Recensione Beyond Eyes

Beyond Eyes non è un gioco nel senso tradizionale del termine. È più un racconto interattivo, una storia breve e leggera che riempie una tavolozza bianca, colorata dall'incedere della piccola protagonista.

Versione analizzata: Xbox One
recensione Beyond Eyes
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • Xbox One
Andrea Dresseno Andrea Dresseno ha iniziato a giocare alle elementari, prima a scrocco, poi si è reso autonomo. Scrive di videogiochi da quasi vent'anni, ma nel mezzo ci sono state alcune pause di riflessione: durante una di queste ha dato vita all'Archivio Videoludico, per cui ora si dedica anche alla conservazione del medium. Si dice sia nintendaro, ma non esistono prove. Lo trovate su Facebook.

C'è modo e modo di raccontare le cose. L'italianissimo Inquisitor's Heartbeat affronta il tema della cecità scegliendo la strada dell'audiogame. La rappresentazione del mondo di gioco è affidata al suono, la grafica è pressoché assente. È l'audio 3D a plasmare l'ambiente circostante, a definire spazi e distanze. Inquisitor's Heartbeat, in altre parole, è una simulazione. È un titolo che può essere approcciato in egual misura - probabilmente con esiti differenti - da un vedente e da un non vedente. Beyond Eyes fa una cosa ben diversa: mette in scena la cecità. Il titolo ideato da Sherida Halatoe è la traduzione audiovisiva di ciò che significa essere non vedenti. Una traduzione a misura di vedente, che consente di capire - per quanto possibile - in che modo un non vedente percepisce e costruisce il mondo intorno a sé. Lo fa con discrezione, raccontanto la tenera storia della piccola Rae e di un gatto, Nani.

Un tragico incidente

Rae è una bambina felice, come tante. Aspetta che i fuochi d'artificio illuminino il cielo; non sa che sarà l'ultima cosa che vedrà. A soli dieci anni Rae perde la vista e la sua vita cambia. Il tempo passa, Rae è seduta in giardino e sente miagolare. Un gatto arancione, spuntato da chissà dove, le si avvicina: è la nascita di un'amicizia: Le stagioni scorrono, finché un giorno Nani sparisce oltre il cancello. Inizia così l'avventura di Rae alla ricerca di Nani. Beyond Eyes non è un gioco nel senso classico del termine; si potrebbe definire un racconto interattivo, peraltro molto breve. Ai titoli di coda si accede dopo un'ora e mezza, ma mai come in questo caso vale più l'esperienza che la sua durata. Sherida Halatoe aveva ideato questo gioco quando frequentava la Utrecht School of the Arts, era il suo progetto di laurea. Poi il prototipo era rimasto in un cantuccio, ma il desiderio di realizzare qualcosa di compiuto era forte. L'occasione è infine arrivata, grazie al supporto del Team 17. La toccante dedica finale la dice lunga su quanto questo titolo fosse importante per Sherida. Le dediche, si sa, sono qualcosa di personale, il cui valore è chiaro solo all'autore. A noi non resta che valutare l'opera nel suo insieme, joypad alla mano. C'è da rimanere sorpresi per la sensibilità con cui Beyond Eyes dipinge il mondo che circonda Rae.

La gioia dei sensi

Dal punto di vista ludico, Beyond Eyes è un titolo per certi versi impacciato. Persino lento, legnoso nei movimenti. Cerchi il pulsante per la corsa ma quel pulsante naturalmente e giustamente non c'è. Il mondo oltre il cancello è una tavolozza bianca per Rae, un luogo sconosciuto, impervio. Dove l'occhio non può arrivare ci pensano gli altri sensi. Il tatto, per esempio. Il mondo appare mano a mano che Rae lo incontra, mentre le sue mani scivolano sui muretti e danno sostanza alle cose. L'udito, poi. In lontananza suona una campana: per un istante quel suono crea l'immagine, vediamo il campanile all'orizzonte. Lo stesso vale per quell'uccellino che cinguetta. L'olfatto, infine. Sembra ci sia una fontana, poco più in là, si sente l'acqua sgorgare. Avvicinandosi, s'intuisce che non è una fontana ma un tubo di scolo. Due sensi si son dati man forte per sopperire alla cecità. Beyond Eyes è un'esperienza nel senso puro del termine: un modo diverso di esperire la realtà, né più né meno. In un gioco tradizionale la lentezza della protagonista sarebbe insopportabile, qui è dovuta. In un gioco tradizionale l'interazione pressoché assente sarebbe sanzionata, qui non importa, perché non è questo il punto. Il racconto si alterna a qualche puzzle, ma anche in questo caso sembra più che altro un diversivo, un inserimento necessario affinché si possa parlare di videogioco. Beyond Eyes non è affatto divertente; come s'è già detto dura pochissimo (il giusto). Qualcuno potrebbe chiedersi: perché giocarlo?

Oltre lo sguardo

Perché ci sono casi in cui il merito di un'opera va al di là della sua giocabilità, anche se stiamo parlando di un videogame. La stessa definizione di giocabilità andrebbe rivista, ma non è questo il momento (anche se sarebbe il luogo). Beyond Eyes dimostra un'intelligenza sopra la media, una cura che va oltre i meri dati tecnici. La portata dell'operazione oscura tutto il resto. Può sembrare una presa di posizione politica: lo è. Lo sguardo cinico del videogiocatore alla ricerca del voto giusto si fermerebbe forse al 6: che farsene di una lunga, lenta e goffa passeggiata di un'ora e mezza? Tra l'altro costa 13 euro. Bello lo stile visivo, quell'acquerello che plasma il mondo mano a mano che la protagonista avanza, ma poi? Non c'è sfida in Beyond Eyes. Dismessi i panni del videogiocatore, ci si può calare in Beyond Eyes e comprenderne appieno il valore.

Beyond Eyes Beyond Eyes non è un gioco nel senso tradizionale del termine. È più un racconto interattivo, una storia breve e leggera che riempie una tavolozza bianca, colorata dall'incedere della piccola protagonista. Rae ha 10 anni e ha perso la vista. Incontra un gatto, Nani, ma poi quel gatto sparisce e Rae non ci sta, lo vuole ritrovare. Rae non vede il mondo intorno a sé come le vediamo noi: lei ha bisogno di toccare, ascoltare, annusare. Beyond Eyes traduce in suoni e immagini ciò che significa essere non vedenti. Nei dettagli di questa traduzione si cela la qualità dell'opera e la sua ragion d'essere. La componente più propriamente ludica risulta sin troppo abbozzata, quasi posticcia. È giusto sottolinearlo, ma sarebbe allo stesso tempo ingiusto penalizzare il lavoro di Sherida Halatoe, visti il coraggio e la sensibilità dimostrati. Mai come in questo caso si può davvero parlare di esperienza. Progetti simili vanno sostenuti, a prescindere.

8

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