Recensione 101 Ways to Die

Lo studio inglese Four Door Lemon si appropria della fortunata ricetta di Lemmings per confezionare un rompicapo di marcata indole splatter. Un passatempo modesto, che mostra il fianco dopo non troppe sessioni di gioco.

Versione analizzata: PC
recensione 101 Ways to Die
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Andrea Fontanesi Andrea Fontanesi sceglie (in)consapevolmente di votarsi al videogioco fin dalla più tenera età, quando, negando alla madre il piacere popolare della prima parola dedicata, pronuncia un “Ma” pregno di speranza assieme a un “rio” assai meno poetico. Crescendo si lascia sedurre dal fascino della scrittura per infine realizzare, dopo ben ventisei anni, che le due passioni, quando si compenetrano, sono in grado di donargli enormi soddisfazioni. Strenuo sostenitore dello sperimentalismo audiovisivo, nutre da sempre un sano interesse per il cinema d’animazione, ed è inoltre profondamente legato all’arte del doppiaggio, che pratica tutt’ora a livello amatoriale.

Il fatto che in pieno 2016 siamo ancora qui a parlare del concept di Lemmings dovrebbe dirla lunga su come il tempo non sempre abbia la forza di spazzar via qualsiasi cosa si lasci alle spalle. Di recente, infatti, il classico del gaming '90 targato Psygnosis e DMA Design ha funto da mentore per alcuni progetti di fattura davvero buona, uno fra tutti il Flockers di Team17, forse l'esempio più virtuoso di come tale formula abbia senz'altro qualcosa da dire nonostante un'età non più propriamente tenera. Con il suo 101 Ways to Die, Four Door Lemon, team indipendente di Bradford, ha compiuto un piccolo sforzo ulteriore in termini creativi: non più docili esserini in attesa di soccorso, i mostriciattoli che si avvicenderanno sullo schermo saranno qui veri e propri bersagli da ridurre in poltiglia nei modi più cruenti e difformi, ponendo sulla scena quante più trappole per fermarne in ogni modo l'avanzata. A premesse manifestamente invertite, rimane da stabilire se il risultato finale sia di bontà analoga all'originale ispiratore; il che, ovviamente, è assai meno scontato.

La fabbrica dei mostri

Tipico stereotipo dello scienziato pazzo da pellicola gothic horror, il professor Splattunfuder ha speso la propria esistenza per studiare i possibili metodi per mandare qualsivoglia essere vivente all'altro mondo. Lo ha fatto compiendo esperimenti su alcune cavie artificiali, i cosiddetti Franken-Splatt, e poi raccogliendo i risultati di ricerca all'interno di un grosso tomo, summa dei centouno modi per provocare la morte al prossimo secondo i criteri più sadici e truculenti che mente umana possa immaginare. Il problema sorge quando uno Splatt disattento provoca un'esplosione all'interno del laboratorio, incenerendo il manuale e rendendo del tutto vani gli sforzi passati dello sciagurato dottore, ora costretto a chiedere l'aiuto di chi gioca per replicare i test e stilare nuovamente l'elenco perduto. Eccoci dunque catapultati nella prima delle cinquanta stanze a inquadratura fissa di cui 101 Ways to Die si compone. Che sono poi nient'altro che il palcoscenico di sfide puzzle a due fasi: una prima, dove è d'uopo collocare attentamente alcuni marchingegni letali sulla scena, e una seconda, entro cui è possibile vedere i risultati delle proprie scelte strategiche in tempo reale. Nello specifico, ciascun livello corrisponde a un rompicapo da risolvere ponendo le trappole presenti in inventario a contatto con le superfici adibite all'uso per interrompere l'incedere dei suddetti Splatt, i quali, palesandosi ad ondate variabili da una porta verde, inizieranno a spostarsi automaticamente verso un punto d'uscita prestabilito. Basta una manciata di stage per rendersi conto di come i setting, che pian piano si arricchiscono di buche di lava, spuntoni acuminati, torrette laser e altre soluzioni similmente dannose, ospitino in effetti tutto ciò che serve per non lasciare scampo alle povere creature che v'incorreranno loro malgrado. Va da sé che per sfruttarne appieno il potenziale mortifero sia fondamentale uno studio attento della conformazione dell'ambiente, laddove gli oggetti in possesso dell'utente, indiscutibilmente apprezzabili in fatto di varietà tipologica, saranno la chiave per annientare gli aberranti NPC una volta per tutte. Per fare alcuni esempi, spalmare uno strato di gel nei pressi di una pozza incandescente farà sì che gli Splatt vi scivolino dentro senza poter reagire, così come piazzare un trampolino sotto un soffitto appuntito proietterà i malcapitati verso una sorte tremenda e inevitabile. Non solo attrezzato di strumenti passivi, chi gioca avrà talvolta accesso a dispositivi da attivare a discrezione quali mine, piccoli cannoni e bombe a scarica elettrica, alcuni di questi indispensabili, tra l'altro, per attivare certi congegni utili a ferire i nemici per mezzo di un proverbiale "effetto domino". Il funzionamento di ogni nuovo aggeggio, comunque, è sempre introdotto da tutorial molto approfonditi e puntuali, validi alleati nel prendere consapevolezza di un titolo che, seppur sulle prime abbastanza stimolante, sa farsi inaspettatamente ispido dopo non troppe ore di gioco. Purtroppo, non sempre in maniera genuina.


