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Hands on Journey

La Beta di Journey ci lascia senza fiato

hands on Journey
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Ps3
  • PS4
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Journey è uno di quei videogiochi che riescono a farti innamorare. E' l'approdo di un “viaggio creativo”; una splendida visione concettuale che prende forma e si concretizza di fronte ai nostri occhi.
Journey è anche una sfida, per il talento strabordante di Jenova Chen. Dopo averci stupito coi cromatismi di Flower, con una poesia videoludica principalmente concettuale e visiva, oggi il brillante Game Designer decide di misurarsi con una struttura più solida, quasi “avventurosa”. Ma decide di farlo senza piegarsi alle leggi della “logica di genere”. Anzi, avvicinandosi a quelle bellissime “alterità” che hanno popolato la storia videoludica recente. Se dovessimo pensare ad un videogioco che in qualche modo sembra assomigliare a Journey, nomineremmo ad esempio uno dei capolavori dell'era 128 Bit: quell'ICO di Fumito Ueda che ancora alberga nei nostri cuori.
Perchè anche Journey, in fondo, è un adventure game che parla di solitudini, e comunica più con i silenzi che con le parole. Trasmette emozioni non comuni conducendoci dolcemente all'interno di una desolazione cromatica, di un panorama arido. Sullo sfondo di Journey c'è la tragedia: il declino inesorabile di un popolo, di una civiltà, di una cultura. Ed è proprio impersonando una delle ultime schegge di un'etnia scomparsa, che si ritrova in fondo la capacità di ammirare la bellezza dei ricordi.

Sabbia

Un accordo tenue, perfetto, cresce lentamente mentre sullo schermo ci abbaglia il riflesso del sole. La sabbia del deserto è come uno specchio, un mare in tempesta, sconquassato dai venti che ne solcano la superficie. Ed è un alito di scirocco, venuto chissà da dove, che ci conduce fra le dune e gli avvallamenti di una distesa inesauribile di sabbia e polvere. Fino a farci incontrare un'esistenza strana, fragile, delicata.
Siamo noi.
Questo essere ieratico, antico quanto il tempo, fatto solo di ombra e tessuto. E' seduto, e solo.
Ruotiamo lievemente il Joypad per spostare la visuale, finchè quest'esistenza liminale si alza e si muove con fatica sul dorso di una duna, mentre incliniamo in avanti lo stick analogico.
Arriviamo alla sommità. La telecamera indugia, arretra qualche attimo, fino ad alzarsi di scatto per rivelare in tutto il suo splendore una montagna lontana. Sulla sua vetta scintilla una luce: ha qualcosa di sacro, di magico. Questa è la meta del nostro viaggio. Non servono parole: sappiamo che dobbiamo andare fin là. Desideriamo arrivare fin là.
Comincia così il nostro cammino, mentre attraversiamo le prospettive di un deserto che pare senza fine. Il viaggio, lo sottolinea la titolazione, è il vero protagonista di questa preziosa perla videoludica. Quello che attraversiamo è di fatto un percorso dell'anima, tanto più ricco di sfumature quanto più incline sarà il videoplayer a subire il fascino della scoperta e del mistero. Non diremmo che quello di Journey è un viaggio di formazione: è, invece, un lungo “safari emotivo”, che ci conduce di scenario in scenario per risvegliare nel nostro cuore impigrito calde suggestioni e agrodolci malinconie.

