Metro Universe: Intervista a Tullio Avoledo

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Tullio Avoledo, autore arruolato da Dmitry Glukhovsky per il progetto Metro Universe.

intervista Metro Universe: Intervista a Tullio Avoledo
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Giovanni Calgaro Giovanni Calgaro è avvocato per sbaglio, ma tuttologo per passione, cresciuto a pane e videogiochi sin dalla più tenera età. Allevato da un commodore 64 non ha mai smesso di stupirsi per l'immensità della forma d'arte videoludica, tanto da sentire molto presto il bisogno di sfruttare l'amore per la scrittura per raccontare, far conoscere ai più e condividere questa meravigliosa passione. Potete sempre trovarlo su Facebook e Twitter, sempre che non sia in qualche aula di tribunale.

Metro 2035, capitolo conclusivo della celebre saga apocalittica creata da Dmitry Glukhovsky, è giunto da poco nelle librerie. Diventata un fenomeno non solo letterario ma mediatico a tutto tondo, Metro rappresenta uno dei più importanti esempi di scrittura collaborativa e di progetto cross mediale, in grado di spaziare dalla fiction letteraria, all'arte, alla musica, al videogioco approdando a Hollywood. Il piano, infatti, è quello di portare la saga non solo su grande schermo...ma anche come serie TV (mantenendo gli asset cinematografici), se la pellicola avrà successo. Inoltre, per i videogiocatori rimasti orfani della serie dopo Last Night, potrebbero arrivare presto buone notizie. Il team 4A Games, responsabile dello sviluppo delle opere già citate, ha recentemente aggiornato la propria pagina Facebook, confermando di essere ancora in attività e di avere grosse novità da rivelare a breve. Negli ultimi mesi, infatti, la società si è ingrandita, assumendo nuovo personale e spostandosi in uffici più ampi. Si vocifera, insomma, che 4A Games stia lavorando adue nuovi progetti, e non è escluso che il team stia sviluppando un nuovo episodio della serie per Deep Silver. Nell'attesa di conoscere quali saranno le novità, abbiamo avuto il piacere di poter scambiare quattro chiacchiere con Tullio Avoledo, autore arruolato da Dmitry Glukhovsky per il progetto Metro Universe che ha già avuto modo di arricchire l'universo espanso con due romanzi ambientati nel nostro paese: Le radici del cielo e La crociata dei bambini.

Come è andato l'incontro con l'universo di Metro 2033? Come ti sei approcciato alla saga e che tocco "personale" hai dato al mondo immaginato da Dmitry Glukhovsky?

Il mio primo contatto con il Metro Universe, come lo chiama Dmitry, è avvenuto giocando a Metro 2033. Avevo appena smesso di giocare a Fallout 3, e a marzo o aprile del 2010 esce questo gioco americano ispirato a un romanzo di fantascienza russo. Ovvio che lo prendo e comincio a giocarci. L'impressione è notevole. Il gioco è duro, teatro, realistico. Dato che il computer da gaming in casa è uno solo, io e mio figlio quattordicenne lo usiamo a turni, giocando entrambi a Metro e confrontando esperienze e progressi. A maggio vengo a sapere che Glukhovsky verrà al Salone del Libro di Torino. Dato che ci devo andare anch'io, scrivo una mail all'editore Multiplayer e fisso un appuntamento. Io e mio figlio ci presentiamo allo stand, dove ci sono cosplayer di Star Wars e di Metro. Conosciamo Dmitry e la prima domanda che gli faccio non è sicuramente quella che ci si aspetta da uno scrittore. Gli chiedo se non può darmi qualche dritta su come procurarsi più facilmente le munizioni...
Per fortuna è lui a riportare le cose su un piano più letterario dicendomi che con il videogame lui non ha niente a che fare, e chiedendomi invece se non mi va di scrivere qualcosa per il franchising di Metro: in pratica, mi chiede se sarei interessato a scrivere un romanzo ambientato in Italia ma ambientato nello stesso universo narrativo di Metro 2033. Io mi tengo sul vago, ma l'idea mi lavora dentro. Leggo il libro e mi dico, "accidenti, questo è uno che ci sa fare". Così ci sentiamo via Skype un paio di volte, ci incontriamo a Venezia, e mi arruolo definitivamente nella squadra del Metro Universe. Ora sto scrivendo il romanzo finale di quella che è diventata una trilogia. E' fantastico poter scrivere per un pubblico giovane, che magari legge solo romanzi tratti da videogame, e potergli raccontare storie che fanno nascere dubbi, domande... Descrivere mondi immaginari, per uno scrittore, spesso vuol dire parlare di cosa gli piace o non gli piace del nostro.

