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Intervista The Last of Us

Ad una settimana dalla review, un incontro milanese con Naughty Dog

intervista The Last of Us
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Ps3
  • PS4
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

L'uscita di The Last of Us si avvicina a grandi passi, ed i videogiocatori fremono in attesa di quella che, assieme al recentemente annunciato Gran Turismo 6, sarà probabilmente l'ultima grande esclusiva dell'attuale console Sony, prima che la nuova PlayStation 4 arrivi sul mercato.
Anche se il titolo Naughty Dog arriverà sugli scaffali il 14 Giugno, un po' prima dell'E3 potrete leggere su queste pagine una corposa recensione. Per stuzzicarvi un po', vi lasciamo il resoconto di una rapida intervista con Arne Meyer, effettuata in occasione della presentazione milanese di The Last of Us. L'incontro è avvenuto in una cornice decisamente suggestiva, allestita in maniera magistrale per replicare le atmosfere del gioco. All'evento ha partecipato, oltre che al codazzo di giornalisti della stampa specializzata e non, anche la delegazione di utenti Playstation Plus estratti per l'occasione: dopo aver coinvolto la community di fedelissimi in occasione della presentazione di God of War Ascension, Sony continua a coccolare i membri del servizio Plus (chissà che prima o poi non ci scappi un contatto ravvicinato con la nuova console).
In ogni caso, ricordandovi di dare un'occhiata alla nostra videopreview, vi lasciamo alle domande, ringraziando per l'operosa collaborazione il buon Matteo Bordone.

Q&A

Parlaci un po' dell'atmosfera che avete scolpito per The Last of Us?
Uno dei nostri obiettivi principali nel corso della fase produttiva è stato quello di esplorare una vasta gamma di emozioni, e fare in modo che il giocatore fosse in qualche modo connesso empaticamente con i personaggi. E' fondamentale che quando Joel ed Elli si trovano in situazioni di pericolo anche il giocatore avverta quella tensione; che sia triste quanto i protagonisti sono tristi, che si arrabbi insieme a loro.
La varietà di sentimenti e stati d'animo è uno degli aspetti principali di The Last of Us.
L'altro aspetto molto importante è il contrasto fra Joel ed Ellie, fra il loro modo di leggere il mondo. Joel ha vissuto la catastrofe sulla propria pelle, e questo l'ha cambiato profondamente. Ellie ha sempre vissuto nella zona di quarantena, e solo uscendo comincia a scoprire gli orrori che gli esseri umani sono capaci di infliggersi a vicenda. E' un contrasto interiore fra bellezza e oscurità.

C'è una connessione fra il mondo di The Last of Us e la crisi che stiamo vivendo?
Con The Last of Us sicuramente non vogliamo di certo lanciare un messaggio sociale. Per noi il fulcro dell'esperienza narrativa riguarda le relazioni fra le persone e la vera natura degli esseri umani. Ci siamo chiesti quale fosse l'ambiente più giusto per esplorare questi aspetti, e abbiamo convenuto che fosse un setting post apocalittico. Un mondo disperato, in cui vige la legge del più forte. Avevamo bisogno di un ambiente che esercitasse una pressione così forte sui personaggi.

Da dove è venuta l'idea dei Cordyceps?
Come saprete, siamo stati molto ispirati da un documentario della BBC sulla foresta pluviale, in cui veniva descritto il ciclo vitale di questi funghi, che attaccano certe specie di insetti e riprogrammano i loro istinti. Abbiamo scelto i Cordyceps perchè si tratta di un fungo così specifico nel suo parassitismo, che attacca una singola specie e non influisce sul resto dell'ecosistema. In questa maniera nel mondo di The Last of Us i bioritmi naturali non sono sconvolti, e c'è ancora bellezza e vita. Anzi la natura reclama i suoi spazi ed esibisce la sua maestosità.

Uncharted propone un'esperienza di gioco molto guidata. Questo titolo sembra differente.
La sfida più grande quando decidi di sviluppare un titolo molto forte dal punto di vista narrativo è sempre la stessa: da una parte hai una storia che vuoi raccontare in un certo modo, su cui il giocatore non può avere influenza. Dall'altra è importante lasciare al player una certa libertà decisionale, fargli capire che le sue scelte a livello di gameplay contano. Con la serie di Uncharted abbiamo voluto allargare progressivamente le ambientazioni, per fare in modo che durante gli scontri il giocatore avesse una buona libertà. In The Last of Us la discrezione è legata invece al ritmo dell'avanzamento. Il giocatore può decidere se muoversi velocemente attraverso l'ambientazione, oppure se attardarsi ad esplorarla. Cercare risorse ed oggetti è importante sia dal punto di vista del gameplay, ma anche sul fronte narrativo. Joel ed Ellie, nei momenti più rilassati, cominceranno a parlare di sé stessi. La ragazza, incuriosita da un mondo per lei nuovo, cercherà di capire quali fossero gli usi della civiltà ormai distrutta dall'infezione, ed ogni stanza racconterà a suo modo un pezzo di storia della catastrofe.

The Last of Us. Un titolo abbastanza forte, che sembra quasi implicare che ad un certo punto la razza umana sarà praticamente estinta o destinata alla scomparsa. Alla fine della storia ci sarà ancora speranza?
Nel mondo di The Last of Us il 90% della popolazione mondiale è morta o infetta. Per come la vedo, però, il titolo suggerisce piuttosto una riflessione su quello che siamo diventati. In una situazione come quella presentata dal gioco, di fronte alla brutalità delle persone, ha ancora senso parlare di umanità come la intendiamo? Joel è duro, spietato, aggressivo, efferato. Nessuno si augura di diventare come lui: è ancora un uomo? Magari in questo mondo Ellie rappresenta un nuovo inizio, o un reperto archeologico prezioso e raro: l'ultimo esemplare della nostra specie?

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