Electronic Entertaiment Expo 2016
Electronic Entertaiment Expo 2016 Dal 14/06/2016 al 16/06/2016

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E3 2016

Provato We Happy Few

Dopo aver riscosso un discreto successo su Kickstarter, We Happy Few si accinge ad arrivare (dal prossimo 26 luglio) su Steam Accesso Anticipato e Xbox Game Preview. Abbiamo provato la nuova demo.

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provato We Happy Few
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
Tommaso Tommaso "Todd" Montagnoli è un maniaco e devoto videogiocatore da più di vent'anni, feroce appassionato di RPG, strategici e tutto il resto. Le poche ore che non spende giocando le passa fra fumetti, cinema, brit rock e snowboard. Lo trovate su Facebook, Twitter e su MORLU TOTAL GAMING.

Sin dal primo screenshot, mostrato nel febbraio scorso, We Happy Few ci aveva incredibilmente incuriosito, al punto da considerarlo una delle rivelazioni indie migliori dell'intera annata. Non lo nascondiamo: il nostro interesse iniziale è nato soprattutto per via di quel setting super-originale e della sua direzione artistica, che ancora oggi consideriamo l'elemento centrale della produzione Compulsion games. In più, c'è da dire che abbiamo apprezzato il modo in cui, il giovane team canadese (già creatore del buon Contrast), sia riuscito ad autofinanziarsi completamente su Kickstarter, chiedendo peraltro una somma tutt'altro che esorbitante (250,000$).
Ad ogni modo, We Happy Few ce l'ha fatta ed ora si accinge a sbarcare su Steam early access e Xbox Game Preview il prossimo 26 luglio. Noi lo avevamo già provato qualche tempo fa, ma nonostante avessimo confermato l'entusiasmo delle impressioni iniziali, qualche dubbio è infine saltato fuori. Il motivo è presto detto: la natura del titolo che, ricordiamolo, è basata su di uno stravagante miscuglio fra un thriller psicologico ed un survival, e sembrava ancora confusionaria e poco raffinata. Fortunatamente, qui al booth Microsoft dell'E3 2016 ci siamo imbattuti in una nuova demo giocabile e, ovviamente, non ce la siamo fatta scappare. Se volete dunque sapere del futuro di Wellington Wells, non vi resta che ingoiare una pillola di Joy e continuare a leggere...

Wake me up, Before i go mad

Siccome il titolo in questione non è proprio il massimo in termini di chiarezza del gameplay, è bene fare un piccolo recap prima di procedere. We Happy Few si configura apparentemente come un vero Survival game, tanto che sono presenti anche elementi classici come la necessità di nutrirsi, riposare e addirittura la generazione procedurale delle location di gioco. Quello che invece è assolutamente fuori dagli schemi è il già citato setting, che vede il protagonista prigioniero di un piccolo paesino della periferia Inglese, costretto a interagire con una popolazione di pazzi con tendenze omicide. Egli non è come gli altri, ma dovrà comuque fingersi folle a sua volta, indossando una maschera che paralizza la sua espressione facciale in un eterno sorriso, tutto per non destare sospetti. Un concept del genere, in fin dei conti, non sarebbe neanche troppo strano, eppure i problemi nella scorsa prova c'erano eccome. Bug a parte, risultava difficile comprendere le meccaniche di gioco; i nemici ci attaccavano senza motivo, gli obiettivi delle missioni risultavano fin troppo criptici e le mappe procedurali erano troppo poco differenziate, al punto che si finiva addirittura disorientati. In più, per via dell'assenza di un tutorial non si riusciva a comprendere né il background ne la storia di gioco che, a detta di Compulsion, sono ancora centrali nonostante la casualità imposta degli scenari. Questa volta, però, prima trovarci nel mezzo dell'azione, abbiamo trovato ad attenderci una breve ma importante introduzione. Corre l'anno 1964 e l'avventura parte con il protagonista seduto ad un tavolino, in preda all'angoscia tipica dall'astinenza dalla droga psicotropa conosciuta come Joy. Nonostante tutto restiamo lì, costretti a lavorare alla nostra macchina da scrivere. Curioso che il nostro lavoro sia poi simile a quello di un censore, una specie di revisionista, che accetta o modifica gli articoli scomodi dei quotidiani recapitati sulla sua scrivania. L'atmosfera è opprimente, distorta, e ci sentiamo continuamente osservati, come fossimo all'interno di un 1984 orwelliano. Ad un tratto però succede qualcosa: una voce dal passato si insinua nella nostra testa e ci destabilizza al punto che, per la prima volta, scegliamo di saltare la nostra dose. Entra una donna col ghigno da Arancia Meccanica, probabilmente una nostra collega, e ci invita in un'altra stanza dove si stanno tenendo i festeggiamenti per quello che sembrerebbe una specie di compleanno. Sappiamo cosa succede a chi rifuta il Joy, si finisce per essere etichettati come dei "Downer" e poi massacrati dalle folle, e noi questo non lo vogliamo. Così scegliamo di mentire, fingiamo di essere in piena salute, ma poi, nel bel mezzo della festa, in seguito ad un evento inquietante e macabro, cadiamo nel panico e veniamo così scoperti e costretti alla fuga. Non si capisce come e perché, eppure riusciamo a fuggire dai bobbies inglesi, fino a quando perdiamo completamente i sensi. Ci risvegliamo più tardi dentro un rifugio sotterraneo, in un tempo imprecisato, con la sola compagnia di un'anziana signora che penzola silenziosamente da una corda.