Rispetto all'immaginario messo in piedi da Glukhovsky, i tuoi romanzi approfondiscono la "questione religiosa" che si evolve in modo imprevedibile dopo la catastrofe, ma non solo. V'è anche una visione del tempo non lineare; una sorta di spirale che mi ricorda molto l'approccio di David Mitchell. In che modo riesci a catturare l'attenzione del lettore, portandolo dove desideri senza correre il rischio di annoiarlo pur inserendo nel romanzo concetti non esattamente "immediati"? Ne La crociata dei bambini hai inserito anche un particolare componimento di Pasolini e riferimenti a concetti come lo Tzimtzum. Credi che anche il medium videoludico possa fregiarsi di tecniche narrative (tanto alte quanto basse) che appartengono alla letteratura, adagiandosi sempre più sul mondo reale piuttosto che riprendere ogni volta modelli stereotipati?

I romanzi del Metro Universe (chiamo così i romanzi del ciclo di Metro 2033 non scritti da Glukhovsky ma da altri autori) erano tutti piuttosto materialisti. Mentre la prima cosa che mi viene in mente, pensando a quel mondo postapocalittico, è che cosa accade alla fede, quando di fatto la fine del mondo è già arrivata e non c'è stato nessun Giudizio, nessun segno di Dio. E poi c'è il tema del rapporto con il passato: come vedono il nostro mondo i sopravvissuti del 2033. Forse si meravigliano di cose per noi scontate, come l'acqua calda che esce da un rubinetto, o magari, come Vagante de La crociata dei bambini, si formano la propria filosofia leggendo fumetti della Marvel...
Credo che attraverso un romanzo d'azione possa passare anche qualche contenuto culturalmente "alto". Quanto a videogame culturalmente maturi, me ne vengono in mente subito due: Fallout 3 e la saga di The Witcher. I giochi di quest'ultima serie possono stare tranquillamente sullo stesso scaffale dei romanzi di Sapkowski a cui sono ispirati, senza complessi d'inferiorità. Ecco, quello è un buon esempio di come la letteratura può ibridarsi benissimo con i videogame. Educare senza annoiare.
Quanto alla visione del tempo non lineare, era presente già nei miei primi romanzi, è una specie di marchio di fabbrica. Semplicemente credo (e uso il termine in senso religioso) che il tempo non sia una freccia ma una spirale avvolta su se stessa. Tempi apparentemente lontani possono entrare in contatto in modi sorprendenti. Qualche giorno fa ho sentito il filosofo Slavoj Žižek dire una cosa interessante: noi non abbiamo nessun modo di influenzare il futuro, ma possiamo conquistare il passato, e rivoluzionare il mondo partendo proprio dal passato. E' un'idea che mi sta ancora lavorando dentro. In fondo è l'idea centrale di grandi distopie come Il mondo nuovo di Huxley e 1984. E se riuscissimo a usare la manipolazione del passato per cambiare il mondo in meglio? E poi, chi può dire come germineranno i semi di dubbio e di curiosità che i miei libri del Metro Universe spargono tra i loro giovani lettori...

Quando hai iniziato a definirti videogiocatore e cosa significa per te "giocare"? È un semplice passatempo o, al contrario, un modo di "fuggire dalla realtà" immergendosi in mondi fantastici traendone, magari, spunto? Quali sono i generi che ti stimolano maggiormente?

Ho cominciato sul Commodore 64, dove i giochi potevi anche programmarteli. I miei facevano schifo, ma era comunque emozionante vedere le stringhe di comandi trasformarsi in figure in movimento. Il primo gioco per il C64 che mi abbia davvero appassionato è stato un game in cui dovevi giocare la Guerra delle Falkland. Piuttosto primitivo per gli standard attuali, ma all'epoca mi sembrava fantastico. Da lì ai primi PC, e a Red Storm Rising. Ho affondato così tante volte la corazzata Kirov che ho ancora il rimorso per quei poveri marinai sovietici...
E poi Close Combat, Call of Duty, Total War, Company of Heroes, eccetera. La mia passione è diventata quella dei giochi di strategia bellici. Ed è rimasta la mia passione. Non la considero una fuga dalla realtà, a meno che non vogliamo considerare tale anche la lettura di un romanzo, o una partita a carte. E apprezzo il contributo che un gioco come Spore può dare all'educazione di un bambino.

In questo senso, in che modo il tuo background videoludico ha influenzato e influenza tuttora le idee, i concetti e le tecniche narrative che successivamente riversi sulla carta quando arriva il momento di scrivere?

