Undertale con Matteo Corradini Oggi alle ore 21:00

Matteo Corradini di The Pills gioca in diretta con Undertale

Darkest Dungeon arriva su Ps4 e PsVita: la Recensione

Dopo aver infestato i nostri PC, lo spietato roguelike di Red Hook Studios si diffonde come un male antico anche su console.

Versione analizzata: Playstation 4
recensione Darkest Dungeon
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • PSVita
  • Pc
  • PS4
Giovanni Calgaro Giovanni Calgaro è avvocato per sbaglio, ma tuttologo per passione, cresciuto a pane e videogiochi sin dalla più tenera età. Allevato da un commodore 64 non ha mai smesso di stupirsi per l'immensità della forma d'arte videoludica, tanto da sentire molto presto il bisogno di sfruttare l'amore per la scrittura per raccontare, far conoscere ai più e condividere questa meravigliosa passione. Potete sempre trovarlo su Facebook e Twitter, sempre che non sia in qualche aula di tribunale.

Un tarlo inizia presto a farsi largo nella vostra mente disturbata mentre gettate, con un moto di commozione, l'ennesima manciata di terra sui corpi dei compagni caduti a causa della splendida, disturbante e incredibilmente perversa creatura di Red Hook. Molto probabilmente non vi riprenderete più dallo shock e dagli orrori visti nel Dedalo, oppure all'interno delle rovine del maniero di cui avete percepito l'oscuro richiamo.
Nel luogo scuro e opprimente in cui ci addentriamo grazie al team canadese, non esiste la luce purificatrice del sole e non brillano nemmeno più le anime dei sodali che ci accompagnano, stretti nei loro mantelli sgualciti, oppure nei macilenti fasciami che tengono insieme arti spezzati e una mente mutilata. Non hanno più nemmeno un briciolo della forza che li muoveva appena reclutati; oramai il guizzo repentino che vediamo nei loro occhi incavati non è altro che la più bieca forma di pazzia che si è impadronita di loro e attende solo il momento propizio per calare la falce dell'ignobile destino e reclamare quanto gli è dovuto. Questo è l'effetto che fa Darkest Dungeon, andando oltre i fasti patinati di eroi senza macchia e approfondendo i più oscuri meandri della psiche. Tale approccio reale e privo di archetipi, insomma, ci ricorda che anche chi ripugna il male, in realtà, possiede un demone interiore che gli divora incessantemente l'anima sino a condurlo alla morte. Come avrete capito, a diversi mesi dal suo arrivo su PC (e con una gradita espansione in arrivo), la perversa creazione di Red Hook ci riconquista investendoci con tutta la sua cattiveria anche su PlayStation 4 e Vita, grazie a un cross buy che vi consentirà di produrvi in improperi creativi ovunque voi siate. Abbiamo ovviamente analizzato entrambe le versioni e ci siamo trovati per le mani non solo l'ottimo titolo che già conoscevamo, ma anche un'esperienza di gioco soddisfacente supportata da una buona rimappatura dei comandi.

