Recensione Dark Echo

Un affascinante stealth game “al buio”, dove per sopravvivere dovrete basarvi solamente sull'udito, rappresentato a schermo tramite particolari astrazioni. Un progetto originale e convincente.

Versione analizzata: PC
recensione Dark Echo
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Il mondo dei giochi "a visibilità ridotta" o a cecità completa non è molto frequentato dai giocatori, ma di certo le produzioni del genere non mancano, ed è anche possibile risalire abbastanza indietro nella linea cronologica del videogioco alla ricerca di titoli che limitano le possibilità visive dell'utente: giusto per citare un caso particolarmente interessante di (non)visual novel, possiamo tornare al 1997, anno della pubblicazione di Real Sound: Kaze no Regret su Saturn, titolo sviluppato dal team WARP, "capitanato" dal prematuramente scomparso Kenji Eno (il suo ultimo progetto, l'affascinante Kakexun, è ora in fase di realizzazione grazie a una campagna Indiegogo e alla buona volontà di amici e colleghi). Nel tempo non sono mancati però esperimenti all'interno di diversi "generi" videoludici, dagli shoot 'em up agli strategici, e per averne un'idea basta dare un'occhiata alla nutrita lista di titoli catalogati da AudioGames. In tempi più recenti non bisogna dimenticare opere quali BlindSide, i due Papa Sangre, The Nightjar e Three Monkeys. Occorre però notare che vi sono modi differenti di intendere la cecità videoludica: c'è quella che mette sullo stesso piano vedenti e non vedenti, con titoli pensati appositamente per i secondi, come nel caso del succitato Real Sound, oppure dello straordinario Inquisitor's Heartbeat, un rogue-like dell'italiana Rising Pixel o, ancora, di Audio Rally Racing, gioco di corse in cui i vedenti sono però avvantaggiati, grazie al mancata "oscuramento" dello schermo; c'è quella dell'accessibilità, riscontrabile nelle avventure punta-e-clicca su licenza dell'inquisitore Nicolas Eymerich, pensate per un pubblico vedente e poi adattate per i giocatori ciechi; e, infine, c'è quella "parziale", che necessita assolutamente della vista per poter essere percepita come limitazione e per poter dar vita a un certo tipo di gameplay.

E' questo il caso di giochi come The Tower di Narrow Monolith e Blind Adventure di aiiekecute, lavoro che opera una curiosa inversione, rendendo invisibile il protagonista all'interno di un mondo perfettamente visibile: qui la cecità è pensata esclusivamente per il vedente, poiché l'osservazione dell'ambiente è fondamentale per orientarsi nello spazio. Il titolo, in pratica, trasferisce sul giocatore, quasi paradossalmente, l'impossibilità di vedere proprio grazie alla vista, costringendo l'utente a sfruttare la memoria e la tecnica che consiste nel "toccare le pareti" e gli ostacoli in generale, per riuscire a comprendere la propria posizione all'interno del mondo. Anche You Must Escape, titolo presentato al ventiseiesimo Ludum Dare, svoltosi tra il 26 e il 29 aprile del 2013, fa proprio quest'ultimo approccio alla cecità, dando la possibilità di (non)vedere solo ai vedenti. Da questo primo esperimento gli sviluppatori di RAC7 (già autori di Stealth Hunter 2 e del divertentissimo Super Surf Bros) hanno in seguito tratto un gioco sostanzialmente "nuovo", come avremo modo di capire meglio tra poco: Dark Echo è così approdato prima sui dispositivi mobile e poi su Steam, pronto per essere giocato dai temerari che decideranno di calarsi nelle oscurità dei suoi labirinti, per non-vedere l'orrore con i propri occhi...

Vedo/non vedo

Le meccaniche di gioco di Dark Echo, pur con le differenze di cui parleremo, hanno molti elementi in comune con quelle del prototipo originale a cui accennavamo in apertura, You Must Escape. Il giocatore viene immerso in un ambiente completamente oscurato (inquadrato con quella che possiamo presupporre essere una visuale dall'alto, a volo d'uccello), che rivela i proprio contorni e i propri confini solo quando un rumore si spande per le sale da attraversare: un passo, una goccia che cade a terra, un urlo, insomma tutti i rumori rilasciano nell'ambiente onde sonore astratte costituite da vettori (di colori diversi a seconda del tipo di rumore prodotto), che costituiscono gli unici elementi visibili e che "rimbalzano" quando incontrano un ostacolo o un muro. E qui subentra la prima differenza sostanziale: mentre nel primo gioco non c'erano punti di riferimento legati al protagonista, se non un puntino illuminato quando era il personaggio a produrre rumore, per esempio camminando, in Dark Echo sono sempre presenti a schermo delle impronte che indicano al giocatore la posizione attuale e una parte del percorso compiuto precedentemente.

Se da un lato è vero che questo diminuisce sensibilmente le difficoltà di movimento all'interno dei livelli, perché si ha sempre la certezza del punto esatto in cui ci si trova, d'altra parte è anche vero che questa soluzione ha permesso agli sviluppatori di arrivare a nuove idee di game design e di costruire in generale livelli più complessi. In You Must Escape occorreva molta più attenzione per ricordarsi il luogo esatto in cui ci si era fermati, mentre in Dark Echo è più facile orientarsi, visto che le impronte indicano ovviamente anche la direzione in cui si è rivolti, ma le mappe sono solitamente più ampie e strutturate. Scopo del gioco, in entrambe le versioni in realtà, è arrivare alla fine del livello, rappresentata da una porta. Le prime mappe fungono da introduzione e da tutorial, ma ben presto ci si accorge di non essere soli, nelle tenebre del "labirinto"...