Non credo che i videogiochi abbiano influenzato la mia scrittura. Piuttosto la mia passione per il cinema, quella sì, ed è evidente nelle scene d'azione, o nei dialoghi. Un DLC di Fallout 3 ha determinato la struttura del mio romanzo L'anno dei dodici inverni (che è un palese omaggio a quel gioco). Ma tutto qui. Per mio figlio, invece, videogiocare è stato una scuola di problem solving. La sua capacità di strutturare le sue decisioni come una specie di menu ad albero viene da lì, ed è qualcosa di notevole.

L'esperienza maturata giocando ti permette una maggiore capacità d'astrazione o, meglio, creatività quando ti trovi di fronte a un foglio bianco?

Non che me ne sia accorto. No, direi di no.

I tempi probabilmente non sono ancora maturi per l'utilizzo complesso della VR ma, un domani, se il tempo decreterà il successo della tecnologia, secondo te come cambierà il rapporto con la narrazione e come potrà evolversi il lavoro dello scrittore/sceneggiatore? La narrazione "personalizzabile" che, come si è detto nel corso dell'evento Scrittori alla console, è tipica del videogioco, potrà raggiungere il suo apice attraverso l'immersività totale oppure dovrà essere comunque imbrigliata in esperienze "guidate" a causa dei limiti tecnologici?

I limiti tecnologici sono solo questione di tempo. Personalmente sono affascinato dalla realtà virtuale. Girando per la metropolitana di Mosca, qualche anno fa, ho chiesto a Dmitry perché non usano la VR per far vedere cosa succede in una determinata stazione nei libri di Metro. Mi è sembrato parecchio interessato. La realtà virtuale, se usata in modo intelligente, può insegnarci molto su cose e posti che crediamo di vedere ma sui quali, in realtà, ci limitiamo a posare lo sguardo. La realtà virtuale sarà per le persone quello che internet è per uno scrittore: voglio dire, la possibilità di accedere in tempo reale a una massa d'informazioni impensabile anche solo dieci anni fa. Sull'immersività totale, beh, ho qualche perplessità. Quest'estate ho sofferto il fenomeno della caccia ai Pokémon. Meglio se l'universo reale e quello virtuale s'incontrano nel salotto di casa. Per strada è decisamente pericoloso.

Ho avuto, inoltre, l'enorme piacere di leggere Un buon posto per morire, scritto con Davide Boosta Dileo. Credi che avrà mai l'opportunità di trasformarsi in un'opera videoludica? Insomma, le potenzialità ci sono...

Contro il parere di molti miei lettori considero quel romanzo un grande libro, uno dei migliori che io abbia scritto. Lavorare con Davide è stato incredibile. E in effetti è una specie di videogame. Non sarebbe così difficile tirarne fuori un bel gioco. Già mi vedo certe scene, come la Metropolitana dei Morti o i corridoi di ghiaccio di Festung Antartika... Ma in questo mondo non credo che succederà. Magari in un universo parallelo.

È possibile che l'universo narrativo espanso di Metro possa ricevere una trasposizione digitale un domani? Magari tramite DLC ambientati nelle altre città colpite dalla catastrofe. Da quanto hai dichiarato non ti spiacerebbe curare la localizzazione. Poter muoverci tra le ambientazioni nostrane sarebbe meraviglioso.

Realizzare un videogioco costa più che girare un film, mi dicono. Le possibilità mi sembrano quindi abbastanza remote. Ma sessant'anni (o quasi) di vita mi hanno insegnato una cosa: al futuro non si comanda. Tutto è possibile.

Sappiamo che Metro diventerà un film. Ci hai parlato anche di una serie televisiva. Puoi dirci qualcosa in più? Sempre se le indiscrezioni possono essere rese pubbliche.

Questo è già più probabile. Se ne parla in termini piuttosto concreti. Ma prima bisogna che Hollywood dia luce verde al film. Il progetto è approvato, ma capita che qualche altro progetto lo sorpassi nella corsia della realizzazione pratica. Poi, una volta girato il film, sempre che abbia successo, niente è escluso: videogiochi, spin-off televisivi...
Una delle poche cose che Dmitry ha ereditato dal passato comunista del suo Paese è il detto "il futuro è nostro". E' una delle prime cose che mi ha detto, e lo considero più che un augurio: un impegno.

Ci sarà ancora posto, in futuro, per Tullio Avoledo scrittore nell'universo apocalittico di Metro oppure i tuoi impegni ti porteranno lontano dalla serie?

Sto scrivendo il terzo romanzo della trilogia. Con quello penso di aver chiuso il mio contributo alla saga. Ho tante storie in testa e così poco tempo per scrivere. Devo necessariamente scegliere, e al momento le mie scelte mi portano a scrivere un giallo ambientato nello sfacelo italiano di questi tempi. Poi si vedrà. Il futuro è nostro.