Provato JumpJet Rex

Preistoria e hi-tech si fondono nel platformer retrò targato TreeFortress

provato JumpJet Rex
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Andrea Fontanesi Andrea Fontanesi sceglie (in)consapevolmente di votarsi al videogioco fin dalla più tenera età, quando, negando alla madre il piacere popolare della prima parola dedicata, pronuncia un “Ma” pregno di speranza assieme a un “rio” assai meno poetico. Crescendo si lascia sedurre dal fascino della scrittura per infine realizzare, dopo ben ventisei anni, che le due passioni, quando si compenetrano, sono in grado di donargli enormi soddisfazioni. Strenuo sostenitore dello sperimentalismo audiovisivo, nutre da sempre un sano interesse per il cinema d’animazione, ed è inoltre profondamente legato all’arte del doppiaggio, che pratica tutt’ora a livello amatoriale.

L’animale è il miglior amico del gamer. Perlomeno, questo è quanto sembrano suggerirci più di quarant’anni commerciali di storia videoludica. Dalle origini del medium ad oggi, bestiole antropomorfe più o meno caratterizzate si sono succedute con frequenza nel tentativo di accaparrarsi le simpatie dell’utenza, a volte fallendo miseramente, altre conquistando la meta, fino a diventare, nei casi più felici, vere e proprie icone virtuali. A ben pensarci, un’eventuale “Arca del Gaming” non avrebbe granché da invidiare alla più nota bagnarola del canuto emissario del Signore: anni sul campo ci hanno messo alla guida di gorilla incravattati, istrici ipercinetici, marsupiali svalvolati, gechi dalla voce suadente e chi più ne ha più ne metta. Senza contare che, quando un mezzo espressivo non pone limiti all’immaginazione, nulla può impedire, nel tentare la scalata verso l’affezione del pubblico, di riesumare finanche specie ormai estinte. Nel caso di TreeFortress Games, team di sviluppo canadese composto da soltanto due persone, il beniamino designato per la loro opera seconda, in Early Access su Steam fino al prossimo periodo primaverile, è proprio un essere oramai irrintracciabile sul nostro pianeta. Un dinosauro, per l’esattezza, proiettato chissà come all’interno di una stazione spaziale ipertecnologica, che gli sviluppatori hanno deciso di abbigliare unicamente con un paio di scarponcini a razzo. Per adesso, ne abbiamo accompagnato le gesta lungo quattordici dei quaranta e più stage che andranno a comporre il titolo definitivo, un platform fortemente ispirato alla vecchia scuola delle generazioni a 8 e 16 bit. Dubitiamo che il piccolo Rex abbia lo charme necessario a conquistare lo scettro di miglior teropode digitale - a tale proposito, il linguacciuto compare di Mario potrebbe avere qualcosa da ridire. Non che questo possa negare a JumpJet Rex la possibilità d’insediarsi nell’underground indipendente con una certa dignità.

CABRIOLETS AND DINOSAURS

L’Accesso Anticipato ci ha permesso di metter mano su due dei mondi che andranno a comporre l’offerta finale della produzione TreeFortress. Ad abbellire questo mosaico ancora incompleto, oltre alla campagna single player attualmente testabile, il menù principale lascia intravedere altre tre modalità - Arena, Party e Co-Op - che, una volta implementate, potrebbero di certo donare quel po’ di varietà in più all’insieme. Concentrandoci invece sul solo provato, dalla navicella di Rex, che funge da hub del gioco, è possibile accedere anzitutto a una breve sezione di turorial. Teletrasportato in questo asettico non luogo, l’utente entra per la prima volta a contatto con le poche, semplici meccaniche che fondano l’intera esperienza. In buona sostanza, lungo ciascun percorso il giocatore deve scovare una serie variabile di anelli dorati, all’interno dei quali è necessario far transitare Rex per infine sbloccare la barricata che ostruisce il passaggio verso l’uscita dello scenario. Per portare a termine tale impresa, il software mette a disposizione una manciata di comandi elementari, tutti legati ai particolari calzari del rettile protagonista. Pad o tastiera alla mano, diventa dunque fondamentale sfruttare le scarpe a reazione per saltellare a mezz’aria, spiccare velocemente il volo verso l’alto, ma anche compiere un attacco dash oppure, all’uopo, mutare la corrente elettrica sotto il battistrada in un letale proiettile energetico. Superata questa prima fase conoscitiva, giunge poi il momento di partire all’avventura tra le bianche stelle che puntellano il nero dello spazio siderale; saltando a bordo della navicella di Rex - una decappottabile a propulsione rossa fiammante - si visualizza la mappa dei mondi, da cui il giocatore può scegliere quale delle stazioni orbitali sbloccate visitare per prima.