Appuntamento al buio

Mano a mano i livelli si riempiono di nemici, pronti a captare ogni onda sonora e a dirigersi verso la fonte del suono. Di fatto Dark Echo è una sorta di stealth game "al buio" in cui il minimo rumore può diventare una condanna a morte. Procedendo per astrazioni il gioco riesce a creare tensione, e anche un semplice "nugolo" di linee rosse diventa un elemento capace di mettere in ansia il giocatore, braccato da forme che emettono suoni viscerali eppure indefiniti, che non rimandano ad alcuna creatura in particolare e forse proprio per questo riescono a generare un continuo senso di inquietudine. Il suono è dunque un elemento duplice, poiché è "rischioso", ma anche necessario all'orientamento. Inoltre ben presto il rumore diventa un alleato, perché permette di creare diversivi e di allontanare le creature delle tenebre da una certa zona. Oltre ai rumori prodotti dal protagonista vi sono, poi, quelli dell'ambiente circostante, che offrono saldi punti di riferimento, ma anche possibili rischi aggiuntivi: è questo il caso degli specchi d'acqua (caratterizzati dal colore azzurro) che ci si ritrova a dover attraversare in alcuni frangenti. In acqua non vi è quasi possibilità si muoversi silenziosamente, dal momento che ogni passo produce un suono piuttosto "esteso" (Dark Echo costringe a parlare di suono anche secondo coordinate spaziali e visive). In realtà è possibile spostarsi in acqua senza allarmare in nemici, ma ciò richiede molta pazienza e ripetuti tocchi, lievissimi, alla levetta analogica del controller. Se si riesce a trovare il giusto equilibrio è possibile muoversi di qualche passo senza produrre alcun tipo di effetto sonoro, e anche le impronte scompaiono per pochi istanti. A tutto ciò si aggiungono man mano molte abilità, che contribuiscono a rendere più varia l'interazione e permettono di sperimentare in ogni livello utilizzando diversi approcci : si va dalla capacità di sgattaiolare silenziosamente alle spalle dei nemici (cosa che consente però di riconoscere soltanto una piccola porzione di spazio attorno a sé) alla possibilità di lanciare pietre per sviare l'attenzione dei "mostri", senza dimenticare il fatto che tutte queste capacità extra possono poi essere utilizzare per rigiocare i livelli precedenti. La rigiocabilità è data dai quindici tesori nascosti in zone segrete del titolo e dalla presenza di due modalità: una è quella immersa nelle tenebre di cui abbiamo appena parlato, mentre dell'altra conviene non dire nulla per non rovinare la sorpresa, visto che si sblocca una volta completata la prima fase. In sostanza, Dark Echo è un titolo estremamente interessante, capace di dispensare brividi a chiunque in virtù di un level design ispiratissimo e ben calcolato e di uno studio sull'audio posizionale semplicemente straordinario: il rumore di fondo onnipresente, il ronzio delle mosche attorno ai cadaveri e i già citati versi delle creature creano un'atmosfera disturbante, opprimente e soffocante. Un plauso va anche alla parte grafica del lavoro, perché non si ricorda mai abbastanza quanto sia interessante proporre giochi in cui l'uso della vista è parzialmente o integralmente "impedito": il mondo di gioco è lì, sotto la coltre di nero che ricopre tutto, ma è presente e si forma in qualche modo nella mente del giocatore, un po' come accadeva e accade nelle avventure testuali alla Zork, per intenderci. Si crea una sorta di sorprendente paradosso, in cui è proprio attraverso la vista che ci si accorge di non poter vedere. Ma è vero anche il contrario: è proprio negando la vista che ci si accorge di vedere.

Dark Echo Dark Echo è un'affascinante stealth game “al buio”: per sopravvivere è necessario orientarsi con l'aiuto delle “onde” generate dai rumori prodotti dal giocatore e dall'ambiente. Le linee che indicano intensità e direzione dei suoni sono gli unici riferimenti visivi, assieme alle impronte del protagonista e al confine rappresentato da muri ed ostacoli vari, che si rivelano solo una volta colpiti dal rumore. La grafica, inoltre, in virtù della quasi completa astrazione, riesce a generare paura ed inquietudine nel giocatore, chiamato a ricostruire e rendere unitario nella propria mente uno spazio che si mostra solo nella propria frammentarietà, solo a tratti, grazie al comportamento stesso dei “vettori sonori”. A tutto ciò si aggiunge un comparto sonoro d'eccellenza e una certa rigiocabilità, garantita dalla presenza di alcuni “potenziamenti”, di due modalità/mondi diversi da esplorare e di quindici tesori da scovare tra le “pieghe” dei livelli, tra un nemico “invisibile” e l'altro. Inoltre il ritmo di gioco è gestito in maniera magistrale, grazie a un'alternanza dei livelli decisamente equilibrata. In definitiva, Dark Echo è un titolo imprescindibile per chiunque sia interessato al mondo degli “impedimenti visivi” all'interno del videogioco e per gli amanti dell'horror.

9

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