Recensione Blood Alloy: Reborn

Il team indipendente Suppressive Fire Games propone un action bidimensionale dal combat system estremamente interessante, che unisce il gunplay di Hotline: Miami alla dinamicità degli scontri di Strider. Ma non basta per lasciare il segno.

Versione analizzata: PC
recensione Blood Alloy: Reborn
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • PSVita
  • Wii U
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Dario Bianchi Dario Bianchi Accanito videogiocatore dall'età di 6 anni, Dario adora le emozioni e le forti suggestioni trasmesse dal mezzo videoludico. Quando non impugna un pad si dedica alla lettura, alla birra e al rock, accompagnato dalla sua amata Fender Telecaster! Lo trovate su Facebook e Twitter.

Il progetto Blood Alloy nasce nel 2013, con una campagna Kickstarter che non si conclude nel migliore dei modi: l'idea iniziale alla base dello sviluppo ruotava attorno alla creazione di un metroidvania che ponesse particolare enfasi su di un sistema di combattimento profondo quanto immediato, del tutto votato alla rapidità e alla spettacolarità delle offensive. Dopo aver visto svanire le speranze racchiuse nella sfortunata raccolta fondi, il team indipendente Suppressive Fire Games non si arrende, e anzi decide di continuare ad investire tempo e risorse nel progetto, che nel frattempo cambia profondamente fisionomia, riscrive le proprie ambizioni, e si trasforma in un action bidimensionale di stampo arcade in cui la fame di high score la fa da padrona. Un combat system estremamente interessante non riesce però a sorreggere tutto da sé una produzione stanca e poco ispirata, priva di personalità.

Cyborg in salsa Arcade

Blood Alloy: Reborn rappresenta, nella visione del team di sviluppo, un prologo, un antipasto utile quanto necessario per sondare il terreno e l'apprezzamento del pubblico, e magari racimolare qualche soldo dopo due lunghi anni di lavori, così da finanziare il metroidvania mai realizzato. In tale ottica, Blood Alloy: Reborn rinuncia alla tipica progressione del genere inaugurato con le avventure della tostissima Samus Aran, limitando le proprie ambizioni e vestendo i panni del "semplice" action bidimensionale: una vasta arena da esplorare e sfruttare a proprio vantaggio, tonnellate di robot assassini da distruggere e un moltiplicatore punteggio da sfamare costituiscono gli ingredienti principali della produzione. Avviando per la prima volta il titolo si potranno sfidare le forze avversarie in un unico stage, con altri due livelli da sbloccare accumulando punti nel corso delle partite. Pad alla mano prenderemo il controllo di un affascinante cyborg dalle fattezze femminili, agile e forte, armato di una potente pistola e di una temibile lama. Le possibilità offensive della nostra macchina da guerra non si esauriscono però al poter alternare in tempo reale combattimento sulla distanza e ravvicinato: la protagonista può infatti effettuare rapide capriole laterali, ottime per evitare colpi nemici o trappole di varia natura, lanciarsi in violenti fendenti di spada in una delle quattro direzioni (un po' come si diverte a fare il buon vecchio Dante con i suoi colpi di "Stinger"), e può sfruttare un rapido scatto magnetico che non solo le consente di muoversi ad altissima velocità, ma le permette anche di scalare pareti o di agganciarsi a superfici sospese, emulando l'indimenticabile Strider Hiryu. Lo scatto magnetico consente inoltre di lanciare sui propri avversari missili a ricerca o anche onde di energia prodotte dalla lama, delineando un ventaglio di possibilità offensive estremamente vario, grazie al quale ogni giocatore può plasmare il proprio stile di gioco. Ovviamente non è possibile abusare di tali poteri, dal momento che una barra energetica ci ricorda quante risorse abbiamo ancora a disposizione, e ci impone di calcolare momenti di pausa necessari per ricaricare le batterie della nostra Robocop al femminile.

