Hands on Need for Speed: Hot Pursuit

Provato a Londra il multiplayer

hands on Need for Speed: Hot Pursuit
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Wii
  • Ps3
  • iPhone
  • Pc

Ritorno al passato. Ai giorni in cui velocità, macchine da sogno e paesaggi da cartolina erano tutto, e forse qualcosa in più. Erano un’idea di gioco. Brillante, genuina, perfettamente in grado di riscrivere i fasti visionari degli anni ’80 (Out Run, Chase HQ) in chiave moderna. L’anno era il 1994. L’anno delle mascelle per terra. E di 3DO che proiettava su schermo il primordiale “bisogno di velocità”.
Ora, che Matt Webster -Producer dell’attesissimo Need for Speed: Hot Pursuit- citi con regolarità l’antesignano retrogame in questione è tutto fuorché casuale. La fase transitoria è bella che conclusa. Il ritorno in auge dei racing game conclamato. E i gusti degli amanti delle corse arcade? Integri, cristallini, solidi come il boato di un motore a dieci cilindri. A mutare semmai, e radicalmente, è l’interfaccia. Per raggiungere la corrente connected generation basta però seguire i segni sull’asfalto a 32 bit lasciati dal capostipite sedici anni fa, senza dileguarsi in scorciatoie pericolosamente simili a vicoli ciechi, soprattutto se chiamate ProStreet o Undercover.
Siamo volati a Londra, nel quartier generale di EA, per valutare se la cura Burnout stia dando i risultati sperati. E dopo la prova della modalità multiplayer, possiamo ben dire di aver trovato il paziente praticamente rinato.
Need for Speed è morto. Lunghissima e paradisiaca vita a Need for Speed: Hot Pursuit.

Prima di partire, qualche appunto generale. Parliamo di proporzioni. La mappa di Need for Speed: Hot Pursuit surclassa quattro dicasi quattro volte l’estensione di quella di Burnout Paradise. Seacrest County è un omaggio agli eccessi stilistici e ai merletti estetici cuciti a propria misura del primo Need For Speed, con la chiara intenzione di far brillare le pupille dei giocatori, immergendoli in scenari da cardiopalmo. Miglia su miglia di strade che si inerpicano tra zone costiere, montane, desertiche e forestali.
La diversità tra il caotico groviglio di vie di Burnout Paradise e i (quasi) circuiti di Need for Speed: Hot Pursuit è subito sottolineata da Matt Webster, che pone un distinguo importante: laddove nel primo vigeva un caos controllato e legato a doppio filo al gameplay (takedown), qui a fare da sostrato è il piacere di guida, sebbene spericolata e ai limiti della fisica. Percorsi funzionali alle derapate controllate e furiose, ai controsterzi da antologia e zeppi di scorciatoie e stradine secondarie intersecanti. Il traffico cittadino è presente ma limitato (il che non significa che non faccia imbestialire di tanto in tanto): l’attenzione è interamente rivolta sul giocatore.
Centinaia gli eventi sbloccabili, ognuno caratterizzato da un numero variabile di competizioni e di modalità di gioco (time trial, hot pursuit, interceptor e race, tra le altre ancora da rivelare), mentre il parco auto per ora ammonta ad una settantina abbondante di bolidi a quattro ruote. Lamborghini, Dodge, Porsche, Zonda Pagani, Nissan, McLaren sono pezzi di storia automobilistica che fomentano la salivazione di ogni appassionato.
Pure godurie digitali.
Altro puntello capitale, la sinergia con la rete. La progressione in Need for Speed: Hot Pursuit accoglie al proprio interno tanto le scorribande in single quanto in multiplayer, senza una qualsivoglia distinzione.
Ampliando concetti già presenti nel recente Blur, il gioco Criterion utilizza un’interfaccia facilmente digeribile ad una generazione che ha da tempo interiorizzato fenomenologie come Facebook.
Cosa stanno combinando i miei amici? Quali sono i loro record? In quale tracciato di Need for Speed: Hot Pursuit sono degl’autentici manici? Autolog ha la risposta. Un social network a misura di racing game, capace di monitorare e tracciare le perfomance degli amici in lista, aggiornando poi il giocatore degl’altrui progressi tramite agili avvisi on screen.
Inoltre, è possibile caricare il proprio profilo sul sito ufficiale, confrontare le proprie gesta con quelle degli amici e ricevere gli avvertimenti di Autolog anche se non si è nel gioco. Un modo come un altro per mantenere sempre accesa la sfida, perché non c’è nulla di più soddisfacente di un amico battuto che si disconnette in preda ad un nervosismo da camicia di forza. Magari proprio pochi minuti dopo aver pubblicato sulla bacheca di Need for Speed: Hot Pursuit la foto immortalante il suo ultimo record, con sberleffi al nostro indirizzo annessi. Hai toppato, amico. Autolog raccomanda di non riprovarci più.

Ti aspetto poco più avanti...

