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Hands on Homefront

Provato il primo livello del single player

hands on Homefront
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc
Nicolò Pellegatta Nicolò Pellegatta va matto per il chinotto, i fumetti europei (anche quelli francesi), non sopporta le code. Ha un debole per i videogiochi giapponesi, ma Kojima proprio non gli sta simpatico. Apprezza i giochi di breve durata, ma poi finisce sempre per iniziarne uno da 40 ore! Dissuadetelo su Facebook, Twitter o su Google Plus.

La ricetta fondamentale di Homefront, talentuoso FPS sviluppato da Kaos Studios e atteso per Marzo 2011, risiede interamente nella costruzione di un gameplay semplice e credibile. Non si mettono nelle mani del giocatore le sorti del mondo e nemmeno lo si circonda di truppe d'elite, né lo si vuole protagonista di intrighi politici sulla scacchiera internazionale.
In Homefront non ci sarà nessuna posizione strategica da conquistare, né termovalorizzatori da far saltare in aria, così come battaglie campali da rivivere in tutta la loro filmica spettacolarità. E' tutto molto più semplice, ci avvisa Jeremy Greiner, palestrato sviluppatore dello studio newyorkese: le missioni non si devono dispiegare secondo una varietà di obiettivi uno più irreale dell'altro, tra inseguimenti in motoslitta, cecchinaggio folle dal terzo etage della Torre Eiffel, portaerei da abbattere a millanta miglia all'ora.

Home is where the war is

Homefront parla più di resistenza e guerriglia, che di sparatorie armati di tutto punto. C'è da proteggere la propria casa piuttosto che annichilire al fosforo quelle altrui: è tutto molto terra terra l'impianto ludico della fatica Kaos Studios. La guerra irrompe nel quotidiano e trasforma semplici popolani (o meglio ex piloti d'elicottero come nel nostro caso) in difensori della patria.
E' questo anche il succo della sceneggiatura che muove tale pachiderma in Unreal Engine III: incastonata nella sensazione soverchiante trasmessa dal gameplay, la trama immagina gli Stati Uniti invasi dalla Corea del Nord nel 2027. Uscita dalla penna di uno dei più apprezzati scrittori di Hollywood, John Milius (Apocalypse Now, Conan il Barbaro), Homefront dipinge un futuro assolutamente possibile e coerente con le dinamiche geopolitiche attuali, strizzando l'occhiolino al da lui scritto e diretto Alba Rossa.
Per quanto Milius provenga dagli ambienti cinematografici, ha saputo immediatamente fornire profondi suggerimenti ai ragazzi di Kaos Studios, cogliendo prontamente che l'aurea da salvazione del mondo promossa dai Call of Duty è roba scadente: rendetelo umano e vi sembrerà molto più reale, rendetelo credibile e sarà di gran lunga più coinvolgente.

