Recensione Deadlight: Director's Cut

La versione Director’s Cut di Deadlight raggiunge finalmente gli scaffali di PS4, PC ed Xbox One: l’edizione migliorata ed ampliata di un’avventura post apocalittica davvero sorprendente, al suo debutto assoluto su console Sony.

Versione analizzata: Playstation 4
recensione Deadlight: Director's Cut
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Giuseppe Arace Giuseppe Arace ha iniziato a venerare i videogiochi e il cinema quando, a soli 4 anni, è rimasto folgorato dalla schermata d’avvio del Sega Mega Drive e dai titoli di testa di Toy Story. Nato con un pad tra le braccia, vorrebbe morire con un Oscar. Non ama molto i social network e bazzica raramente solo su Google Plus.

Punta di diamante dell'assolata Summer Arcade di Xbox360 nel 2012, Deadlight si rivelò al tempo un'autentica sorpresa: un survival horror indipendente che miscelava l'azione side-scrolling con fasi platform ed un po' di puzzle solving, dotato inoltre di una marcata componente narrativa e di uno stile artistico che ricordava le atmosfere disperate dei post-apocalittici a tema zombie più in voga del momento (tra cui il cult The Walking Dead, dal quale aveva chiaramente tratto ispirazione). Pochi mesi dopo la release sullo store Microsoft, l'opera d'esordio del team madrileno Tequila Works giunse anche nelle sovraffollate librerie di Steam: il successo e la bellezza del titolo non sfuggirono così agli occhi sempre vigili e attenti di mamma Sony, con la cui partnership il giovane team ha iniziato quindi lo sviluppo di Rime, incantevole avventura in esclusiva per PS4, annunciata alla scorsa Gamescom e al momento svanita nel nulla. Per ingannare l'attesa del nuovo, promettente progetto (e per racimolare qualche introito extra che alleggerisca le spese di produzione) i ragazzi di Tequila Works hanno allora deciso di presentarsi al pubblico con Deadlight: Director's Cut, edizione riveduta ed ampliata del loro primo gioiello, al debutto assoluto su Playstation 4. Le migliorie tecniche e i pochi contenuti aggiuntivi di questa edizione rimasterizzata (in uscita altresì su PC e Xbox One) basteranno da soli per dare al gioco nuova luce?

ONLY THE SHADOWS OF THEIR EYES

È il 1986, ed il mondo è sull'orlo della fine. Tutto è accaduto in pochi giorni, a seguito dello scoppio di un'ignota epidemia che ha destabilizzato l'intera società e ha quasi estinto la razza umana. Gli uomini sono stati infettati e tramutati in orride creature, cannibali e feroci: le chiamano "ombre", perché si muovono nell'oscurità, sbucano fuori dal nulla e ghermiscono le prede all'improvviso. L'esercito non ha tardato a mobilitarsi per controbattere la nuova minaccia e per creare rifugi sicuri dove accogliere i sopravvissuti. Tra questi, lo sceriffo Randall Wayne, che ha assistito all'apocalisse con i propri occhi, ed è pertanto tormentato da demoni interiori che non hanno alcuna intenzione di abbandonarlo. Insieme ad alcuni superstiti, il nostro protagonista si mette in viaggio per raggiungere il Safe Point più vicino, ma ben presto si separa dal gruppo per cercare la moglie Shannon e la figlia Lydia, perdute chissà dove in quell'inferno di ombre.

L'universo post-apocalittico imbastito da Tequila Works si è certo ispirato alle suggestioni del fumetto The Walking Dead (del resto, le cutscene sono disegnate con un tratto ruvido che ricorda alla lontana le tavole di Robert Kirkman), ma ha anche il merito, tutto personale, di aver rinnovato alcuni elementi cardine del genere. Il fulcro del gioco sono appunto le "ombre", che hanno dato vita ad un vero e proprio inferno sulla terra. Non è un caso che, nel corso della sua metaforica discesa agli inferi, Randall recuperi alcuni estratti della Commedia di Dante, nella quale i dannati sono definiti proprio "ombre": il cammino del protagonista è ostacolato, infatti, sia da questi esseri vuoti, residui e spettri di quel che erano in vita, sia da fantasmi, ricordi, paure, "ombre" della sua anima. Sono esse il pericolo più grande, forse persino più degli infetti, perché rischiano di trasformarlo in un mostro pur non essendo stato morso né contaminato dall'epidemia. Tra colti rimandi e scene di grande impatto emotivo, la storyline di Deadlight è manieristica ma potente, e ci accompagna fino alla fine con un senso d'inquietudine e pericolo costante. Questa sensazione d'insicurezza dipende anche da un gameplay che fa leva sull'impellente necessità di sopravvivere. La struttura bidimensionale e i sapienti giochi di luce spesso nascondono alla vista la presenza delle creature, che ci assalteranno da ogni lato. Affrontarle di petto non è una scelta saggia: Randall è armato solo di un'ascia da pompiere, di un revolver e di un fucile a canne mozze, con ovvia penuria di munizioni.

