Recensione Castle of Illusion

SEGA reinterpreta un classico degli anni '90

Versione analizzata: Xbox 360
recensione Castle of Illusion
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • iPhone
  • Pc
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

La moda dei Remake non vuole proprio arrestarsi: anche alla fine del ciclo vitale di questa generazione, software house di ogni sorta ripescano le vecchie glorie della loro line-up, le rimettono a nuovo con una bella mano di texure fiammanti, e ce le ripropongono in raccolte o sulle piattaforme di distribuzione digitale. L'azione “estiva” di Capcom e SEGA sembra quasi coordinata: neppure un mese dopo che la prima ha lanciato il suo Duckstales, la seconda ci propone un altro platform “disneyiano”: Castle of Illusion (starring Mickey Mouse).
Dopo il fallimento della versione 3DS di Epic Mickey, quel Power of Illusion che era stato additato come erede spirituale del titolo uscito su Mega Drive, arriva quindi il discendente legittimo. Stavolta però, nonostante il profondo rispetto per l'iconografia dell'originale, SEGA decide di imboccare una strada un po' diversa, per superare i limiti di un software sorretto soltanto da un “lifting” grafico. Insomma: il nuovo Castle of Illusion si prende qualche libertà, aggiunge nuove sequenze, qualche sorpresa e delle trovate interessanti, per evitare di inciampare nella stessa trappola in cui è caduto lo Zio Paperone di Capcom.

Nuovo viaggio, vecchie atmosfere

La vita del Topo non è affatto facile. Basta uscire per un picnic assieme alla graziosa Minnie per essere preso di mira. Ed infatti la malefica strega Mizrabel rapisce la fidanzata del nostro protagonista con l'intento di rubarle la giovinezza, costringendo Topolino ad avventurarsi nel periglioso Castello che dà il nome alla produzione.
Fin dai primi momenti di gioco i vecchi fan del platform uscito su Mega Drive si sentiranno a casa: sbrigate le formalità narrative Castle of Illusion si presenta come un platform bidimensionale che più classico non si può, con nemici a cui saltare sulla testa e crepacci.
Dopo appena poche schermate, tuttavia, il titolo mette in chiaro la sua vera natura: più che un remake, si tratta di una reinterpretazione, che non esclude la possibilità di qualche innesto più moderno. Da un istante all'altro, quindi, la telecamera ruota e nasconde, dietro lo scorrimento 2D, una terza dimensione.
Potenzialmente traumatico per i giocatori di vecchia data, e con implicazioni ludiche tutt'altro che irrilevanti, il passaggio dalla seconda alla terza dimensione è in verità morbidissimo e poco invasivo. Entrando nel castello di Mizrabel vengono quasi in mente gli androni cupi della fortezza di Super Mario 64, ma si tratta di sensazioni passeggere. Dirigendosi verso uno dei sette stage di cui il titolo è composto, infatti, si ritorna felicemente allo scorrimento classico, da sinistra a destra, immersi in quella “foresta incantata” che ci accoglieva anche nella versione per Sega Mega Drive.
Castle of Illusion si diverte quindi a schizzare dalle due alle tre dimensioni spesso e volentieri, ma lo fa in maniera sempre naturale e mai forzata. L'avanzamento è sempre ben inquadrato, ed i cambi di prospettiva sono utilizzati più che altro come raffinati “giochi di regia”: corse a perdifiato, duelli coi boss e piccoli labirinti arrivano all'improvviso e spariscono altrettanto in fretta, vivacizzando però la progressione in maniera tutto sommato efficace, e senza allontanare troppo lo spirito dell'originale.