Sangue al cervello

Per progredire in 101 Ways to Die è importante uccidere gli Splatt seguendo le istruzioni fornite di volta in volta dallo strambo professore, che si traducono in particolari combo da inanellare collocando le trappole secondo criteri molto specifici. In base a quante combinazioni si riescono a compiere, il software premia la performance con una valutazione che varia da una a tre stellette, il cui accumulo è indispensabile per disvelare gli stage successivi. Il level design, in questo senso, non sempre fornisce indizi su come si debba agire per raggiungere gli obiettivi desiderati nel modo più proficuo, e sta dunque all'utente procedere per continue prove ed errori, riposizionando gli oggetti dopo ogni fallimento e intervenendo col giusto tempismo laddove necessario.

Posizionare al meglio i trabiccoli di Splattunfuder è spesso questione di precisione quasi millimetrica, il che non fa altro che irrobustire un trial & error che è effettivamente lo scheletro dell'intera esperienza, ma che più volte, pad o tastiera alla mano, rischia di sconfinare in un misto di frustrazione e noia invero spiacevole. La costante pianificazione per tentativi non aiuta a digerire una struttura di gioco dove la monotonia delle azioni è congenita, e rende il prodotto difficile da digerire nel caso in cui non si possedessero dosi di pazienza e dedizione al di sopra della media. Il problema, che rallenta la progressione ma non annulla del tutto la capacità dell'opera d'intrattenere quando assunta a piccole dosi, tende purtroppo a cozzare con una veste tecnica non propriamente sopraffina, puntellata da qualche bug -soprattutto relativo alle collisioni dei personaggi non giocanti- che si sarebbe potuto evitare con un polishing un po' più accorto. Non aiuta neppure il colpo d'occhio, assoggettato a un alternarsi di scenari scarsamente dettagliati e dall'estetica pressoché immutabile, che, nell'intento di restituire la sostanziale asetticità di un freddo luogo di ricerca, stanca la vista fin nel brevissimo periodo.

101 Ways to Die Nel tentativo d’interpretare la lezione di Lemmings in chiave personale, 101 Ways to Die non riesce del tutto a coniugare una competizione puzzle cerebralmente coinvolgente con un gameplay in grado di sorreggerla con adeguatezza in termini ludici. L’opera di Four Door Lemon si configura infine come uno svago apprezzabile solo nel caso in cui si fruisse nell’arco di partite di durata breve, e a patto che si sia provvisti di una ferma propensione al ragionamento per tentativi. In caso contrario, l’esperienza cede rapidamente il passo a qualche momento di stanca in eccesso per via di un’offerta enigmistica a tratti fin troppo macchinosa e intransigente, altalenante in fatto di difficoltà e modesta in quanto a ricercatezza delle sfide poste in essere dagli sviluppatori. Gli affezionati a questa ricetta ormai più che ventennale potrebbero comunque farci un pensiero, a patto di saper scendere a compromessi con una versione che, al di là dei litri di sangue su schermo, ha parecchio da invidiare alla sua genitrice ideale. Per la restante utenza, pur a un eventuale prezzo ribassato, il consiglio è di volgere lo sguardo altrove.

6

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