Negli studi londinesi di Criterion abbiamo testato le modalità cardine del multiplayer di Need for Speed: Hot Pursuit: Interceptor e Race. Otto giocatori simultaneamente.
La prima, un classico: Cop vs. Racer. Logico pensare che la situazione ideale incontri un’equa ripartizione dei compiti, con quattro poliziotti e quattro corridori in pista. L’autobilanciamento del gioco consente anche suddivisione meno precise, senza intaccare per questo l’equilibrio del gameplay.
Se si sceglie di stare al di là della legge, l’unica regola valida è scappare. E consumare il pedale dell’acceleratore. Facendo numeri da circo per caricare la barra del boost, come Burnout insegna.
Il gioco, com’era logico aspettarsi da un prodotto Criterion, ricalca in pieno le orme arcade della serie, perfezionandole con la cura tipica già assaggiata nella serie Burnout. Come Yu Suzuki va predicando da quasi venticinque anni, le derapate controllate sono la chiave del successo di una buona gara. I mostri di potenza porgono la guancia ad uno schema di controllo fortemente arcade, pur non rinunciando a qualche inflessione “verosimile” soprattutto in controsterzo e nella distribuzione dei (pochi) carichi durante le manovre più impossibili. Inoltre, seppur lontanissime (e forse qualcosina di più) dalla precisione comportamentale di giochi come GT5 o Forza 3, le supercar in questione si differenziano in parametri quali velocità, peso, stabilità in maniera del tutto coerente.
Detto ciò, potremmo usare ventimila caratteri e non riusciremmo comunque a veicolare l’eccellenza del modello di guida. La summa dell’esperienza Criterion distillata in un brand che non le appartiene e che in fondo non è di nessuno.
Eludere i segugi vestiti da poliziotti è un’impresa complicata, soprattutto quando ad intralciare la strada sopraggiungono altri racer disposti ad ogni bassezza pur di far propria la gara. La padronanza del mezzo è utile quindi almeno quanto saper sfruttare le scorciatoie che costellano i vari percorsi, sovente caratterizzate da imbocchi davvero improbi e, in definitiva, parecchio bastardi.
Inoltre, i power up. Via d-pad, e giocando come racer, si dispone di una nitro devastante, strisce chiodate, laser EMP e radar jammer per eludere gli attacchi nemici (sia parte dei cop che degli altri racer). Ogni arma è utilizzabile un limitatissimo numero di volte, quindi è bene ponderare quando e come sprecarle, tenendo a mente che a differenza dei prodotti made in Japan Need for Speed: Hot Pursuit palesa un effetto elastico prossimo allo zero. Le capacità di guida e strategica del giocatore sono gli unici basamenti su cui costruire una vittoria: la cpu, in pratica, lascia tutti al proprio destino.
Ogni auto, inoltre, può subire un numero determinato di danni, pena la distruzione del veicolo e l’estromissione della gara. Occhio quindi agli incidenti, agli scontri fortuiti col traffico cittadino, e alle sportellate da takedown fuori luogo o controtempo.
Durante la gara però, i danni interessano unicamente l’estetica del veicolo, senza comprometterne la guidabilità. Occhi puntati quindi sulla damage bar: la sottile linea di confine tra la vittoria e lo sfasciacarrozze.
Giocando come poliziotti, di converso, il fattore strategico e soprattutto la coordinazione con gli altri corridori diventa quasi indispensabile. A differenza dei racer, radar jammer e nitro vengono rimpiazzate da posti di blocco e supporto aereo. L’approccio è quindi diverso. Non si corre più verso l’orizzonte, ma in quello stesso orizzonte ci si acquatta, magari sulla banchina, aspettando il racer di turno. Correre veloce non è sufficiente: è utile invece elaborare una strategia, soprattutto coi compagni, da spalmare sull’intero numero di giri che prevede la gara. Una politica di gioco più attendista ma non per questo meno furiosa. Parcheggiare un racer a lungo inseguito contro un guardrail non ha veramente prezzo, così come vederlo girarsi con i pneumatici squarciati simpaticamente da un altro cop.
Qui non si vince, si distrugge. Una regola fondamentale dei videogiochi di genere che Criterion ha riproposto in maniera eccellente. In prima istanza, pensavamo che l’utilizzo della armi anche da parte dei racer avrebbe sbilanciato il gameplay. Un dubbio ampiamente smentito dalla prova su strada. Fortunatamente.
Durante la modalità Race, di converso, i power up non sono attivabili, e tutto poggia sull’abilità al volante del giocatore. L’estrema velocità di gioco, la varietà dei percorsi, la presenza delle scorciatoie e di un traffico cittadino volutamente infame (rimarcabili, e spiccatamente retrò, le manovre elusive dei cittadini in preda al panico, così come i posteggi nel ben mezzo della dannata carreggiata).
Una tensione arcade acuita nelle ore notturne, quando la visibilità ridotta rende ogni curva potenzialmente letale.

Stilisticamente, Need for Speed: Hot Pursuit è un autentico spettacolo per gli occhi. Frame rate, particellari, distorsioni dovute al calore, sostanziano una ricostruzione poligonale (una rilettura arcade) delle vetture e degli scenari semplicemente da applausi. La sensazione terrificante di velocità chiude un quadro di assoluto prim’ordine, per quello che si candida esteticamente come uno dei migliori racing di questa generazione.
L’unica questione aperta sosta in alcune texture utilizzate per lo sfondo, che da qui all’uscita saranno oggetto di una discreta ripulitura.
Eccezionale, a dir poco, la sinfonia dei motori, campionata con perizia maniacale. Musica per le orecchie di Everyeye.it!

Need for Speed: Hot Pursuit Need for Speed: Hot Pursuit è, senza mezzi termini, un titolo da prenotare seduta stante. In un solo colpo, Criterion riporta agli antichi splendori una saga dalle molte (troppe?) facce, mischiandola con la pulizia di Burnout. Un mix esplosivo, e soprattutto ben bilanciato, in grado di ammaliare l’occhio del giocatore, e appagarne la voglia di correre. Altre modalità saranno rivelate nel corso del prossimo mese: restate su Everyeye.it per scoprire quali.