Provato The Last of Us: Left Behind

Amicizia, dolore ed emozioni forti per il primo DLC di The Last of Us. Ecco la nostra prova.

provato The Last of Us: Left Behind
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Ps3
  • PS4
Sergio Pennacchini Sergio Pennacchini Giornalista freelance, scrive di videogame da troppo tempo per ricordarsi esattamente quando ha iniziato. Vive a Londra ma non è un cervello in fuga perché mancano le basi, cioè il cervello. Lo trovate su Facebook e Twitter.

Un cazzotto alla bocca dello stomaco. Dritto, infame, di quelli che ti piegano sulle ginocchia e ti fanno dimenticare tutto, lasciandoti solo il dolore. Ecco cosa è Left Behind, il primo e attesissimo DLC di The Last of Us. Tu sai che sta arrivando, sai che tra poco starai per terra a guaire, ma non ti sposti.
Rimani lì.
Vuoi essere parte del dramma, non semplice spettatore. Vuoi vedere cosa succede tra Riley e Ellie, vuoi assistere fino all'ultimo secondo possibile. Ed è questo il più grande merito di Naughty Dog: farti vivere, letteralmente, una storia. Con una forza che raramente si è vista in un videogame di questa importanza. Una storia bellissima, tragica, romantica, emozionante, commovente. Il gameplay è totalmente secondario, ed è giusto che sia così.

Left Behind

Left Behind racconta del rapporto tra Ellie e Riley quando si trovano ancora a Boston, prima degli eventi raccontati in The Last of Us (se volete saperne di più vi consigliamo di leggere il fumetto American Dream). E' la storia di un'amicizia tra due ragazzine cresciute troppo in fretta, che nello zaino accanto al walkman hanno una pistola. E' la storia di una giornata passata a esplorare un centro commerciale abbandonato, subito fuori la zona di sicurezza, per provare a lasciarsi alle spalle la tragedia di un'umanità che, di fronte alla minaccia dell'estinzione, non trova altra risposta che quella di diventare ancora più cinica e crudele. Per quanto riguarda dettagli sulla trama, ci fermiamo qui. Quello che posso dirvi è che questa sarà un'esperienza che ricorderete. A lungo. Durante le circa tre ore di gioco (qualcosina in meno se andate veloci) dovrete andare in giro, affrontare alcuni combattimenti, risolvere un paio di enigmi abbastanza semplici. Per le scene d'azione non aspettatevi particolari novità, almeno per le meccaniche base: non ci sono nuove armi né inedite tipologie di nemici, ma solo un livello, il centro commerciale, che è molto diverso rispetto agli ambienti chiusi di The Last of Us ed offre, se le saprete cogliere, tante opzioni in più. Potrete nascondervi in mille posti, trovare diverse strade per arrivare all'obiettivo, oppure usare l'ambiente circostante a vostro vantaggio. Vi troverete a lottare, come nel gioco principale, sia contro sopravvissuti che contro chi ha preso qualche dose extra di Cordyceps. E, come per The Last of Us, la tattica migliore di solito è farsi gli affari propri e cercare di non farsi vedere o sentire da nessuno. Oppure, se proprio siete dei coraggiosi, potrete usare il design dei livelli di Left Behind a vostro vantaggio: ci sono un paio di punti in cui è possibile, ad esempio, svegliare i Clicker e sfruttarli per far piazza pulita degli altri nemici, quelli senza funghi in testa ma con un bel fucile a pompa che non vuole altro che farvi i buchini sulla pancia. Il centro commerciale, in sé, non ha il fascino di alcuni degli scenari del gioco principale, ma non per questo non riserva delle sorprese. Ci sono alcune scene, alcuni momenti della giornata di Riley e Ellie che lasciano il segno. L'idea di avere un intero "mall" americano a nostra disposizione darà vita ad alcune situazioni davvero originali.

Mentre rimandiamo alla recensione un'analisi più critica di pregi e difetti di questo DLC, quello che possiamo dirvi è che giocare con Ellie è un'esperienza totalmente diversa rispetto a Joel. E' più debole, più vulnerabile e questo si avverte chiaramente nel gioco. Non può attaccare frontalmente un Clicker (si muore nove volte su dieci) e quindi si è costretti ad usare di più il cervello. E, anche se i combattimenti, lo ripetiamo, sono totalmente secondari in Left Behind, il fatto di trovarsi a dover fronteggiare contemporaneamente Clicker e sopravvissuti crea situazioni davvero adrenaliniche, tanto che viene da chiedersi perché Naughty Dog non abbia inserito scene simili anche nel gioco principale. Ma, alla fine, quello che conta davvero è la storia. Le emozioni. In un mercato dominato da esperienze spesse quanto un foglio di carta, The Last of Us e Left Behind sono pepite d'oro in mezzo al fango per chi da un videogame cerca qualcosa di diverso, di più forte. Le classifiche di vendita sono dominate da sparatutto dove la trama non c'è o, se c'è, generalmente fa schifo. Dal terrorista incazzato perché non gli avete stretto la mano al raduno dei marines, all'alieno che proprio non ha niente di meglio da fare che far esplodere la Terra perché ha finito lo zafferano, in genere il livello medio è bassino. Nessuno ha voglia di rischiare, sembra che i videogame non possano essere "cattivi" come un film o un libro. The Last of Us è la dimostrazione che, invece, certi temi e un certo modo di raccontare una storia possono funzionare anche nei videogame più importanti, non solo in quelli indipendenti come Gone Home o To the Moon. The Last of Us fa parte di quello sparuto gruppo di titoli "Tripla A" che ha scelto una strada nuova, più emozionante, più profonda, più poetica. Come Spec Ops The Line, l'unico gioco di guerra che parla realmente delle tragedie della guerra (peccato per il resto). Come Heavy Rain, o come lo splendido Metal Gear Solid 3 (io al finale piansi, lo ammetto). Parliamo tanto di videogame che devono maturare, che devono abbattere certi tabù se vogliono davvero essere paragonati al cinema, e fino a oggi ad abbattere questi tabù ci hanno pensato solo in pochi. Alla lista, dopo The Last of Us, ora bisogna aggiungere Left Behind dei Naughty Dog. Con la speranza che il suo successo sia d'ispirazione anche per altri.