Intervista Il mio nome è Bode

Intervista a Fabrizio Tavassi, esperto giocatore di Tekken, sulla competizione e dipendenza videoludica

intervista Il mio nome è Bode
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Articolo a cura di
Adriano Della Corte Adriano Della Corte Da quando ha ricevuto in regalo il suo primo Gameboy all'età di 5 anni, non ha mai smesso di giocare. Grande appassionato di platform e di epiche avventure. Cercatelo su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Il Gamecon di quest'anno, oltre ad offrire ai giocatori numerose oppotunità di gioco, ha avuto un piccolo spazio dedicato ai temi principali del mondo videoludico. Fabrizio Tavassi, un esperto giocatore di Tekken e frequentatore assiduo dei tornei dedicati a livello internazionale, in un incontro all'interno della manifestazione ha discusso di due temi molto attuali nell'universo dei videogames: la competizione e la dipendenza da videogiochi. Gli stessi argomenti sono discussi anche nel suo ultimo saggio "Il mio nome è Bode" edito da Juppiter Edizioni e già in commercio da marzo 2009.

Fabrizio Tavassi

Fabrizio Tavassi, anno 1978, ha conseguito il Cambridge Certificate of Proficiency in English, e il Diploma Superior de Espanol. Tra le sue passioni che comprendono gli scacchi, la pallavolo e la capoeira, c'è quella per il mondo dei videogiochi e dei viaggi, che unisce volentieri durante le numerose partecipazioni ai tornei Europei ed Statunitensi di Tekken.

La competitività

D: Il tuo libro si chiama "Il mio nome è Bode" e tratta aspetti della tua vita legata ai videogiochi. Perché hai scelto questo nick?

R: La scelta di questo nome è nata dopo aver fatto un importante esame d'inglese. Bode in inglese in senso assoluto significa "presagire" ma associato a "Well" o "Ill" significa rispettivamente "propizio" e "sfavorevole". Incontrai questo vocabolo durante alcuni esercizi di preparazione per l'esame, e quando me lo ritrovai proprio durante l'esame, decisi che quello era un segno del destino e decisi di utilizzarlo come mio nickname.

D: Come è nata la tua passione per i picchiaduro?

R: La mia storia con i videogiochi incomincia con i grandi classici di quando ero ragazzino, ovvero Super Mario Bros o Zelda. Poi esplose il fenomeno della sala giochi e mi appassionai a numerosi arcade come Dragon's Lair, Rastan Saga e Tetris. Quando uscì per sala giochi "Street Fighter" di Capcom la mia attenzione si focalizzò su quel genere, soprattutto per il fatto che il titolo offriva una vera e propria competizione non solo contro il computer ma anche con altri essere umani. Ho sempre adorato il rapporto competitivo che si instaura mentre si gioca con la macchina, ma il poter sfidare un altro essere umano era decisamente uno step superiore, poiché il giocatore in carne ed ossa non è limitato dagli schemi preimposti di una I.A. facilmente decifrabili con un po' di pratica. Il vero problema è che divenni ad un certo punto troppo bravo e molti degli altri giocatori presenti nelle sale giochi preferivano risparimare la 200 lire per giocare, invece di sfidarmi. Ma il mio vero inizio fu con Tekken, che introduceva una ambientazione in 3 dimensioni che comportava una difficoltà maggiore.

D: Ti sei appassionato così tanto da decidere di entrare nel mondo dei tornei professionali. Come si fa a diventare un campione di Tekken?

R: Per prima cosa bisogna imparare a memoria tutte le mosse di ogni personaggio. Ma questo ovviamente non basta. Tekken, come altri giochi, si basa sul numero dei fotogrammi che compongono una mossa di un personaggio. Quello che sto per dire magari potrà sembrare assurdo o spaventare chi voglia cimentarsi in questo campo, ma per avere successo durante le sfide bisogna imparare il numero dei singoli fotogrammi per ogni mossa, sia quelli per eseguirla che i fotogrammi che servono per far tornare il personaggio in posizione neutra. Questo lavoro mnemonico serve al giocatore per decidere quale mossa eseguire per colpire un avversario. Lo studio di numerose tabelle numeriche per ogni colpo poi deve essere messo in pratica con un lungo lavoro sul campo, fatto di numerosi scontri con altri giocatori. Non è affatto semplice, anzi è un duro lavoro, ma una volta acquisita la giusta esperienza, i risultati si fanno vedere.

