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Recensione Castle in the Darkness

Un rivale per Shovel Knight?

Versione analizzata: PC
recensione Castle in the Darkness
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
Giovanni Calgaro Giovanni Calgaro è avvocato per sbaglio, ma tuttologo per passione, cresciuto a pane e videogiochi sin dalla più tenera età. Allevato da un commodore 64 non ha mai smesso di stupirsi per l'immensità della forma d'arte videoludica, tanto da sentire molto presto il bisogno di sfruttare l'amore per la scrittura per raccontare, far conoscere ai più e condividere questa meravigliosa passione. Potete sempre trovarlo su Facebook e Twitter, sempre che non sia in qualche aula di tribunale.

Negli ultimi tempi ci siamo ritrovati a parlare di titoli, provenienti il più delle volte dal vivace mondo indipendente, che omaggiano, o per meglio dire, traggono ispirazione, da quella che è unanimemente riconosciuta come la "golden age" videoludica; un’epoca in cui pochi grossolani pixel bastavano per solleticare la fantasia del videogiocatore e dare vita ad avventure indimenticabili. Presi dalla frenesia attuale, in cui vengono spesi fiumi di inchiostro digitale per sterili polemiche legate alla durata di un titolo, se i suoi fps rimangono costanti oppure se la qualità grafica rispetti le caratteristiche di hardware pagati profumatamente, pare quasi innaturale soffermare la nostra attenzione ad opere che sembrano provenire direttamente da un piccolo mondo antico ad 8-bit. È già successo con Shovel Knight, ottimo titolo del giovanissimo team californiano Yatch Club Games e, in buona parte, anche con The Waste Land, curiosa e sentita opera prima dello sviluppatore Fledermaus (al secolo Michele Caletti, Game Director di Milestone). Ora la storia si ripete con Castle in the Darkness, progetto old school ricco di citazioni videoludiche, cullato per oltre tre anni da un certo Matt Kap, nome noto nell'ambiente per aver ricoperto il ruolo di lead designer durante lo sviluppo di The Binding of Isaac.

UNA NOTTE BUIA E TEMPESTOLD STYLE

Come accennavamo poc'anzi Castle in the Darkness è un titolo dalle molte sfaccettature; dalle quali non si può prescindere se si desidera assaporare appieno il suo persistente gusto retrò. L'opera di Matt Kap può essere fatta rientrare nell'imponente categoria che poggia sulle solide fondamenta costituite dai grandi nomi del passato, ora indissolubilmente legati in una crasi che tutti conosciamo come "Metroidvania". Il sostrato narrativo assolutamente classico forma un tutt'uno con la struttura di gioco e riconduce il titolo ad una prima classificazione: quella dell'adventure game a sfondo fantasy. I dogmi del genere vengono rispettati in pieno, sin dalla scarna sequenza introduttiva, in cui assistiamo impotenti all'invasione del regno di Alexandria da parte di aberrazioni demoniache che riescono, in men che non si dica, ad avere la meglio sulla guarnigione reale a presidio del castello, lasciando il nostro alter ego digitale privo di sensi - ma ancora vivo - nella sala del trono. Una volta ripresosi e resosi conto della gravità della situazione, all'eroe dalla splendente armatura non resta che una cosa da fare: sconfiggere le forze delle tenebre, riportare la pace nel regno sconquassato ed ovviamente salvare la principessa che, come al solito, è stata rapita per tutte le oscure macchinazioni del caso.

Un lavoro da vero cavaliere, certo, a volte ingrato e parco di soddisfazioni, ma che a noi permette di impugnare la fida arma bianca e procedere a testa bassa, per saggiare la solidità di una struttura da "open world side scrolling platform", impreziosita da qualche elemento tipico dei classici giochi di ruolo. Il mondo di gioco è un unicum esplorabile senza soluzione di continuità; decisamente poco permissivo in caso di errore, e ricolmo di trappole, segreti, nuovi pezzi di equipaggiamento, easter egg e nemici da ricacciare nelle tenebre. In assenza di indicazioni, pozioni di cura e simili, non possiamo far altro che prepararci a morire, più e più volte. La sempre scarsa salute del protagonista è costantemente messa a dura prova ed anche l'errore più superficiale può costare davvero caro, in pieno ossequio alla formula trial and error che tanto timore incute al giocatore moderno. Tanto per rendere l'idea dell’impatto sui nervi del giocatore, il contatore che tiene traccia del numero dei prematuri incontri col creatore presenta di default ben sei cifre; un segno che non fa ben sperare.
Nonostante il tasso di sfida sia elevato e la frustrazione per gli errori commessi sia sempre in agguato, Castle in the Darkness non risulta esser troppo punitivo, come accade in altri titoli. Ciò grazie ad un sistema di checkpoint decisamente moderno nel concept ed abbastanza riuscito, forse per impattare in modo più morbido sulla psiche dei neofiti. Sparsi qua e là, in punti strategici, vi sono un bel po' di statue sacre che fungono da save point, dove è possibile gestire l'equipaggiamento dell'eroe e rimpolparne la barra della salute. Questo contribuisce a stemperare seppur di poco la parabola ascendente relativa alla difficoltà, che resta comunque ripidissima. Purtroppo riguardo a questo aspetto abbiamo notato, soprattutto verso la seconda metà dell’avventura, che la bontà di questa "cortesia" si incrina a causa di save point che ci costringono ad un po' di backtracking, magari dopo uno scontro con una delle decine di boss che infestano Alexandria. Dato che il contatore delle morti corre come un tassametro, un po' più di bilanciamento in tal senso (magari limando anche qualche improvviso picco nella difficoltà generale, alle volte proibitiva) non avrebbe guastato.