Preghiere nel vento

A livello ludico, il titolo è davvero esile. Ci si muove nel deserto, esplorando le strane rovine di una civiltà che un tempo fu maestosa e vitale. Poche le azioni che possiamo fare. Librarci nel vento, fluttuando per qualche secondo, dopo aver raccolto i frammenti di tessuto che svolazzano nei vortici del deserto. Oppure emettere una nota, semplice, trattenuta, con cui risvegliare antichi arazzi su cui si è depositata la polvere del tempo. Concettualmente, la vicinanza con Flower è evidente: nel momento in cui i morbidi tessuti che rappresentano la gloria di un'epoca perduta materializzano i loro ricami quasi magici, sembra di essere lì a risvegliare una forza sopita. Nella seconda opera di Jenova Chen non era altro che la forza della natura; qui sembra più che altro quella di una devozione che non conosce ostacoli. Ma se il vortice di fiori aveva il potere di risvegliare il creato, le timide note del protagonista di Journey hanno invece la forza più “interiore” delle preghiere. L'estasi di Journey è più timida, introversa.
Ma non meno affascinante. Anzi, è amplificata proprio dal nuovo rapporto che si instaura con l'ambiente. Mentre si solcano le onde tiepide di questo mare di sabbia, scivolando sulle convessità delle dune, un senso di smarrimento comincia a farsi strada, strisciante. Ad ogni nuova scoperta, dunque, siamo quasi rinfrancati: rinvenire le ultime rovine di un luogo di culto, o le caverne segrete che custodiscono qualche segreto, diventa quasi una necessità. Ecco allora che l'esplorazione metodica acquista un ruolo fondamentale: e andiamo alla ricerca di frammenti di tessuto che ci permettono di prolungare la durata del “salto”, o di alcove segrete in cui ci viene narrata la storia della nostra civiltà. Con semplicità disarmante, immagini e suoni ci raccontano di una piaga (una guerra?) che ha decimato la popolazione, e di come il deserto abbia ricoperto lentamente le città un tempo gloriose.
Avrete capito, in ogni caso, che Journey è un titolo in cui la componente prettamente ludica è molto esile, e resta quasi in disparte. Il senso di sfida praticamente non esiste, e quello che il prodotto si “limita” a fare è giocare con l'ideale monotonia di un panorama secco e sterile per meravigliare a più riprese lo spettatore. E' proprio nella pienezza degli scorci visivi che si trova un'altra delle eccellenze di Journey. Muoviamo i primi passi in quello che è un cimitero desolato e opaco, ammantato da un pulviscolo denso che filtra i raggi del sole. E scopriamo poi, guidati da una strana entità dal fare sacerdotale, l'esorbitante bellezza dei resti cadenti di un antico ponte. L'enormità dei pilastri, che si ergono statuari e conducono all'ingresso di una vecchia cittadella, ci meraviglia ogni volta che la telecamera inquadra tutta la vallata.
Anche l'ultima sessione di questa breve Beta ci incuriosisce. Navighiamo senza meta sulle distese roventi del deserto, ma il colore della sabbia è leggermente diverso. Avvicinandoci ad una strana roccia, risvegliamo un altro strano essere di tessuto. E' una sorta di aquilone, che si libra leggero come un uccello. Ce ne sono altri, più avanti, che compongono uno stormo elegante. Giocano con noi, se li chiamiamo emettendo le nostre note gentili: ci trascinano, persino, sul loro dorso, in direzione delle prossime rovine. Si tuffano nella sabbia, riemergono fra mille spruzzi dorati. E' - anche questo - uno spettacolo dolce e bellissimo.
E proprio prima che il nostro breve viaggio termini, scopriamo una nuova zona di questo deserto senza fine. Si tratta di rovine buie, meccaniche, avvolte da una tempesta così fitta che impedisce alla luce di illuminare il profilo di questo strano palazzo.
La beta di Journey si interrompe, lasciandoci con sensazioni che poche altri videogiochi hanno risvegliato.

Noi due. Soli.

Possibile che l'aria magica di Journey abbia reso “delicato ed espressivo” anche il Multiplayer del gioco? Decisamente. Mentre esploriamo le distese di sabbia, sarà infatti possibile incontrare altri giocatori. Ma solamente uno alla volta, e senza la necessità di seguirlo ad ogni costo. Potremo così imbatterci in spiriti affini, che si attarderanno con noi per perlustrare attentamente ogni centimetro delle locazioni. Oppure in frettolose esistenze che corrono veloci, fino ad allontanarsi così tanto da scomparire all'orizzonte. Ci muoviamo assieme a loro, tentiamo di dialogare con suoni primordiali; ma anche “l'incontro”, in Journey, ci fa riflettere sull'incomunicabilità e sulla solitudine.

Journey Journey è un assoluto capolavoro di stile e di design. É l'ultima tappa di un percorso creativo che è nato nelle profondità dell'oceano, ha abbracciato lo splendore della Natura, e si misura adesso con la storia dei popoli, con la trasmissione del sapere e con la potenza evocativa del ricordo. Non è un videogioco come gli altri, e forse neppure un gioco nel senso più stretto del termine. That Game Company traccia piuttosto un percorso che l'utente può seguire coi ritmi imposti dal proprio gusto e dalla propria curiosità, attraversando quelli che appaiono come bellissimi “scenari interiori”. Journey è un viaggio viscerale, titanico, universale. Anzi, è il paradigma stesso del viaggio, che si anima grazie alla meraviglia della scoperta, al fascino dell'ignoto, ad un lento processo di arricchimento morale. I pochi minuti in compagnia della beta ci hanno convinto di avere per le mani un prodotto semplicemente imperdibile.

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