Recensione Cast of the Seven Godsends

Attingendo a piene mani da vecchie glorie come Ghouls 'n Ghosts e Myth, il team Raven Travel Studios propone s la sua opera d’esordio, Cast of the Seven Godsends, un run’n’gun profondamente old style dallo stile volutamente retrò.

Versione analizzata: PC
recensione Cast of the Seven Godsends
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Giuseppe Arace Giuseppe Arace ha iniziato a venerare i videogiochi e il cinema quando, a soli 4 anni, è rimasto folgorato dalla schermata d’avvio del Sega Mega Drive e dai titoli di testa di Toy Story. Nato con un pad tra le braccia, vorrebbe morire con un Oscar. Non ama molto i social network e bazzica raramente solo su Google Plus.

Esiste una nicchia di videogiocatori, lontana dai furori avveniristici, da sempre sospesa nella nostalgica contemplazione di una "età dell'oro" del gaming, in grado di resistere, nella memoria dei più attempati, anche di fronte alle conquiste tecniche più moderne. I cabinati arcade anni '80, agli occhi di molti puristi, divengono così baluardo di meccaniche ludiche genuine, in cui a primeggiare era il senso di sfida, privo di futili orpelli visivi e non contaminato dalla sperimentazione imperante al giorno d'oggi, che finisce per spesso per mettere il gameplay in secondo piano. Per certi sviluppatori indipendenti, allora, guardare al passato significa tuffarsi in serbatoio di idee che sembrano conservarsi integre e solide anche dopo trent'anni. Attingendo allora a piene mani da vecchie glorie come Ghouls 'n Ghosts e Myth, il team tutto italiano Raven Travel Studios, composto da soli tre sviluppatori, propone su Steam la sua opera d'esordio, Cast of the Seven Godsends, un run'n'gun profondamente old style programmato con la speranza che un po' di sana nostalgia retrò possa far breccia nel cuore degli acquirenti.

I magnifici 7

Quando si entrava nelle sale giochi con le tasche gravide di tintinnanti monete, frutto di sudati risparmi o dell'affinamento di tecniche d'estorsione a danno di genitori e parenti, a nessuno realmente importava del perché si dovessero uccidere orde di mostri. Ciò che contava davvero era il numerino nella parte alta dello schermo, quella lista di zeri posti uno accanto all'altro che doveva progressivamente aumentare, con meno perdite monetarie possibili, per permetterci di stabilire un nuovo record che facesse invidia a tutti gli amici e ai semplici avventori. Non era certo il comparto narrativo ciò che ci attraeva dei cabinati arcade: non abbiamo motivo di lamentarci, quindi, se la trama di Cast of The Seven Godsends non si allontana di molto da un canovaccio appena abbozzato. Eppure, il titolo prova ad offrire un pizzico di approfondimento in più rispetto ai modelli di riferimento, narrando le vicende del re Kandar, ucciso dagli scagnozzi del redivivo imperatore Zaraaima, che ne ha rapito il figlioletto appena nato con l'obiettivo di sacrificarlo durante un rituale. Il nostro protagonista viene resuscitato da sette dei che gli danno l'opportunità di recuperare la sua adorata progenie e, ovviamente, di liberare il mondo dalle forze del male. Il breve racconto, nonostante le buone intenzioni, si dipana attraverso linee di testo che saremo portati a saltare a piè pari, presi dalla frenesia trainante del titolo. Iniziamo innanzitutto col chiarire che Cast of the Seven Godsends non è un prodotto pensato per un pubblico casual, perché si rifà esplicitamente alle opere di tre decadi fa non solo nella struttura e nell'"anima", ma anche e soprattutto nella difficoltà. Con perentorio rigore filologico, il gioco ci impedisce di salvare i progressi e riprendere l'avventura da dove l'avevamo interrotta, imponendoci di completarlo tutto d'un fiato, proprio come se stessimo usando una sola monetina alla volta. Quando una feature del genere è inserita volutamente per ricalcare il modello delle partite "one coin" non sarebbe corretto annoverarla tra i difetti. È comunque innegabile che per terminare tutta la storia sia necessaria una considerevole dose di pazienza e di nervi saldi. La complessità del titolo, infatti, prescinde in alcuni momenti dall'abilità del singolo giocatore e dipende principalmente da opinabili scelte di game design. La struttura è quella di un action "run'n'gun" a scorrimento orizzontale, che si sviluppa in una serie di 6 livelli via via sempre più ampi e complessi. Come da tradizione, il gameplay appare ridotto all'osso per risultare il più immediato possibile, caratterizzato com'è da due sole azioni base: il salto e l'attacco. L'approccio offensivo si è rivelato decisamente variegato, poiché il protagonista ha dalla sua il potere di sette divinità, le quali gli conferiscono in dote un numero sostanzioso di armi ed armature da utilizzare nel corso dell'avventura. Le sacre vestigia divine, però, non si ottengono senza sforzo: per poterle indossare dovremo recuperarle nei livelli avendo equipaggiata la nostra corazza base completamente intatta, quindi senza aver subito alcun colpo. Ogni spoglia celeste possiede specifiche capacità che incrementano in modo esponenziale la potenza d'attacco delle armi, le quali spaziano dagli shuriken a martelli simili al Mjöllnir di Thor, passando per spade, coltelli da lancio e mazze chiodate. Nonostante la buona varietà, le suddette armi presentano squilibri considerevoli per quanto concerne il raggio d'azione e il danno inflitto. Il maggior problema di Cast of the Seven Godsends consiste proprio in un bilanciamento della progressione piuttosto approssimativo, per il quale alcune combinazioni di poteri e abilità sono molto più efficaci di altre: in tal senso, utilizzare la spada si rivela senza dubbio il metodo migliore per proseguire senza troppi intoppi, essendo la risorsa più versatile e pericolosa.