Trovai la morte, per ultimo

Per chi non ha ancora avuto modo di godere della perversa bellezza di Darkest Dungeon su PC, è d'obbligo fare un po' di chiarezza e capire l'importanza dell'arrivo di un titolo del genere su console. La creatura di Red Hook si presenta come un dungeon crawler roguelike che strizza l'occhio in decomposizione alle meccaniche old school del genere, arricchendo però la formula con un pizzico di gradite novità e una riuscita commistione che attinge a diversi sotto-generi ruolistici.
Le meccaniche, in realtà, sono alquanto "semplici": noi siamo il deus ex machina che governa le azioni dei nostri sodali o, meglio, di carne da macello che recluteremo presso la carovana itinerante del villaggio dimenticato da Dio in cui ci troviamo.
Guidiamo un party composto da quattro compagni per volta, mentre gli altri resteranno a disposizione (oppure a riposo forzato, per curare le ferite del corpo e della mente) all'accampamento. È importante, sin dalle prime incursioni, non affezionarsi ai sodali che di volta in volta vi accompagneranno, perché la morte rappresenta il tragico quinto elemento del gruppo. La vera chiave di volta dell'intero titolo è rappresentata dalle spedizioni, le quali prevedono una molteplicità di obiettivi differenti che, alla fin fine, si sostanziano nella "pulizia" di ogni stanza e corridoio dei labirintici dungeon e nell'uccisione di diversi pericolosi boss. Al contrario di quello che si potrebbe pensare, raggiungere gli obiettivi e portare a casa la pelle risulta una impresa assai ardua che lascia davvero pochissimo margine a qualsiasi errore.
Darkest Dungeon, insomma, è un titolo punitivo e difficile, che ci immerge totalmente in ambienti e meccaniche di gioco altamente ostili. A nostro favore, infatti, non vi è proprio nulla; per questo è importante sin dalle prime battute, ingegnarsi e gestire in maniera maniacale il proprio party e ogni aspetto a esso correlato, come l'acquisto delle provviste prima di partire all'avventura. La più importante di queste è sicuramente la torcia. Proprio grazie alla rassicurante luce di una fiamma è aggrappata la salute mentale degli eroi, nonché la difficoltà degli scontri e la quantità di bottino che è possibile raccogliere. Se la fiamma si consuma, o peggio, si spegne del tutto, lo stress a cui sono sottoposti i combattenti aumenta a dismisura ed in pochissimo tempo nella loro mente iniziano a formarsi pensieri nefasti che, se esternati, arrivano ad influenzare negativamente tutto il gruppo. L'introduzione dell'elemento psicologico è un colpo di genio che approfondisce in modo pressoché perfetto l'elemento tattico del titolo; più delle statistiche, della gestione dell'equipaggiamento e dei combattimenti a turni sostenuti da una miriade piuttosto varia e ben caratterizzata di abilità uniche per ogni classe.

L'eroismo è roba d'altri

Gli avventurieri, a seconda delle loro peculiari inclinazioni, dello stress subito, della composizione del gruppo e dell'andamento della spedizione, sviluppano vere e proprie patologie fisiche e mentali che portano ad importanti debuff sino alla possibile, totale, perdita di controllo del personaggio. Abbiamo assistito impotenti alla morte della nostra Vestale solo per il fatto d'essersi guadagnata i tratti di egoista e cleptomane. Morale della favola, si è avventata su uno scrigno prima che potessimo curarla e, nel tentativo di appropriarsi del contenuto, ha attivato una trappola nascosta che l'ha mandata all'altro mondo.
Questo è solo un piccolo assaggio di ciò che vi attende a ogni angolo. I difetti caratteriali o mentali devono esser necessariamente rapportati a quelli dell'intero gruppo. Infatti, non è scontato che tutti vadano d'amore e d'accordo e, in alcune occasioni, il wipe dell'intero party è stato causato dall'healer che, avendo sviluppato una antipatia atavica nei confronti degli altri, rifiutava egoisticamente di curarli. Insulti che volano tra gli eroi attorno al fuoco da campo e molti altri episodi poco edificanti - riconducibili solitamente a tratti negativi come codardia, egocentrismo e simili - sono bastati per mandare all'aria un bel po' di spedizioni. Per questo, il villaggio in cui ritorneremo alla fine di ogni quest, mette a disposizione degli eroi superstiti alcuni luoghi (potenziabili attraverso determinati tesori raccolti all'interno del maniero) per ristorare la mente e il fisico e scacciare le situazioni disturbanti vissute in missione. Un bordello (per il quale, chissà perché - l'integerrimo crociato va pazzo), un'abbazia e un ospedale psichiatrico permettono di mettere in cura, pagando profumatamente, chi non riesce più a sopportare la dura vita dell'avventuriero. Questi soldati rimarranno indisponibili sino alla missione successiva e non è detto che le terapie abbiano un effetto sulle psicosi. Le stesse infatti potrebbero divenire permanenti costringendovi a congedare un eroe di buon livello per cui avete speso tempo e fatica nell'equipaggiarlo di tutto punto grazie, ad esempio, al fabbro.

