Hands on Enslaved

Provata a fondo l'ultima fatica Ninja Theory

hands on Enslaved
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
Andrea Vanon Andrea Vanon è appassionato di videogiochi sin dal 1995, quando passava le giornate tra SNES e Game Gear. Da sei anni tra le "penne" e le "voci" di Everyeye.it fagocita qualsiasi produzione con curiosità, mantenendo un’incrollabile fedeltà verso gli sportivi "made in U.S.A.". Lo potete seguire su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Enslaved: Odyssey To The West sta lentamente conquistando un posto di tutto rispetto nella lista dei titoli più attesi di molti videogiocatori. Attirando inizialmente per l’ambientazione dal gusto particolare, il prodotto Namco Bandai si è progressivamente svelato di fronte ai giornalisti di tutto il mondo non facendo altro se non aumentare il clamore attorno a sé.
Dopo averne visto alcuni scorci alla GamesCom di Colonia abbiamo ricevuto in redazione un codice non ancora completo che ci ha permesso di saggiarne a fondo le caratteristiche percorrendo una buona metà della campagna.
Il titolo, in uscita per Xbox 360 e Playstation 3, è atteso sugli scaffali per l’8 Ottobre.

Due stravaganti protagonisti

L’incipit narrativo di Enslaved è stato discusso più volte sulle nostre pagine; intendiamo quindi tornarci solo brevemente per collocare la vicenda e descriverne gli affascinanti interpreti.
A 150 anni da oggi gli abitanti della Terra sono stati decimati; i superstiti si sono riuniti in piccole comunità autosufficienti o, più semplicemente, si sono dati al saccheggio ed al vagabondaggio.
Tutto ciò che hanno costruito gli umani è in rovina e la natura, pian piano, sta riprendendo possesso del suo dominio.
In questo scenario apocalittico c’è però ancora spazio per quella che sembra essere una delle tante manifestazioni della crudeltà umana: orde di robot (non è dato sapere al soldo di chi) si aggirano infatti alla ricerca di esseri umani da rendere schiavi, trasportandoli chissà dove per mezzo di gigantesche navi-prigione.
E’ a bordo di una di queste navi che s’incontrano, in maniera del tutto casuale, i nostri due eroi: Monkey, un atletico giovane senza nome (Monkey è un soprannome datogli per le sue capacità d’arrampicata), e Tripitaka -o Trip-, una ragazza tanto attraente quanto indifesa ed impaurita.
Il parallelo tra Enslaved e Dragon Ball -ispirati alla stessa leggenda cinese- è evidente sin dalle prime battute, tanto che Monkey (“scimmia” per l’appunto) combatte con un bastone allungabile e, in alcuni frangenti, può utilizzare una sorta di skateboard gravitazionale che chiama “nuvola” e sul quale lui solo può salire, e Trip è un piccolo genio della scienza, capace, grazie ad un congegno portato sempre al polso, di manipolare qualunque accrocchio tecnologico.
Una fuga rocambolesca unisce quindi i due nell’impresa di sfuggire ai robot schiavisti che paiono averli presi di mira, e un “curioso” legame (sul quale preferiamo non svelarvi nulla) ne forza l’inizio di un’avventura collaborativa in cui la vita di uno dipenderà dall’altro e viceversa.

