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Recensione A Story About My Uncle

Un bizzarro platform dalla fredda Svezia, ci narra la storia di un ragazzino alla disperata ricerca dello zio svanito nel nulla.

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  • Pc
Alessandro Sordelli inizia la sua avventura videoludica ereditando un leggendario Commodore 64 a cassette magnetiche, computer che gli apre le porte ai giochi di ruolo e tutto ciò che è fantascienza. Pur nutrendo da sempre un particolare amore per la piattaforma PC, non disdegna il panorama console. E' in giro su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

E chi l’ha detto che una semplice favola non possa essere un buon videogioco? Ce lo hanno recentemente dimostrato i ragazzi di Krillbite Studios con Among the Sleep, particolarissimo survival horror che ci metteva nei panni di un bebè alle prese con i suoi primi incubi notturni. L’ennesimo tentativo arriva dal nord Europa, per l’esattezza dalla Svezia, con un bizzarro titolo che racconta di un ragazzino sulle tracce dello zio scomparso misteriosamente. A Story About My Uncle non è solo il nuovo tentativo di un’industria indipendente sempre pronta a cose nuove, bensì un più tradizionale ibrido tra gioco narrativo e platform.
Artefice della nuova opera digitale è il team di Gone North Games, svedese, alla prima esperienza con il medium videoludico; il publisher invece è Coffee Stain Studios, celebre per la serie Sanctum e più recentemente per il molto discusso Goat Simulator.

UNA FAVOLA DELLA BUONANOTTE

A Story About My Uncle appartiene ad un sottogenere del videogame d’avventura nel quale l’azione è ridotta ai minimi termini e la narrazione assume un ruolo di rilievo. Gli esempi sono numerosi, specialmente su PC: Dear Esther, Gone Home e The Stanley Parable, sono solo alcune tra le release più famose e recenti appartenenti a questa insolita categoria. Si parla quasi sempre di titoli sviluppati da software house indipendenti, molto piccole - a volte addirittura con solo una manciata di programmatori e designer alla realizzazione - e con budget ridotti all’osso. Li si definisce con vari appellativi, come art-game, interactive plot, story exploration: la costante è sempre la componente narrativa, spesso con una voce fuori campo che accompagna l’esplorazione e i movimenti del giocatore, sopperendo alla mancanza d’interazione o a una componente grafica non sempre all’ultimo grido. L’interazione con l’ambiente circostante è quasi sempre basilare e si tratta per lo più di delineare percorsi semplici sulla mappa, magari cliccando e recuperando oggetti sparsi lungo il percorso.

"Nel titolo di Gone North Games vestiamo i panni di un ragazzino che intraprende un’avventura ai confini della realtà, alla ricerca dello zio dato per disperso."

L’azione però è ridotta al minimo, e mai si finisce a sparare su bersagli mobili o nemici di qualsivoglia tipo.
Nel titolo di Gone North Games vestiamo i panni di un ragazzino che intraprende un’avventura ai confini della realtà, alla ricerca dello zio dato per disperso qualche tempo prima (da qui il bizzarro titolo). Lo zio in questione è un eclettico scienziato appassionato di astronomia e biologia, che pare aver osato troppo con degli esperimenti non convenzionali, finendo risucchiato in un’altra dimensione (o in un pianeta remoto, la cosa non è molto chiara).
La storia è accompagnata da due voci fuori campo, quella dello stesso ragazzino, ormai cresciuto e divenuto adulto, e quella di suo figlio. In qualità di giocatori è come se stessimo vivendo in prima persona un racconto della buonanotte, raccontato dal padre al figlio. Verremo così trasportati in un fantastico mondo onirico fatto di città volanti e cupe gallerie illuminate da cristalli magici. Esploreremo i bui anfratti di un pianeta misterioso, e voleremo in cielo balzando da una nuvola all’altra.
Non è chiaro se la storia narrata sia vera, finzione o una più complicata metafora sullo speciale rapporto tra il ragazzino e suo zio; detto ciò, il finale “aperto” si rivela uno degli aspetti più intriganti e meglio realizzati dell’intera produzione.
Nonostante le ottime linee di dialogo, un doppiaggio molto curato e il finale ben confezionato, il plot scritto dai ragazzi svedesi si rivela tuttavia un po’ scarno e poco incisivo, assolutamente privo di particolari svolte narrative e costellato da un ridottissimo numero di personaggi che potevano inoltre essere meglio caratterizzati.