Gli infetti possono essere uccisi solo tagliando loro la testa, e quindi occorreranno più e più colpi per abbatterli, in modo tale da mozzargli il capo mentre sono agonizzanti al suolo. Solitamente le ombre ci aggrediranno in gruppi piuttosto numerosi e provare a maciullarle solo con l'ascia e le armi da fuoco rappresenta la via più breve per passare a miglior vita. Bisogna, infatti, tener conto della resistenza del protagonista, che diminuisce dopo ogni colpo inferto, durante la corsa e addirittura nel caso restasse troppo tempo appeso ad una sporgenza. Man mano che Randall perde energie, lo schermo si desatura e si distorce, rendendo meno visibile la scena e diminuendo in tal modo le chance di sopravvivenza. Anche se nel corso del gioco potremo recuperare medikit e potenziamenti che aumentano la salute e la stamina, non diverremo mai abbastanza forti da fronteggiare i nemici a viso aperto. Dover badare alla resistenza e ai tempi di ricarica delle armi (col rischio di rimanere immobili in balìa delle creature) obbliga dunque ad impostare gli scontri con una certa dose di tatticismo. I livelli sono strutturati in modo tale che Randall si trovi (quasi) sempre più in alto rispetto agli avversari, in una posizione di vantaggio dalla quale può scrutare l'ambiente circostante e sfruttarlo per i propri scopi. Le ombre sono troppo poco intelligenti per raggiungerci su piani sopraelevati e abbastanza stupide da cadere a capofitto nei burroni o finire su pozzanghere elettrificate. Possiamo attirare la loro attenzione fischiando, attivando antifurti o facendoci inseguire, così da massacrarne gruppi interi soltanto con l'ausilio dello scenario, senza sprecare un singolo proiettile. Non sarà sempre facile divincolarsi dalla mischia e aver tempo sufficiente per analizzare le possibilità offerte dal level design: quindi utilizzare le trappole ambientali risulta sì la soluzione più utile, ma non necessariamente quella più comoda. Alle volte alcuni scontri possono essere evitati del tutto sgusciando rapidamente attraverso le aree di gioco senza mani toccare terra: una prova di abilità che regala grandi soddisfazioni durante le eccellenti fasi platform, dagli input responsivi e calibrati a puntino. Eventuali errori però saranno da imputare non soltanto alle distrazioni del giocatore, ma anche all'infingarda struttura degli stage, che dispone trappole mortali a distanza spesso molto ravvicinata, quasi impossibili da evitare una prima volta nella frenesia della fuga, causando così un po' di beffardo, ma mai invasivo, trial and error. Alle sezioni in cui cimentarsi nell'atletico parkour si affiancano inoltre sequenze dedicate al puzzle solving, con enigmi ambientali invero un po' ripetitivi, che consistono per lo più nello spostare casse, attivare interruttori e superare ostacoli.