L'ottenimento di questi strumenti avviene però in modo per lo più casuale lungo gli stage, e capita spesso di tentare e ritentare determinate parti del livello solamente perché mal armati dalla sorte. Una poco attenta calibrazione del livello di difficoltà si palesa specialmente durante le 12 boss fight del gioco (suddivise in scontri di medio e fine livello), che se affrontate con le corazze divine possono durare anche pochi secondi, mentre se si giunge alla battaglia col semplice equipaggiamento base, ecco che la lotta rischia di diventare parecchio problematica, dipendendo in gran parte dal tipo di arma in dotazione. Simile sbilanciamento influenza inevitabilmente le dinamiche di gameplay, che sfociano presto nel trial and error e causano morti ripetute e ingiuste. Ciò è dipeso altresì da meccaniche platform affossate da un impreciso sistema di salti, con input che non rispondono immediatamente alla pressione del tasto corrispondente: quest'aspetto, in un gioco in cui precisione e tempistiche sono fondamentali, è un difetto non da poco, che dunque può indurre profonda frustrazione.
Per non farci imprecare contro tutte le sette divinità in preda ad un improvviso esaurimento nervoso, ci viene allora incontro il salvifico dono della provvidenza sotto forma di numerosi checkpoint posizionati strategicamente, e di quattro livelli di difficoltà che vanno da "easy" sino al mefistofelico "retrogamer".

Appare chiaro a questo punto che per valutare la longevità occorre tenere in considerazione parametri sia soggettivi, quali le abilità dei singoli giocatori e la volontà di superare i propri record, sia oggettivi, come lo spawn casuale di armi e avversari, la già citata impossibilità di riprendere una partita interrotta e la necessità, soprattutto in una prima run, di memorizzare al meglio i livelli e i pattern nemici prima di poter avere la meglio su di loro. In ogni caso, sia che duri un paio d'ore o che ne richieda il triplo, Cast of the Seven Godsends ripaga sufficientemente in termini di contenuti i circa 7 euro necessari per acquistarlo. Infine, non mancano riserve anche per quanto concerne l'aspetto grafico. A Raven Travel Studios va riconosciuto per lo meno il merito di aver riproposto l'estetica 16 bit con un tocco personale, senza ricorrere a quella pixel art che ormai va tanto di moda. Peccato che però si perda un po' sul fronte della direzione artistica, alternando ambientazioni molto diverse tra di loro senza soluzione di continuità, con un design parecchio discontinuo che influenza persino il gameplay, come accade in particolar mondo nel livello innevato, in cui il nostro avatar tende a "pattinare" e scivolare praticamente su qualsiasi superficie, anche su quelle di legno che paiono pulite ed asciutte. In tutto il reparto audiovisivo, è poi l'accompagnamento sonoro a convincere maggiormente in virtù della sua semplicità, grazie ad un sottofondo che richiama con delicatezza le musiche dei coin-op anni '80, e che riesce a non essere mai invasivo né troppo ridondante.

Cast of the Seven Godsends Raven Travel Studios omaggia i grandi classici dell’archeologia videoludica con questo piccolo “falso anacronistico” che, agli occhi dei più esperti, mostra ampiamente i segni della contraffazione. Le crepe che smascherano l’artefatto sono causate da una progressione limitata e poco profonda, da un bilanciamento generale tremolante e da un livello di difficoltà che premia più la fortuna rispetto all’abilità pad alla mano. Nonostante queste mancanze, Cast of the Seven Godsends mantiene una propria, dignitosa identità che riflette tutta la passione degli sviluppatori per gli arcade game d’un tempo, offrendo un numero assai ampio di ambientazioni, power up, armi ed avversari sempre diversi. Se siete giocatori che si fanno facilmente vincere dalla malinconia, forse riuscirete a chiudere un occhio sulle magagne del gameplay e vi lascerete coinvolgere dalla sfida che il gioco saprà proporvi col suo ritmo frenetico e la sua varietà artistica. E chissà, magari vi farà anche venire voglia di inserire virtualmente un’altra moneta per battere il vostro precedente record personale. E un’altra ancora. E ancora. E ancora...

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