TRA AFFRESCO NOSTALGICO E CULTURA

Il sistema di controllo di Castle in the Darkness è improntato su una immediatezza e su una semplicità d'altri tempi. Durante la nostra prova abbiamo preferito - dato che ci pareva più precisa - usare la classica tastiera, ma nulla vieta di utilizzare un controller. I tasti che vengono sfruttati sono pochissimi ed il tutto si risolve essenzialmente nell'uso delle frecce direzionali, del tasto demandato al salto ed di quello relativo all'attacco (unico, per attacco fisico e magico). Ciò ci basta per saltare da una piattaforma all'altra e per esplorare un mondo dark fantasy che trasuda cultura videoludica ad ogni cambio di schermata. Castelli con le relative segrete, abitazioni, foreste e paludi putrescenti ricolme di aberrazioni e piccoli villaggi in cui trovare un po' di ristoro ed acquistare i moltissimi pezzi di equipaggiamento, costituiscono solo una parte dello sfondo che ci accompagna attraverso la nostra missione salvifica. L'intento dello sviluppatore è perfettamente in linea con i capolavori che intende omaggiare. Bastano pochi, sparuti pixel per riportarci indietro nel tempo e riaccendere la scintilla della fantasia come ai tempi del NES. Questo, unito ad una palette cromatica assolutamente essenziale dai toni accesissimi che risaltano su sfondi solitamente scuri ma altrettanto parchi di dettagli, caratterizzano e danno personalità al baldo cavaliere, ai moltissimi boss (ognuno con la propria routine d'attacco) ed all'ambiente circostante. Strano a dirsi, ma alle volte basta effettivamente così poco per dare carattere ad un titolo e ai suoi protagonisti.

Lo sviluppatore dimostra inoltre di avere una vasta cultura videoludica e non solo, dilettandosi nelle più disparate citazioni - palesi o più spesso celate - che richiamano costantemente i capolavori dell'epoca d'oro, come ad esempio Zelda, Super Mario e Puzzle Bubble, nonché citazioni cinefile giunte direttamente dai rampanti anni '80. Emblematico in questo senso è un quadro che troviamo all'inizio dell'avventura, che riproduce esattamente Vigo, il perfido tiranno dei Carpazi che semina caos e terrore nella New York raccontata in Ghostbuster 2. A sostenere il tutto ci pensa anche una soundtrack in linea col resto della produzione, curata con pezzi chiptune che ci martellano con insistenza le orecchie.

Castle in the Darkness Troppo facile cadere nel cliché dell'affresco nostalgico per definire l'opera di Matt Kap. Essa è qualcosa di più; possiede un'anima ed un carattere del tutto peculiari che, pur poggiando sulle spalle dei giganti ad 8-bit, lo rendono un titolo unico e caratteristico. Se siete dei neofiti, Castle in the Darkness vi accoglierà in modo forte e deciso, proponendovi un'esperienza di gioco dal medesimo impatto di uno schiaffo in pieno viso. La schermata di Game Over è una costante lungo tutto il corso della longeva avventura. Nonostante questo, forse per un distorto senso del dolore, il giocatore è comunque invogliato ad andare avanti, morire e ricominciare, ad esempio per superare una sezione assurda, oppure ancora per sbloccare uno dei moltissimi easter egg o un pezzo di equipaggiamento. Castle in the Darkness è “bello e impossibile”, nonostante alcune incertezze sul bilanciamento della difficoltà in determinati punti dell'avventura, che mettono a dura prova l'autocontrollo anche del videogiocatore più navigato.

8

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