Gli stage di JumpJet Rex si presentano in una continua mescolanza tra progressione orizzontale e verticale, attraverso ambienti in due dimensioni che appaiono fin da subito colmi di pericoli e avversari, alcuni contrastabili con i pochi attacchi a disposizione, altri necessariamente da evitare. Da questo punto di vista, il level design non lesina su strettissimi corridoi puntuti, pareti elettrificate, torrette laser e quant’altro di letale possa frenare l’avanzata del nostro preistorico assistito. Si aggiunga che egli verrà letteralmente polverizzato dal primo colpo nemico andato a segno, per cui dosare ogni singolo input sarà fondamentale al fine di completare ciascun quadro con successo. La proposta di TreeFortress si mostra quindi in maniera del tutto cristallina: parliamo di livelli completabili in pochi minuti, che richiedono soprattutto un posizionamento oculato, prontezza di riflessi e rapidità d’esecuzione. A spezzare la ciclicità di tale formula accorrono una serie di brevi sfide bonus, intercettabili direttamente lungo gli stage canonici, e, soprattutto, classiche boss fight di fine mondo. L’Early Access ne inscena due, una prima contro un torvo robot fluttuante, e una seconda ambientata tra i ghiacci, volta a contrastare un mostro delle nevi grande suppergiù una ventina di volte il nostro avatar. Ammettiamo che le battaglie contro i boss ci siano parse un po’ fiacche a causa dell’esiguità dei pattern avversari, che, una volta memorizzati, tendono a smorzare fin troppo il coinvolgimento del fruitore. La speranza, in questo senso, è che i developer stiano progettando qualcosa di un po’ più stimolante per le fasi di gioco avanzate.

LA DURA VITA DI UN TIRANNOSAURO SPAZIALE

Retaggio di un’abitudine largamente (ab)usata da gran parte delle nuove produzioni di matrice mobile, l’unlock degli scenari successivi avviene tramite accumulo di stellette di merito. Ce ne sono tre disponibili per ciascuno stage, e ognuna si traduce in una specifica tipologia di sfida. Oltre alla prima stella, attribuita dal software in seguito al mero completamente del livello, ve n’è una seconda acquisibile terminando il percorso senza subire danni, e una terza legata a una classica sfida a cronometro, per cui diventa indispensabile giungere al traguardo entro il limite di tempo indicato di volta in volta. In base a quanto descritto, i completisti troveranno certamente pane per i loro denti: conquistare tutti e tre i riconoscimenti ci ha dato qualche grattacapo, specie lungo gli stage del secondo mondo.

Infatti, JumpJet Rex sembra seguire da lontano le orme di alcuni platform indie diventati celebri per la capacità di stuzzicare la resistenza fin dei gamer più caparbi, da Super Meat Boy e VVVVVV al più recente You Have to Win The Game. Tuttavia, i quattordici scenari da noi provati paiono evidenziare la volontà degli sviluppatori di non spingere l’acceleratore su una difficoltà esageratamente punitiva, laddove la sfida sembra avere invece un occhio di riguardo per la media utenza, minimizzando il rischio d’incappare in un trial & error eccessivamente frustrante. Il voler alleggerire l’esperienza pare esserci inoltre suggerito dalla presenza di un piccolo shop virtuale, all’interno del quale è possibile acquistare nuove skin e svariati collectible, previo, ovviamente, il recupero di sufficienti monete nel corso dell’avventura. Personalizzare Rex non sembra al momento fondamentale ai fini di gameplay, ma è comunque gradevole spulciare lo store alla ricerca dei costumi più strani e citazionisti. Noi abbiamo optato per un casco blu palesemente preso in prestito dalla serie Mega Man - saga da cui, peraltro, il titolo TreeFortress s’ispira manifestamente a livello artistico - ma il ventaglio da cui scegliere ci è sembrato davvero ben assortito.

JumpJet Rex La build corrente di JumpJet Rex mette completamente a nudo il lavoro svolto dai developer canadesi, puntandone all’essenza ludica e rinunciando, per il momento, a presentarne ogni altra forma sovrastrutturale - mancano, per esempio, le modalità appendici al single player e qualsivoglia accenno di contestualizzazione dell’universo rappresentato. Fin dai primi minuti d’in-game, l’impressione è di trovarsi di fronte a un platformer in pixel art piuttosto solido nel suo esser tradizionale, il quale, da buon allievo dei blasonati sidescroller anni Ottanta e Novanta, trova una reale ragion d’essere nell’immediatezza delle proprie meccaniche e in un ritmo di gioco parecchio sostenuto. La produzione mira altresì a un tasso di sfida sopra la media, sebbene la difficoltà generale dei livelli testati non raggiunga i picchi di brutalità visti in altre opere indipendenti dello stesso stampo, che riecheggiano nel titolo TreeFortress soltanto a sprazzi. La scelta potrebbe rivelarsi sensata al fine di non precludere l’esperienza all’utenza core; ci auguriamo, comunque, che la competizione sia sufficientemente tangibile da non mortificare l’appetibilità del prodotto anche per i giocatori più coriacei. Ipotesi a parte, le settimane che separano il piccolo Rex dal nostro verdetto definitivo non sono poi così tante.

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