E' qui che compare l'interfaccia di gioco, che ci costringe a raccogliere materiali e a craftare una specie di piede di porco per forzare la botola e risalire infine in superficie. La situazione lassù non accenna a migliorare, anzi, tutt'altro. L'illusione della sostanza calmante è svanita e Wellington Wells non è più una ridente cittadina di campagna, bensì un cumulo di macerie, abitate da pazzi maniaci che sembrano fiutare la nostra presenza. Ora vediamo la realtà per quello che è. Forse. Ad ogni modo ci muoviamo lentamente, guardinghi, rubando qualche pezzo di pane marcio dalle case diroccate, finché non ci scoprono e ci tocca di nuovo scappare. Il diario delle quest ci consiglia di fuggire dalla città, ma ci serve un modo per aprire il cancello. Cominciamo così a ispezionare meglio, parliamo con la popolazione, manteniamo la calma e scopriamo che non tutti sono aggressivi. Cerchiamo indizi sul nostro passato; lettere, ritagli di giornale, qualsiasi cosa, ma tutto è sempre evanescente ed incompleto. Ci scoprono a rubare e per fortuna riusciamo ad uccidere il proprietario di casa senza essere visti, guadagnando qualche minuto in più, ma poi, per aver ficcato il naso in faccende che non ci appartengono, veniamo assaliti dalla folla e infine uccisi. La demo si chiude così, spietatamente.

We Happy Few Visti i limiti della produzione, ci riteniamo comunque soddisfatti dal comparto tecnico, che pure pecca su molti fronti, soprattutto su quello della legnosità delle animazioni e della poca precisione delle collisioni. Concludendo, possiamo comunque dirvi che l’esperienza regalataci da questa introduzione ci ha affascinato e incuriosito, ed è tutto merito di quest’atmosfera vintage e psichedelica, distorta al punto da diventare horror. Tutt’ora però, non riusciamo a cogliere appieno il senso completo di questo titolo e del suo affascinante gameplay, ma soprattutto non riusciamo a capire cosa intendono gli sviluppatori quando nominano il trittico “Storydriven-randomic-survival”. Come si può conciliare dimensioni ludiche così diverse? Non lo sappiamo ancora, né tantomeno i dubbi che avevamo prima sono spariti, ma di sicuro We Happy Few ha tutta la nostra attenzione, e continueremo senza dubbio a tenerlo d’occhio...

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