Recensione Devil's Dare

Botte, zombie e 8-bit

Versione analizzata: PC
recensione Devil's Dare
INFORMAZIONI GIOCO
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
Domenico Musicò Domenico Musicò ha un motto: "È più facile spegnere la luce dentro se stessi che disperdere le tenebre tutt'intorno". Col tempo ha capito di avere ragione, ma è disponibile a cambiare ancora idea. Chiedetegli consigli sulla musica prog, l'horror e tutto ciò che vi passa per la testa su Facebook e Google Plus.

Bastano poche schermate per capire verso quale direzione Devil’s Dare ha deciso di andare: dal citazionismo spicciolo a quello un po’ meno diretto, dagli omaggi ad alcuni mostri sacri del genere beat’em up a scorrimento fino ad arrivare alla presenza a sorpresa di icone storiche della fantascienza e dell’horror, al titolo di Secret Base non manca di certo la capacità di strappare un sorriso e far riaffiorare la nostalgia. Questo continuo rivolgersi al passato, il costante richiamo a quel periodo dove i picchiaduro a scorrimento erano prerogativa dei cabinati mangiasoldi, si riflette su ogni aspetto della produzione, in un saliscendi di (pochi) pregi e difetti che convince poco e soddisfa a metà.

Emergenza zombie

Tutto comincia al BAX East 20XX (Benny Expo Arcade), quando durante il celebre evento americano dedicato ai videogiochi, tutta la zona viene invasa da un’orda di zombi che costringe quattro partecipanti della fiera a trasformarsi in eroi improvvisati. Si va da un inserviente che scimmiotta il nano di Golden Axe a un esile meccanico che impugna due chiavi inglesi a mo’ di sai - come Raffaello delle Tartarughe Ninja, ma con un bilanciamento più adeguato - fino ad arrivare ad altri due personaggi che vi saranno inizialmente preclusi. Ognuno di loro ha dei moveset specifici e delle caratteristiche in linea coi canoni del genere, pertanto scegliere il tank al posto di un alter ego più agile ma meno prorompente significa cambiare in parte il modo di approcciarsi ai nemici, da quelli più semplici agli ostici boss. Devil’s Dare è infatti un’ode ai giochi difficili di un paio di decadi fa, quelli in cui morire significava rifare tutto da capo, con somma frustrazione di chi credeva fino all’ultimo di avercela quasi fatta. I livelli possono essere selezionati liberamente, senza sottostare all’ordine in cui sono disposti, ma la loro lunghezza (e complessità) varia a seconda della progressione che avete deciso di stabilire. Presi singolarmente o semplicemente giocati come se fossero dei primi livelli, gli stage sono semplici sia nella struttura, sia per quanto riguarda la curva di difficoltà; quando invece procrastinerete la loro selezione, facendoli diventare la vostra seconda, terza o quarta scelta, tutto diventa talmente impietoso da risultare fastidiosamente ingiusto. Ciò è dimostrato dal fatto che i danni inflitti dai nemici - anche quelli base - crescono a dismisura, punendo ogni minimo errore del giocatore, il quale ha, a conti fatti, solo una vita per potersela cavare contro avversari sempre più spietati e potenti. Arrivare al game over significa dover cancellare obbligatoriamente il file di salvataggio e ricominciare tutto dal principio, e ben presto vi accorgerete che non esiste una reale strategia nella scelta dei livelli, che diventano complicati tutti allo stesso modo e seguendo lo stesso pattern di generazione “casuale” dei mostri. Quando per esempio sceglierete lo stage presidiato da Jason Voorhees di Venerdì 13 per la prima volta, non avrete grosse difficoltà a farlo fuori; quando invece lo affronterete dopo gli altri, vi troverete addosso diversi scagnozzi di cui liberarvi mentre cercate di evitare i suoi colpi di mannaia, sempre più violenti ed efficaci. Per far fronte a tutto ciò e avere anche solo la possibilità di guadagnarsi un’altra chance, bisogna necessariamente raccogliere il denaro che occasionalmente viene lasciato dai nemici, fino ad arrivare ai fatidici mille dollari coi quali è possibile rientrare in gioco. Ma questo, dipende esclusivamente dal sistema di combattimento e da quanto sarete in grado di sfruttarlo.

Finish him!

Oltre al denaro ricavato dalla distruzione degli elementi dello scenario, il sistema di combattimento prevede ricompense ogni qual volta si infierisce sui nemici. Tutte le volte che la loro barra dell’energia si riduce al minimo, verrete invitati a farli letteralmente a pezzi usando i devastati attacchi speciali a disposizione. Più ne ucciderete, più aumenta il bottino, con la conseguente possibilità di avere la grazia per un altro tentativo, o ripristinare parte della propria energia. Tuttavia, anche concentrandosi esclusivamente su questo metodo di combattimento, le nuove risorse sono distribuite con molta parsimonia, ed è già un miracolo arrivare alla somma richiesta per rientrare in partita. Inoltre, va considerato che alla fine di ogni stage si possono acquistare diversi potenziamenti nient’affatto economici, motivo per cui la scelta di sacrificare il proprio capitale diventa sempre meno facile da prendere. In verità, si è quasi sempre portati a fare a meno dei potenziamenti in favore di una resurrezione extra, ma questo dipende più che altro dall’approccio che ogni singolo utente deciderà di adottare. In preda alla disperazione, è facile che le proviate davvero tutte, ma a conti fatti è sempre meglio tenere un bel gruzzolo da parte per evitare di essere sopraffatti per sempre.
Devil’s Dare è stato realizzato avendo bene in mente la cooperazione tra giocatori, con la quasi totalità delle zone che risultano più semplici da superare se affrontate assieme a un amico. Nonostante il bilanciamento durante il single player sia discreto e con handicap non eccessivamente marcati, l’invito a farsi spalleggiare da altri compagni viene completamente vanificato da una mancanza del multiplayer online, ingiustificabile e privo di logica. Devil’s Dare supporta infatti solo il multiplayer in locale, come se fossimo davvero in un periodo storico dove le connessioni a internet non permettevano di affrontare l’avventura a distanza. Capiamo la necessità di elogiare i beat’em up del passato portando idealmente indietro le lancette, ma solo fin quando questo processo non va ad inficiare pesantemente la progettualità di fondo dell’opera. Dare il supporto multiplayer a un titolo indipendente di questo tipo era una necessità primaria per la sua diffusione, ma la scelta a monte di privare il gioco della funzionalità per cui è stato pensato, è sia una scelta scellerata, sia il motivo principale per cui la vostra frustrazione non troverà scappatoie.

Devil's Dare Devil’s Dare è un picchiaduro a scorrimento vecchia scuola con una storia banalissima, che non si prende troppo sul serio e che basa i suoi punti di forza sul buon sistema di combattimento e la difficoltà dinamica dei livelli. Tuttavia, l’eccessiva rigidità di alcune meccaniche, così come la mancanza di un multiplayer cooperativo moderno, sono scelte estreme che portano solo grossi svantaggi. Anche dal punto di vista tecnico non c’è da gioire: la grafica a 8-bit è poco rifinita e utilizza esageratamente dei toni color seppia che rendono anonimo ogni stage, a cui rimane solo la magra consolazione di ospitare dei personaggi sin troppo famosi per non essere immediatamente riconoscibili.

5.5

Che voto dai a: Devil's Dare

Media Voto Utenti
Voti totali: 5
5.4
nd