Allumette: Recensione per PlayStation VR

Allumette è il cinema 2.0: la storia di una bambina e del rapporto con sua madre. Un racconto breve e tenero, che scorre veloce e leggero...

Versione analizzata: Playstation 4
recensione Allumette: Recensione per PlayStation VR
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  • Pc
  • PS4
Andrea Dresseno Andrea Dresseno ha iniziato a giocare alle elementari, prima a scrocco, poi si è reso autonomo. Scrive di videogiochi da quasi vent'anni, ma nel mezzo ci sono state alcune pause di riflessione: durante una di queste ha dato vita all'Archivio Videoludico, per cui ora si dedica anche alla conservazione del medium. Si dice sia nintendaro, ma non esistono prove. Lo trovate su Facebook.

Allumette è il cinema 2.0. È quel che il cinema dovrebbe diventare se solo si accorgesse di essere ormai morto. Schiacciato com'è dalla serialità televisiva, da una parte, e dai videogiochi, dall'altra. Forme narrative che hanno saputo reinventarsi costantemente, tra alti e bassi, rifiutando quel piglio snob che investe i polverosi cinefili. Il cinema non è morto, è una boutade. La provocazione di mezzogiorno. Eppure, nel panorama degli audiovisivi, sembra il comparto più al palo. Che fine ha fatto il 3D, per esempio? Sparito, forse perché ci si è resi conto che non aggiungeva nulla a una narrazione che rimaneva fondamentalmente bidimensionale. O forse perché nessuno aveva voglia di entrare in sala, o tornare a casa, e indossare scomodi occhiali. Per quest'ultimo motivo, può darsi che Allumette non diventi il cinema 2.0. Pure qui c'è di mezzo un visore, qualcosa che richiede uno sforzo sia economico che pratico. Come alzarsi dal divano, infilarsi un caschetto, evitare di inciampare tra i fili, trovare la posizione e la luminosità giusta, quindi sedersi e godersi il "film". Accessibilità vs meraviglia.

La meraviglia

Perché, comunque vada, Allumette è pura meraviglia. Venti minuti in cui il confine tra spettatore e giocatore si fa sottile, viene rimesso in discussione. Venti minuti in cui la storia viene oscurata dalla tecnica. Il piacere della prima volta oscura il racconto; l'innovazione tecnologica prende il sopravvento e sì, il cinefilo potrebbe anche commuoversi, messo da parte ogni pregiudizio. Poco importa che la risoluzione del PS VR non sia ottimale, con quella patina (vedi screen door effect) che ricopre l'immagine e si nota soprattutto sui fondali scuri.

Allumette si ispira a La piccola fiammiferaia, la celebre fiaba di Andersen. Solo vagamente, per atmosfera e orizzonte. Allumette è la storia di una bambina e del rapporto con sua madre. Un racconto breve e tenero, che scorre veloce e leggero, quasi non lascia traccia. Non perché poco meritevole, ma perché a rubare la scena c'è la realtà virtuale.

Il cinema virtuale

Indossato il visore, lo spettatore si trasforma in una sorta di divinità che ha libertà di osservare il mondo come meglio crede. La narrazione scorre davanti ai suoi occhi, ma egli può avvicinarsi ai personaggi, osservarne i dettagli; muoversi un po' a destra per scoprire cosa sta accadendo dietro l'angolo, mentre il focus della narrazione prosegue altrove. Guardare in alto, in basso, voltarsi a destra e sinistra in questo mondo sospeso tra le nuvole. Le tre dimensioni sono realtà. Allumette si spinge oltre, assecondando la tensione voyeuristica dello spettatore. Senza fare spoiler, a un certo punto si sente un rumore provenire da un luogo. Lo spettatore si avvicina alla parete e la "rompe", osservando l'interno di quel luogo e scoprendo quel che sta accadendo prima ancora che l'abbiano fatto i personaggi, ancora lontani.

Allumette suggerisce una nuova direzione per il cinema, un cinema che diventa interattivo pur senza joypad. Immaginiamo nuove opere in cui il giocatore possa interagire concretamente: alla piccola bambina sta per cadere un fiammifero nel vuoto e tu, divinità che osserva, vorresti aiutarla ad afferrarlo. Senza però rinunciare allo sviluppo predefinito della narrazione filmica. Allumette introduce un concetto interessante legato all'esplorazione dello spazio: mettendo lo spettatore in posizione attiva, l'opera filmica diventa un oggetto mutevole e sfaccettato, ogni volta differente. Quando un film diventa infine rigiocabile, qualcosa è cambiato.

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