D: Ma quali sono le caratteristiche che fanno un vero campione?

R: Ci sono diversi elementi che contribuiscono al successo di un giocatore durante i tornei. Tra i fondamentali, quali la manualità, la capacità di adattamento e l'esperienza, forse quella più importante è il controllo dell'emotività. Anche farsi assalire dalle emozioni per un momento mentre si sta sfidando un avversario può essere fatale. Proprio i più grandi giocatori, non solo di picchiaduro, sono quelli che durante il gioco sono impassibili, si focalizzano solo sull'azione sullo schermo, e azzerano il loro status emotivo. E la cosa non è sempre facile. Giocare delle partite fondamentali con altri grandi giocatori, in sale gremite di appassionati, fa brutti scherzi all'emozione.
Poi ovviamente c'è sempre quel pizzico di fortuna che si confonde con l'abilità del giocatore che non guasta mai.

D: A proprosito del controllo delle emozioni, hai mai perso il controllo o assistito a qualcuno che perdesse le staffe per aver subito una sconfitta?

R: Io personalmente no, ho sempre mantenuto un certo autocontrollo delle mie reazioni, anche nei momenti più negativi e frustranti. Ma basta guardare su internet per accorgersi che di gente completamente alienata dal contesto reale ce n'è parecchia. A molti penso sia capitato di lanciare un pad per terra o di dare un pugno a mobili o muri nei momenti più frustranti, ma a volte si supera quel limite nel pensare di stare solo giocando e che il tuo scopo primario dovrebbe essere solo divertirti.

La dipendenza

D: Il secondo tema che tratti nel tuo libro è la dipendenza dai videogiochi. La dipendenza videoludica in cosa differisce rispetto ad altre come fumo o alcool?

R: Sicuramente i meccanismi e le cause che la scaturiscono sono differenti. Rispetto alle dipendenze relative alla droghe, sebbene si instauri lo stesso meccanismo di dipendenza, il giocatore si impunta contro la macchina, in una accesa sfida contro il computer. Senza accorgersene, si viene traspostati in un mondo dove l'ambiente esterno, le altre persone, non esistono più. Anche il dover svolgere azioni differenti da quelle del solo giocare, risultano essere solo un ingombro, e così ci si ritrova ad esempio a mangiare con il pad in mano, oppure a fare lunghe sessioni di gioco senza andare al bagno o dormire.

D: Quali sono i meccanismi che entrano nel processo di dipendenza?

R: Ci sono diversi tipi di meccanismi. Il più semplice è quello audio-visivo. A chi non è capitato per esempio dopo una sessione di gioco, di avere in teste le musiche che continuano a suonare, oppure chiudere gli occhi prima di dormire e rivedersi scorrere le immagini di gioco?
Un meccanismo micidiale che miete moltissime vittime è poi il game rate. Il game rate non è altro che quella percentuale che compare vicino al file di salvataggio che ci indica il grado di completamento del gioco. Ci sono persone che dedicano intere giornate della propria vita a risolvere sottomissioni e minigames per riuscire a recuperare oggetti o superare determinati obiettivi per raggiungere il 100% di completamento del gioco.
Anche l'online, sebbene sia una fantastica tecnologia, che ci permette di giocare con persone dall'altro capo del mondo, è responsabile da solo dell'incremento del fenomeno della dipendenza. Con le partite online non esiste alcun limite al gioco, e le strutture di gameplay costruite attorno ad esso sono una vera e propria trappola. Basti pensare a i recenti MMORPG come World of Warcraft, che dal 2004 non smette di espandere il suo universo con un numero infinito di quest da risolvere, il che rende l'esperienza di gioco un lungo tunnel senza una via d'uscita.
Anche io personalmente, con l'uscita di Tekken Online, subii il fascino del game ranking mondiale ed ero arrivato al punto di darmi i turni per dormire per non essere superato in classifica dagli statunitensi o dagli asiatici. Ma per fortuna sono riscito ad uscirne velocemente.

D: Come si può uscire dalla dipendenza videoludica?

R: Da soli è impossibile. Per quella fascia di videogiocatori che va dai 6 ai 10 anni, c'è bisogno di un controllo deciso dei genitori. Per i videogiocatori più adulti invece bisogna rendersi conto che è indispensabile riuscire a mantenere i rapporti sociali con il mondo reale. Una partita ai videogames non dovrebbe mai sostituire un'uscita tra amici, o soppiantare una attività diversa. Il videogames sono un passatempo e devono rimanere tali.