Arrampicate, enigmi e combattimenti

Per quel che concerne il gameplay Enslaved: Odyssey To The West è l’incarnazione perfetta dell’action adventure, dove si mescolano in egual misura elementi d’esplorazione, combattimenti e la risoluzione di qualche interessante puzzle ambientale.
Durante l’avventura vestiremo solo i panni del forzuto Monkey, guidando Tripitaka, quando ce ne sarà bisogno, attraverso un comodo menù radiale attraverso il quale sfruttare alcune sue capacità.
La ragazza potrà utilizzare il suo bracciale per aprire porte, attirare l’attenzione dei nemici, curare Monkey e potenziarne l’equipaggiamento, dandogli la possibilità di spendere le sfere raccolte distruggendo i droidi nemici ed esplorando i vasti livelli di gioco.
La combinazione di forza bruta ed arguzia dovrà poi essere utilizzata per risolvere i molti enigmi ambientali ai quali ci troveremo di fronte nel corso dell’avventura, partendo dal semplice sollevamento di rottami fino ad arrivare ad azioni complesse come l’attivazione simultanea di leve.
Infine dovremmo spesso sfruttare la stazza della minuta Trip per lanciarla oltre ostacoli o su piattaforme sopraelevate in maniera da farle esplorare ed analizzare la zona o attivare meccanismi che permettano anche a Monkey di passare.
Il nostro forzuto eroe (re dell’arrampicata) se la potrà comunque cavare sfruttando le sue doti funamboliche, finalizzate anche ad un’esplorazione metodica degli scenari (spesso molto vasti) alla ricerca di questo o quel segreto.
In buono stile Ninja Theory, in ogni caso, l’avanzamento nell’avventura si dimostra del tutto lineare, così come limitate ai punti “illuminati” sono le possibilità di arrampicata.
Scelte di questo tipo mostrano, sulle prime, sezioni platformiche estremamente facili dove, sostanzialmente, è necessario soltanto premere un tasto e, tuttalpiù, direzionarlo.
S’inserisce poi, fortunatamente, il fattore “tempo” che, vedendoci saltellare in continuazione da una struttura in rovina all’altra, ci costringerà ad affinare i riflessi se non desideriamo vedere il proverbiale Game Over.
L’elevata teatralità delle fasi d’esplorazione ed avanzamento nei livelli ha però costretto il team a rendere balzi e free climbing totalmente scriptati, non consentendo, come già accennato, di appendersi ovunque ne tantomeno di saltare ove non fosse contestualmente predicato, evitando così anche le proverbiali cadute per salti finiti corti.
Tra un’evoluzione e l’altra ci sarà ampio spazio per i combattimenti, un aspetto davvero molto approfondito ed importante di Enslaved.
La meccanica degli scontri sarà affidata al proverbiale schema di controlli che prevede combinazioni di attacchi deboli e potenti, parata, schivata ed uno speciale colpo caricato in grado di stordire i nemici per un certo intervallo di tempo.
Con il procedere dell’avventura ed il potenziamento combattivo di Monkey il sistema evolverà, dandoci la possibilità di inanellare contromosse ed utilizzare il bastone per sparare dardi energetici o elettrici, in grado di danneggiare o stordire i robot.
L’ottima varietà riscontrata è però figlia anche e soprattutto di una folta schiera di nemici diversi, caratterizzati da punti di forza e debolezza unici, ed in grado di mettere alla prova l’abilità del giocatore.
Alcuni, ad esempio, non verranno storditi dalle scariche elettriche, altri potranno essere abbattuti con un solo, accurato, colpo ed altri ancora dovranno essere giustiziati (in maniera, guarda caso, ultra-spettacolare) in maniera tale da prendere possesso delle loro armi.
Buona è parsa, anche a livello normale, l’IA che ne governa i movimenti; i droidi, infatti, non si sono mai limitati ad attaccare a testa bassa o subire i colpi del nostro beniamino ma hanno sempre tentato di parare/schivare e contrattaccare o ripararsi/fuggire quando colpiti da fuoco pesante.
Nel corso della nostra prova abbiamo potuto affrontare anche un paio di mini-boss ed un boss vero e proprio.
Gli scontri, per quanto non impossibili, hanno richiesto quella certa dose d’intelligenza delineata dai canoni stessi del genere, che richiede l’osservazione dell’ambiente e del comportamento dell’avversario prima d’agire.

Quando la tecnica fa la differenza

Come auspicato osservando la precedente produzione Next Gen del team (Heavenly Sword), ci siamo ritrovati in Enslaved ad osservare un comparto tecnico decisamente sopra le righe, soprattutto per quanto concerne la forma artistica.
Gli scenari sono infatti disegnati in maniera stupefacente, rievocando alla perfezione quel senso di solitudine tipico delle vicende in cui l’eroe si trova ad affrontare un mondo desolato.
L’eccellente modellazione poligonale degli elementi è seconda solo alla pulizia dell’orizzonte visivo che, in Odyssey To The West, regala alcuni scorci davvero esaltanti.
Leggermente sottotono, seppur solo in alcuni frangenti, la texturizzazione ambientale, certamente non aiutata da una palette di colori troppo satura e da un marcato effetto bloom derivante da una gestione non sempre bilanciatissima dell’illuminazione.
Shader, mappe superficiali ed effetti particellari fanno comunque chiudere un occhio sui microscopici difetti dovuti, probabilmente, anche ad un codice non ancora pienamente rifinito.
Si stagliano infine al di sopra di gran parte delle produzioni odierne i modelli poligonali dei personaggi, realizzati a regola d’arte ed animati magistralmente, soprattutto grazie alle avanzate tecniche di motion capture che hanno permesso la riproduzione praticamente perfette delle varie espressioni facciali.
Va precisato però che l’elevata qualità delle animazioni e la loro spettacolarità durante arrampicate e combattimenti è dovuta anche alla loro natura quasi totalmente scriptata; una scelta non del tutto condivisibile ma, pad alla mano, estremamente appagante.
Per quanto concerne il comparto sonoro sottolineiamo, in particolare, il pregevole doppiaggio in italiano, che si fregia di un livello recitativo dalla qualità quasi cinematografica.

Enslaved: Odyssey to the West Passato quasi in sordina sino alla GamesCom Enslaved si configura invece come uno dei prodotti più caldi della stagione autunnale. Un mix di accessibilità e varietà che potrebbe rendere felici sia i puristi dell’action adventure (soprattutto grazie ad una longevità che si profila ben oltre le canoniche dieci ore), sia ai meno avvezzi alla sfida, che troveranno in Odyssey To The West un gradevole passatempo dopo una faticosa giornata di lavoro. Nonostante le ottime premesse ci riserviamo d’esaminare anche la seconda parte dell’avventura, per testare ancora l’evoluzione del gameplay e, soprattutto, della trama che sinora è stata appena introdotta.

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