologia. Esaminarle con occhio critico è probabilmente lo scopo ultimo dei tre ragazzi di Cicatriz Entertainment, a cui mancano appena due settimane per scoprire se la campagna del loro titolo andrà a buon fine.

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