Recensione A Good Gardener

Gioco di guerra oppure contemplativa simulazione di giardinaggio? Il nuovo titolo sviluppato dal team indipendente turnfollow è una breve ma intensa avventura in prima persona, interessante non solo per chi ha il pollice verde.

Versione analizzata: PC
recensione A Good Gardener
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  • Pc

Dedicare tempo e attenzione alla cura di un giardino virtuale è un'esperienza sempre molto interessante. Lo dimostrano titoli quali Chibi-Robo!: Park Patrol e la celeberrima serie di Animal Crossing, in cui la dedizione costante per piante e fiori costituisce quasi un gioco a parte. Procedendo di coltivazione in coltivazione videoludica si potrebbe poi parlare di Harvest Moon e, in ambito "underground", dello splendido Cultivation (sviluppato da Jason Rohrer), fino ad arrivare al recentissimo passato, con la jam Ludum Dare 32 che vede la partecipazione, tra gli altri, del duo indipendente turnfollow, composto da Ian Endsley e Carter Lodwick (con la collaborazione musicale di Scott Archer, conosciuto anche come Arlum Village, e l'aiuto grafico di Dan Anthony Kelly). Il team, già responsabile di Little Party e del fumetto Big Party, in quell'occasione si è dedicato alla realizzazione di un progetto particolarissimo. Si tratta ovviamente del qui presente A Good Gardener, un piccolo cortile digitale da "crescere". Ma anche, inaspettatamente, uno straordinario gioco di guerra.

Piantala di crescere

Non è un mistero che Ian Endsley ami i giardini, o meglio i recinti chiusi in cui muoversi in soggettiva, come testimonia chiaramente Garden, progetto del 2013 basato proprio su un ambiente da esplorare in prima persona, alla ricerca di nuove prospettive sulle aree già visitate.
A Good Gardener è invece uno spazio molto ristretto, che vive soprattutto di angoli, di anfratti, contenuti a loro volta in un angolo di mondo, un piccolo antro dalle mura ormai cadenti e senza tetto. All'inizio dell'esperienza il giocatore è calato in questo contesto con una sola certezza: i panni da indossare sono quelli di un "coltivatore" di strane e coloratissime piante, che il protagonista è chiamato a far crescere per sostenere gli sforzi bellici di un Paese in guerra. Questo incipit è subito esplicitato dalla descrizione dell'opera, ma dire di più equivarrebbe a rovinare il gioco, che scopre lentamente, giorno dopo giorno, le proprie carte.
Lo fa sfruttando la ciclicità e la ripetizione di uno schema semplicissimo: ci si sveglia, si prendono i semi portati dall'esterno da chissà chi e si coltiva il terreno a disposizione, piantando le sementi e irrigando il campo in miniatura. Il motivo è oscuro, almeno all'inizio, e a imporre questa routine è una sorta di "ispettore" che vigila sui risultati ottenuti. È una reiterazione, questa, che poco per volta diventa piacevolissima, un fluire di gesti microscopici il cui succedersi incessante è interrotto soltanto dai grigi giorni di pioggia e dalle saltuarie visite di qualche uccellino (o dello strano ispettore di cui sopra). Tutto il resto è basato sui semi da piantare, innaffiare e osservare. Per salvare è infatti necessario adagiarsi su un'apposita sedia, da cui è possibile guardare il giardino "trasformato" dai colori delle piante.
C'è qualcosa di meraviglioso in questo rinchiudere il giocatore tra quattro mura, qualcosa che porta chi ha il controllo della situazione (ma fino a che punto?) a curare il circoscritto ambiente esplorabile con un'interazione essenziale, limitata di fatto alla possibilità di scegliere dove seminare, in attesa di nuove dal fronte. Dal fronte perché, si diceva in apertura ed è bene ricordarlo ora, A Good Gardener è pur sempre un gioco "bellico"...

Il sudore del fronte

Ma è una guerra liberata, quella di cui si parla. Una guerra che non può che essere vissuta nel recinto pacificato di un monolocale a cielo aperto, e che arriva attraverso qualche suono udito quasi per caso, o tramite qualche voce proveniente dal mondo esterno. È un conflitto che si può vedere riflesso nella volta celeste, unico dettaglio utile a intuire la presenza di una terra al di là delle pareti, assieme allo scorcio parziale e incompleto di una fabbrica.

Un po' come nel recentissimo Sunset di Tale of Tales, la battaglia è oltre i confini, oltre i muri (ben) visibili dello spazio ludico; l'interazione interna, così, condiziona in qualche modo quella esterna. E viceversa. Dentro alla stanza, in questo caso quasi senza finestre, non resta altro da fare che lavorare, lavorare a testa bassa. Sì, perché il giocatore di A Good Gardener arriva ad intrattenere un rapporto tutto particolare con il suolo. Lo sguardo si rivolge spesso al "pavimento", seguendo le mani intente a lavorare la terra e ad innaffiare i futuri frutti dei semi piantati. I movimenti della visuale sull'asse verticale, non a caso, paiono molto più lenti di quelli orizzontali: in questo modo si crea un rapporto di intimità tra il giocatore e l'ambiente, che diventa estremamente familiare e quotidiano.

Uno spazio che si costruisce attorno a piccoli luoghi fissi, piccole tane in cui appoggiare gli strumenti del mestiere, magari aspettando che un giorno di pioggia giunga ad interrompere la siccità estiva.
Man mano le pareti da semplici vincoli divengono mura domestiche, una protezione dal mondo esterno, una dimora povera, calda e accogliente. Un recinto che però, in qualche modo, vede e vive il conflitto, anche se in maniera silenziosa e indiretta. In diretta.
Giocando in totale tranquillità dall'inizio alla fine sembra davvero di poter vivere in pace in tempo di guerra, credendo fermamente allo storico motto che ha segnato un'epoca... Mettete dei fiori nei vostri cannoni! Eppure rimane un dubbio, perché forse anche i fiori, dentro ai cannoni, bruciano.

A Good Gardener Il nuovo gioco realizzato dal team indipendente turnfollow, già responsabile dell'interessante Little Party, è A Good Gardener, una brevissima (un paio d'ore circa) e fantastica esperienza di coltivazione in soggettiva. Ma è anche, straordinariamente, un gioco di guerra, e lo sottolineano le parole usate dagli sviluppatori per descrivere l'opera. Si tratta di un piccolissimo spazio, un monolocale a cielo aperto da "esplorare" nei suoi anfratti, da vivere nelle sue microscopiche tane e in cui interagire con i pochi oggetti a disposizione, come i semi da piantare e l'innaffiatoio. Si impara così a curare amorevolmente la propria dimora, un'abitazione povera, semplice e senza soffitto. L'unico tetto è il cielo, che a volte ci si dimentica di guardare, abituati a rivolgere gli occhi al suolo. E invece il cielo è anche il solo collegamento con un mondo esterno che continua a condizionare quello interno. O forse è il contrario. Ma per qualche ragione non è possibile uscire. Non resta altro da fare che (non) osservare la porzione di mondo visibile, dedicandosi a percorrere e ripercorrere, giorno dopo giorno, lo stesso giardino. In attesa di notizie dal fronte. Fino alla fine.

8

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