Per raffreddare le meningi giungono in soccorso brevi ma intensi momenti di stampo quasi "cinematografico" (tra cui una pirotecnica fuga da un elicottero militare) che fanno un buon uso degli script e spettacolarizzano un incedere altrimenti molto ragionato. Non è la varietà allora il vero problema di Deadlight, bensì la sua risicata longevità, un difetto che nemmeno questa Director's Cut riesce purtroppo ad attenuare. L'avventura può essere completata in tre ore o poco più, con qualche minuto extra da impiegare nell'esplorazione alla ricerca di diversi collezionabili, come le pagine del diario privato di Randall (che aiutano a svelare i retroscena della vicenda) ed alcuni minigiochi rétro. Sono segreti che non aggiungono molta sostanza all'esperienza e sono rivolti soprattutto ai completisti più indefessi. Una volta terminati i tre atti della storia potrete rigiocarli in modalità "Incubo", nella quale non esistono checkpoint, se non all'inizio del livello: un impegno ansiogeno ed estremamente complesso, che premia i più impavidi con lo sblocco di un finale alternativo. L'unica vera novità inserita nella Director's Cut è il Survival Mode, una prova di resistenza contro orde sempre più fameliche di ombre: l'obiettivo consiste nel sopravvivere il più a lungo possibile e sbrandellare il maggior numero di nemici per aumentare il proprio punteggio, così da stabilire nuovi record online. Si tratta di una modalità parecchio impegnativa, che eleva e amplifica la necessità di pianificare gli scontri: qui gli infetti sono in grado di abbattere le barriere che avete posto a vostra difesa, e dunque il grado di sfida s'impenna furiosamente, ai limiti della frustrazione. Sul piano dell'offerta contenutistica, tuttavia, le aggiunte di Tequila Works sono invero fin troppo marginali, e pertanto non invogliano i possessori della versione originale ad intraprendere di nuovo lo stesso, identico viaggio di quattro anni fa, a patto di non essere attratti soltanto dai miglioramenti grafici di questa riedizione.

A tal proposito, il comparto tecnico di Deadlight: Director's Cut vive letteralmente di luci ed ombre. L'aggiornamento visivo include l'aumento della risoluzione in 1080p, l'inserimento di nuove e più fluide animazioni, e una maggiore qualità dei particellari e delle luci volumetriche. A prescindere dalla dovuta limatura grafica, comunque, Deadlight resta, oggi come allora, una piccola perla di art design. Lo spotlight non è puntato sul protagonista - di cui vediamo solo la silhouette in controluce (come se anch'egli fosse un'ombra tra le altre) - ma sullo sfondo: l'occhio così indugia su una Seattle decaduta, residuo di una civiltà rasa al suolo, dove si ergono le diroccate insegne di Hotel ed ospedali abbandonati. È un setting bellissimo ed angoscioso, filtrato dai raggi radenti dell'alba e del crepuscolo, che mostrano quel che resta del mondo degli uomini: attraverso questo sapiente uso delle fonti di luce, è l'ambiente a divenire assoluto protagonista della scena, sia che si tratti delle dimore di poveri disgraziati, sia di putridi rifugi fognari, sia ancora di orizzonti e paesaggi lontani. L'atmosfera di degrado, mestizia e orrore è avvolta poi da una soundtrack splendida, che alterna sonorità epiche e liriche ad altre più martellanti, per lasciare spazio, quando necessario, al silenzio della desolazione e al rumore della carne dilaniata.

Deadlight: Director's Cut L’eccellente zombie-game di Tequila Works è pronto a invadere l’ammiraglia Sony con una Director’s Cut in grado di perfezionare un gioco che già nel 2012 riuscì a conquistare l’utenza PC e Xbox, migliorandone la risoluzione e aggiungendo una serie di effetti grafici che si adattano ottimamente agli standard della corrente generazione di console. Le nuove fonti di luce, i particellari scintillanti, le animazioni eleganti e naturali, uniti ad avanzati filtri di post processing, creano quindi un mondo più “vivo” e opprimente, popolato da “ombre” silenti e sguscianti. Il gameplay e la storyline rimangono invece invariati, e sotto quest’aspetto Tequila Works avrebbe potuto arricchire l’offerta contenutistica con nuovi elementi (anche narrativi) per indurre i fan della prima ora all’acquisto dell’edizione rimasterizzata. L’aggiunta in esclusiva della sola, brutale Survival Mode, in cui resistere ad oltranza contro una masnada infernale di fameliche creature, non è infatti sufficiente per sopperire ad una longevità troppo limitata, soprattutto in rapporto al prezzo di vendita di 19,99 euro, sia in formato retail che digitale. Ciononostante, Deadlight si rivela tutt’oggi un’opera imperdibile per chiunque non l’abbia giocata a suo tempo: la versione Director’s Cut diviene così un’occasione perfetta per riportare alla “luce” un prodotto indie di assoluta qualità.

7.8

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