Il primo di tanti è caduto

Sotto il profilo stilistico, le cupe atmosfere, rese magnificamente grazie ad una realizzazione certosina caratterizzata da tratti hand drawn grezzi e scuri, fanno emergere con grande potenza una realtà malata e maledetta. I modelli bidimensionali degli avventurieri trasudano un senso di fragilità psicologica in cui c'è ben poco di eroico o emulativo. Le campionature sonore, assolutamente d'atmosfera, e il narratore fuori campo dalla voce roca e affilata come la lama di un rasoio che si prodiga nel raccontare ciò che accade sullo schermo, accompagnano alla perfezione ogni azione di gioco contribuendo all'immersività del giocatore. Rispetto alla versione PC, il titolo ora gode della sottotitolazione in italiano. Una gradita aggiunta, per noi, anche se ogni tanto balzano agli occhi errori di traduzione grossolani e improponibili che, comunque, potete segnalare direttamente al team di sviluppo.
Se volete approfondire gli aspetti tecnico-stilistici di Darkest Dungeon, vi rimandiamo alla recensione della versione PC. Per ciò che ci interessa in questa sede, concentriamo la nostra attenzione sulle due versioni testate, ricordandovi che il titolo gode del Cross Buy e della funzione Cross Save.
Riguardo alla versione PlayStation 4, il lavoro di porting è stato eseguito con una certa cura e fedeltà, e ha mantenuto la qualità già vista sugli schermi dei nostri PC.
Invece, non era così scontato funzionasse il redesign dei comandi. Intendiamoci, l'immediatezza donata da tastiera e mouse rimane ovviamente su un altro livello ma il team di sviluppo è riuscito a condensare, nei pochi tasti del pad (e utilizzando qualsiasi combinazione), tutto quello che ci serve per giocare anche se non sempre intellegibile. In fondo, stiamo pur sempre parlando di un titolo "statico" con menu e sottomenu, statistiche da spulciare e icone da selezionare espressamente pensate per la fruizione su PC, ma resta comunque lodevole lo sforzo del team di rendere tutto il più intuitivo possibile.

Per quanto riguarda la versione dedicata alla portatile di casa Sony dobbiamo dire che, pur presentandosi meravigliosamente grazie al piccolo schermo che esalta definizione, palette cromatica e atmosfera del titolo, ci siamo trovati a dover fronteggiare alcuni problemi sotto il profilo della mappatura dei comandi e della lettura dei minuscoli testi a schermo. In particolare (e qui mi rivolgo a chi ha le mani grandi), il rear touch pad - utilizzato principalmente per la selezione degli avventurieri - risulta scomodo ed è sin troppo facile toccarlo per sbaglio magari nei momenti meno opportuni, costringendoci a perdere tempo per rimettere tutto in ordine.

Darkest Dungeon Darkest Dungeon arriva finalmente su console per la gioia di tutti coloro che, ingolositi da questo particolare titolo su PC, hanno aspettato con ansia tutti questi mesi. La creatura malata e disturbante partorita dai ragazzi di Red Hook si presenta in fantastica forma, grazie all'incessante lavoro di rifinitura portato avanti dal team in tutti questi mesi. Non era facile condensare nei pochissimi tasti di un pad (o di una portatile) un'esperienza di gioco nata appositamente per essere goduta con l'accoppiata mouse e tastiera. Se la versione maggiore non ha dato alcun problema sotto questo punto di vista, diverso discorso deve esser fatto per la piccola di casa Sony in cui la mappatura dei comandi, pur pensata con un certo criterio, finisce con esser poco intuitiva e un tantino farraginosa. Per questo motivo - e solo per questo - vi consigliamo di sottrarre mezzo punto dalla votazione in calce. Darkest Dungeon, comunque, rimane un acquisto assolutamente consigliato senza se e senza ma. Il binomio Cross buy/cross save e la sottotitolazione in lingua italiana, poi, completa un'offerta ludica imperdibile. Se non lo recuperate, prima o poi, vi meritate di trascorrere una nottata tra gli orrori del Dedalo.

9

Che voto dai a: Darkest Dungeon

Media Voto Utenti
Voti totali: 34
7.4
nd