SALTELLANDO QUA E LÀ

A una componente narrativa importante (seppur al di sotto delle aspettative), si unisce un gameplay di tipo platform. Per proseguire nell’avventura e trovare lo zio perduto, ci verrà infatti chiesto di portare a termine dei complessi percorsi balzando da una piattaforma all’altra, costantemente a un passo dal precipitare in un vuoto sempre mortale.
A pochi minuti dall’inizio del gioco, il nostro personaggio viene dotato di una particolare tuta che permette di eseguire grandi balzi e aggrapparsi a rocce e sporgenze. In realtà noi vedremo solamente un guanto, posto sulla mano destra e sempre in primo piano come vuole la tradizione della visuale in soggettiva utilizzata per il titolo di Gone North Studios. Tenendo premuto il pulsante destro del mouse, il nostro beniamino spiccherà quindi un grande balzo in alto: in alternativa è possibile prendere la rincorsa per eseguire la stessa mossa ma in avanti.

"A una componente narrativa importante, si unisce un gameplay di tipo platform."

Questa manovra si rivela particolarmente utile quando dobbiamo muoverci su una piattaforma posta diversi metri sopra la nostra testa, quando necessitiamo di uno slancio, ma anche solo se occorre una più ampia visuale per capire meglio come procedere nel livello.
Il pulsante sinistro attiva invece una sorta di gancio grappling che si attacca alle sporgenze dello scenario (a patto di trovarsi abbastanza vicini alle stesse), permettendo così di spostarci quando un balzo non sarebbe quindi sufficiente. Il funzionamento non è dissimile a quello di una liana o di una corda: dovremo quindi agganciare e sganciare il nostro rampino energetico dondolando tra le piattaforme e gli altri elementi dello scenario, ricordando che il guanto ha solo tre cariche e che sarà necessario mettere i piedi ben saldi a terra per ricaricare.
La cosa è più complessa del previsto, sia a causa di un grappling poco preciso, ma anche per delle sporgenze particolarmente difficili da raggiungere. Una fisica rudimentale rende la pratica ancora più complessa, costringendoci a numerosi replay per i passaggi più intricati. Inoltre sono più che evidenti diverse pecche nel design degli ambienti, con segmenti di gioco che da difficili diventano quasi frustranti.
Verso la fine del gioco il nostro equipaggiamento si completerà con un paio di scarponcini che permettono di eseguire brevissimi voli, uno strumento che pare implementato più per sopperire ai sopracitati difetti di design, più che per una reale necessità ludica.
Per completare il gioco sono necessarie dalle 2 alle 3 ore circa.

UN MONDO MAGICO MA NON TROPPO

Viaggiando alla ricerca dello zio virtuale, avremo l’opportunità di esplorare un magico e coloratissimo mondo popolato da bizzarre creature umanoidi le cui fattezze ricordano le rane. Gli scenari sono degli scorci naturali realizzati mischiando con sapienza la realtà alla fantasia. Uno dei punti di forza è senza dubbio l’uso di tonalità vibranti e contrasti cromatici forti, entrambi fattori che contribuiscono a delineare un setting favolistico molto affascinante. Gli effetti di luce sono probabilmente l’elemento più interessante del comparto grafico, in grado di valorizzare enormemente degli ambienti già ricchi e belli.
Il comparto tecnico si difende molto bene se parliamo degli scenari, ma pecca considerevolmente sul fronte dei modelli poligonali e delle animazioni. Pur consci che siamo al cospetto di una produzione del ramo indipendente e sviluppata con un budget ridotto, non possiamo evitare di notare il rudimentale sviluppo dei (pochi) personaggi che incontriamo sul nostro cammino, così come è inevitabile storcere il naso di fronte alle dinoccolate animazioni che li accompagnano. Il mondo fiabesco in cui siamo catapultati si dimostra inoltre eccessivamente statico e privo di vita, questo nonostante i piccoli avamposti e agglomerati urbani che avremo l’occasione di visitare.
Dal punto di vista audio il gioco si dimostra buono pur non eccellendo né nelle campionature audio, né nella soundtrack.

A Story About My Uncle Il titolo di Gone North Games parte molto bene e si conclude con un finale aperto davvero gradevole. Quello che purtroppo non funziona sta nel mezzo. Nonostante il soggetto e le ottime idee di contorno infatti, la narrazione risulta scialba e priva di mordente; a questo si aggiunge un gameplay ripetitivo e sporcato da evidenti problemi di level design. Si somma un comparto tecnico che funziona bene quando si tratta di scenari e ambienti, ma che necessita di grosse migliorie per ciò che riguarda i modelli poligonali dei personaggi e relative animazioni. Con questo non vogliamo dire che A Story About My Uncle sia un gioco da scartare o che non sia godibile, ma più semplicemente che manca di identità proprio a causa di una narrazione fin troppo abbozzata e di un gameplay poco appassionante e ripetitivo. Il gioco è comunque un buon punto di partenza per la software house svedese, team che d’ora in poi dovrà concentrarsi maggiormente sui dettagli, così da poter osare con titoli dalla narrativa più convincente e dal gameplay più vario.

6

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