Proprio questa consonanza con il capitolo classico permetterà anche ai puristi di godersi un platform che riporta con la memoria ai tempi che furono: gli stage, pur rivisti nel level design, sono ispirati a quelli già attraversati nel 1990, e ci portano fra foreste infestate, stanze dei giocattoli e fontane di dolciumi. In onore al vecchio capitolo, il salto è l'unico strumento su cui il nostro topo può contare, magari divertendosi a rimbalzare sui nemici per raggiungere i “piani alti” di certi stage e recuperare qualche diamante in più.
E' però per questa sua stoica difesa dell'essenzialità propria dell'epoca a 16-Bit che Castle of Illusion non si spinge mai a tentare soluzione ardite di level design, limitandosi a proporre piattaforme semoventi, liane dondolanti e burroni da saltare. A spuntare le armi della produzione non è quindi un sistema di movimento con cui in certi casi bisogna fare a pugni (la sensibilità e l'inerzia potevano essere leggermente riviste), quanto uno svolgimento piano e regolare dall'inizio alla fine, largamente atteso e senza sorprese.
La meraviglia che certi utenti proveranno deriva più dalla grande capacità di restaurare i vecchi contesti che il team di sviluppo ha dimostrato. Il lavoro svolto sulle ambientazioni è incantevole, e mentre si avanza in primo piano, si intravedono sullo sfondo nemici ed elementi animati, che rendono più pieni gli stage. I nemici sono sostanzialmente identici a quelli classici, ma i loro modelli appaiono sempre ispirati. Meno gradevole è invece il sorriso eterno di Topolino, ma forse il problema vero è a monte: ormai la mascotte Disney -soprattutto in questa versione quasi “ancestrale”- ha perso buona parte del suo fascino, e questo non può che ripercuotersi un po' sulla capacità del titolo di conquistare i giocatori.

E' per tutti questi motivi che il viaggio in compagnia di Topolino è consigliato soprattutto a chi ricorda con piacere il vecchio episodio: in quel caso si tratterà di un piacevole tuffo nei ricordi, attraversando contesti e ambientazioni così ben interpretati secondo canoni grafici più moderni.
Castle of Illusion resta comunque un platform ben più che sufficiente e sviluppato con cura, persino “didattico” nella sua difficoltà, che ha il coraggio di abbandonare i checkpoint per costringere l'utente a prestare molta attenzione.
Peccato che negli scontri con i boss questa evidente intransigenza diventi in parte fastidiosa, soprattutto perchè il meccanismo per avere la meglio dei grossi nemici sarà quasi sempre quello del trial & error.
E peccato anche per l'esigua durata dell'avventura, che si completa in poco più di tre ore, gettando un'ombra scura sul rapporto quantità/prezzo. Forse, però, la longevità è tutto sommato ben misurata: proprio in virtù dell'estrema semplicità di fondo di un platform così esile ed esclusivamente “salterino”, tenere alta l'attenzione del giocatore per qualche ora in più sarebbe stata impresa del tutto improba. Meglio insomma un'esperienza condensata ma sempre vivace.
Da sottolineare un comparto sonoro letteralmente incantevole: secondo le mode del momento (da Bastion a Puppeteer), troviamo in Castle of Illusion una voce narrante che “racconta” dal vivo le gesta dell'eroe, accompagnata da una colonna sonora davvero deliziosa.

Castle of Illusion Castle of Illusion supera, anche se di poco, i risultati del Ducktales di Capcom. E lo fa proprio perchè non si limita a riproporre lo stesso gioco di oltre vent'anni fa. Anzi, gli stage bidimensionali di un tempo acquistano qui una nuova dimensione: alle volte spingendo Topolino in profondità, ma anche solo presentandosi adornati da modelli ben costruiti e artisticamente molto piacevoli. Il limite più evidente del titolo SEGA resta paradossalmente la sua rispettosa classicità, che manda in solluchero i fan di vecchia data ma sfocia in soluzioni di level design troppo regolari. Eppure in fondo, anche grazie alla vivacità degli ambienti, e ad una durata (purtroppo?) non eccessiva, Castle of Illusion si lascia giocare volentieri. Provatelo se volete riscoprire sapori antichi.

7.5

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