Una storia di sopravvivenza

Nella mente di Miluis e Kaos Studios la ventata di cambiamenti promessi dall'amministrazione Obama scema ben presto e s'eclissa con il 2013, quando ha termine il mandato presidenziale. I mutamenti ambientali congiunti a una situazione economica drastica, riconducono le aree del mondo a un isolazionismo pre-globalizzazione: l'America perde l'alleato Europa, non frapponendo alcuna resistenza alla crescita economica del continente asiatico, sospinta dalla locomotiva che si chiama Repubblica Popolare Cinese.
E' in questo clima di teso dialogo che Kim Jong-Il, leader della Corea del Nord, lascia le redini dello Stato al figlio Kim Jong-Un, appena prima di passare a miglior vita nel 2012. Il nuovo leader si dimostra ben più aperto del genitore e avvia un tavolo di discussione con l'Occidente, guadagnando un favore tale da portare a compimento un obiettivo storico: l'unificazione della Corea del Nord con la più sviluppata tecnologicamente Corea del Sud. Un ricongiungimento dettato da interessi pacifici, ma sotto sotto i coreani non hanno abbandonato le loro velleità di dominio sull'area pacifica.
Nel 2018 la Greater Korean Republic muove all'assalto del Giappone e lo conquista sotto la minaccia atomica: altri stati dell'orbita giapponese sono costretti a riconoscere la superiorità coreana e accettare la sottomissione.
Da qui Kim Jong-Un inizia a pensare in grande e prepara un attacco al cuore dell'Occidente, gli Stati Uniti. L'esercito è di dimensioni cospicue, stolto quanto basta per obbedire ciecamente ai superiori, spietato a sufficienza per non avere tenerezza di donne e bambini. L'occupazione degli Stati Uniti si consuma in appena un biennio, tra il 2025 e il 2027: al termine di quest'ultimo anno i coreani controllano l'intero suolo che va dalla costa del Pacifico al Mississippi, terra ora nomata Democratic People's Republic of America, Stato fantoccio che di democratico non ha proprio nulla.
E' proprio in un minuscolo centro del Colorado di nome Montrose che il gioco ha inizio: Robert Jacobs, il protagonista, s'aggira per il suo barricato monolocale finchè all'atto di abbandonarlo per vedere un po' che succede nelle strade del centro abitato, viene fermato da tre guardie della KPA, l'esercito coreano, le quali gli intimano di collaborare con l'esercito occupante o altrimenti di raggiungere una più "comoda" cella di detenzione. Jacobs non è uno che spunta sulla bandiera a stelle e strisce e preferisce affrontare la sorte della prigionia piuttosto che dare una mano ai musi gialli.
La visuale in prima persona racconta sempre gli eventi dalla prospettiva del protagonista della vicenda: amando alla follia lo story telling di Half Life, i Kaos Studios hanno scelto di raccontare la guerra prossima ventura dalla posizione più immersiva ed emozionalmente destabilizzante. La scena successiva è sull'autobus che conduce alla prigione: siamo ammanettati a una sbarra di metallo e seduti composti sul sedile da parte al finestrino. Oltre il vetro della vettura è il caos: gente pestata a sangue, famiglie divise a forza, civili in attesa di fucilazione, bambini piangenti sui corpi crivellati dei loro genitori, cadaveri grondanti di sangue trascinati lungo i marciapiedi a ridosso dei boulevard. Si rimane sbigottiti di fronte al crudo realismo con cui viene proposta la disamina bellica: ci sono i forti destinati alle peggiori nefandezze e i deboli destinati a soccombere nelle maniere meno dignitose. C'è sopratutto la tranquilla vita di provincia massacrata dai sogni di un mitomane.
Il bus prosegue la propria corsa nella valle della morte finchè non incappa in una mina ben piazzata, salta per aria e con loro le guardie carcerarie. Essendo ben seduto nella parte di coda della vettura il nostro Robert Jacobs rimane solamente un po' scosso, ma fortunatamente illeso. La visuale per i secondi successivi all'esplosione si fa distorta fintantoché non focalizza due militari dell'esercito USA, i probabili dinamitardi, in prima linea nell'aiutare il giocatore a divincolarsi dalla carcassa di lamiera. Una pistola giace a terra. Si entra in un edificio, ci si assicura che sia assolutamente privo di comunisti, si abbatte la porta sul retro: faccia a faccia con i dannati coreani, un paio di colpi ben assestati e si può raccogliere una loro mitraglietta. Meglio così: le fasi successive di gioco seguono un approccio lineare, una progressione sottolineata da momenti scriptati, ma resi più credibili da una buona Intelligenza Artificiale che assegna precisi compiti ai nemici nell'atto di porre fine alla fuga tra i sobborghi di Montrose, Colorado. Discorso differente per i due partner bellici, i quali tendono ad occupare le uniche coperture disponibili lasciando il giocatore spesso alla mercè dei colpi nemici.
All'ignoranza degli scontri a fuoco, conditi da mirini di precisione e bombe C4, si aggiungono sovente degli obiettivi da guadagnare in fase stealth. Nulla di incongruente con le basi degli sparatutto: dovendo anzitutto adattarsi e sopravvivere, la scelta di salvare la pellaccia ha più significato del concetto di sacrificio per la patria.
Le sparatorie sono serrate, ben impostate, assomigliano ai modi e tempi della serie Call of Duty, ma il paragone non riduce la validità del lavoro di Kaos Studios: il loro obiettivo è raccontare una guerra fattibile, dalla parte di chi non ha alcuna esperienza in fatto di scontri tra fanteria. Una sfida alle sceneggiature videoludiche odierne più che un assalto alla fortezza di Activision.
La prova del primo capitolo del gioco ha termine con la difesa di una villetta dalle bianche mura e dal canestro sopra il garage: mentre alcuni militari portano in salvo i civili asserragliati nella dimora, Robert Jacobs e la sua squadra hanno il compito di ricondurre a più miti consigli gli assalitori dagli occhi a mandorla. L'esercito ci fornisce un tank radiocomandato da gettare nella mischia, capace di agganciare un target attraverso complicate rilevazioni satellitari e sparare un razzo dal proprio cannone a comando del giocatore. Eliminate le camionette della KPA, deflagrate con loro le truppe appiedate e garantitevi una sicura via di fuga da questo inferno allestito tra i monti del Colorado.

Homefront Rispetto all'invasione dei Chimera in Resistance 2, Homefront affronta il dramma di una guerra il più reale possibile sbattuta direttamente sulla soglia di casa. Homefront porta la guerra nel quotidiano, mette un fucile in mano a chi il giorno prima consegnava il giornale o mungeva il latte tutte le mattine. Homefront prevede un futuro non più basato su pace e cooperazione economica, ma su relazioni interstatuali imposte con la forza delle armi e con la minaccia atomica. Il primo livello del Single Player ci ha lasciati sbigottiti per la carica che dispiega l'FPS di Kaos Studios: tacciamo su eventuali giudizi tecnici avendo testato il prodotto nel suo codice pre-alpha, ma se gli sviluppatori saranno in grado di variare la formula (chi ha detto veicoli?) senza tradire le prerogative iniziali Homefront avrà tutto il diritto di essere ben accolto tra i ranghi degli appassionati di guerre simulate digitalmente.

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