Mentre ci muoviamo in una delle tre arene disponibili dovremo sfruttare tutto il parco mosse per avere la meglio su di un esercito di robot di varia tipologia e di aggressività crescente: semplici droni volanti dalle inclinazioni suicide lasceranno presto il posto a macchine dalle fattezze animalesche, pronte a distruggerci con ogni mezzo. L'obiettivo principale è quello di resistere il più a lungo possibile, tenendo alto il moltiplicatore di punteggio così da accumulare preziosi punti esperienza: al termine del singolo round sbloccheremo nuove tracce con cui arricchire la OST del gioco, livelli bonus e sopratutto potenziamenti per il nostro arsenale. I ritmi e la progressione del titolo vengono quindi cadenzati dalle serrate battaglie e dall'accumulo di score grazie al quale sbloccare progressivamente nuovi contenuti: peccato che il team di sviluppo, concentrandosi sul combat system, abbia drammaticamente trascurato tutti i rimanenti aspetti della produzione, condannandola così ad un triste destino di anonimato.

Tanto silicio per nulla

I ragazzi di Suppressive Fire Games dicono di essersi profondamente ispirati a titoli di grande successo degli ultimi anni, quali Hotline: Miami e Dark Souls: dal primo recuperano un sistema di mira che si affida completamente all'uso del mouse (o della levetta destra), mentre del capolavoro di Hidetaka Miyazaki ambiscono a riprodurre il sapore di una progressione basata su di un insuccesso al quale, inevitabilmente, seguirà prima o poi un trionfo, con tutto il senso di soddisfazione derivante. Peccato che Blood Alloy: Reborn fatichi a gratificare il giocatore in qualsiasi forma: per un titolo completamente basato sull'accumulo di punti e sullo sblocco di nuove feature era lecito attendersi un congruo numero di armi e dispositivi recuperabili. Invece, dopo appena poche ore, avrete già ottenuto tutto il possibile, e non vi resterà altro che selezionare tre diverse modalità di fuoco, tre tipologie di armi secondarie legate all'attacco magnetico, e un limitato numero di moduli armatura coi quali variare in maniera impercettibile gli attributi della protagonista. Moduli che, tra l'altro, in alcuni casi appaiono del tutto sbilanciati, concedendo ad esempio alti valori di armatura ma sacrificando del tutto la ricarica della barra energetica delle abilità, la quale, una volta esauritasi, non potrà più essere ricaricata nel corso della singola partita. Tali grossolani errori si ripercuotono in maniera negativa non solo sulla godibilità dell'azione di gioco, inevitabilmente compromessa, ma anche sulla completa e corretta navigazione degli scenari, che per questioni di design non può prescindere dall'uso degli scatti magnetici o dei doppi salti. Non una grave perdita, dal momento che il level design offerto dai soli tre stage disponibili si rivela a dir poco deludente, non solo per una disposizione delle varie piattaforme confusa e priva di spunti tattici, ma anche per una direzione artistica generica e priva di personalità.

Da un'ambientazione cittadina passerete ad una lussureggiante giungla tropicale, per poi visitare un diroccato complesso industriale, in un mix di location privo di qualsiasi filo logico, accompagnato da una caratterizzazione dei singoli ambienti dimenticabile. Una pixel art che non riesce a risollevarsi nemmeno grazie ai modelli della protagonista e dei tanti robot che cercheranno di strapparle la vita, per un character design che ribadisce quella stessa mancanza di idee e di spunti già osservata nell'insipida art direction. Unico punto di forza della produzione è dato da una colonna sonora di grande impatto, che si affida ad un vasto repertorio electro-synth il quale, seppur solo parzialmente, riesce a ravvivare combattimenti alla lunga ripetitivi e privi di mordente.

Blood Alloy: Reborn É piuttosto chiaro che Blood Alloy: Reborn abbia sofferto degli sfortunati esiti della campagna Kickstarter promossa dal team di sviluppo: nel riscrivere da zero l'identità di un prodotto che nasceva con ben altri presupposti, i ragazzi di Suppressive Fire Games si sono rivelati incapaci di valorizzare quanto di buono creato sino ad allora. Gli sforzi compiuti nel plasmare un combat system inedito per profondità e possibilità offensive si rivelano vani alla luce di un level design piatto e deludente, che mal si sposa con la dinamicità e la mobilità del nostro avatar. L'offerta contenutistica è nettamente insufficiente, caratterizzata da un numero di sbloccabili estremamente limitato, che determinerà un esaurirsi dell'interesse nei confronti del titolo già dopo poche ore di gioco. Blood Alloy: Reborn paga sopratutto l'assenza di una direzione del progetto lucida e puntuale; una mancanza che condanna il risultato finale alla mediocrità.

CONFIGURAZIONE PC DI PROVA

  • CPU: i5 2500K
  • RAM: 8 gb
  • GPU: Nvidia GTX 960
4.5

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