DOOM Recensione

Una botta di adrenalina. O il tuono di una doppietta infernale, o un'iniezione di sangue demoniaco che infetta il corpo del giocatore, e ribolle nei suoi muscoli fino a tenderli in uno spasmo continuo. DOOM è tutto questo e anche di più.

DOOM

Videorecensione
DOOM
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Una botta di adrenalina. O il tuono di una doppietta infernale, o un'iniezione di sangue demoniaco che infetta il corpo del giocatore, e ribolle nei suoi muscoli fino a tenderli in uno spasmo continuo. O ancora l'estasi del movimento, la poesia della furia. Il nuovo DOOM è tutto questo e anche di più: è il tributo più sentito e sincero agli sparatutto vecchio stile, a quella scuola di game design esplosa negli anni '90 e poi ingiustamente abbandonata. È un inno alla brutalità, alla ferocia, all'aggressività metallica e martellante che ha reso grandi le produzioni id Software. E così, un po' a sorpresa, anche la saga ideata da Carmack e Romero torna a dire la sua nell'ambito degli shooter in prima persona, scavando in quel filone "nostalgico" in cui già si trovano il discreto Shadow Warrior e l'ottimo Wolfenstein: The New Order (un altro "miracolo" firmato Bethesda). Lo fa, insomma, allontanandosi il più possibile dal canone degli sparatutto bellici costruito da EA e Activision, rifiutando apertamente le loro guerre tutte uguali e concentrandosi invece su un gameplay rabbioso, iper-accelerato, velocissimo. Chi è cresciuto ai tempi di Blazkowicz e di Duke Nukem, insomma, non deve lasciarselo sfuggire: perché DOOM non è tenuto in piedi solamente da un multiplayer che insegue i ritmi di un arena shooter (avvicinandosi per certi versi alla frenesia di Quake), ma anche da una campagna potente, intensa e corposa. Il single player di DOOM, insomma, vale da solo il prezzo del biglietto, proponendo una quindicina di ore spese fra demoni e proiettili, in una corsa continua e disperata all'uccisione più violenta e selvaggia.

Revenant

Il nuovo DOOM recupera dal capostipite del 1993 atmosfera, contesto e ambientazione, e ci riporta quindi sulle terribili distese di Marte, infestate da orde sciamanti di demoni. Nel futuro disperato che id Software vuole raccontarci gli umani hanno costruito enormi colonie sulla superficie del Pianeta Rosso, per estrarre e processare l'energia Argent: indispensabile per soddisfare le richieste della terra, questa scaturisce da una profonda frattura nel tessuto dimensionale, che mette in diretta connessione il nostro mondo con quello infernale. Dopo aver ceduto alle lusinghe di questa dimensione oscura, da cui baroni demoniaci e lordure di ogni tipo sussurrano la loro litania di morte, una scienziata delle colonie ha aperto un portale per unire i due mondi, lasciando che la gorgogliante turba infernale si riversasse su Marte. Risvegliatosi proprio durante l'invasione, il silenzioso protagonista avrà il compito di ricacciare le creature ostili nei loro domini, massacrandole senza pietà. Come da tradizione, in DOOM la narrazione resta in disparte, a margine di un'esperienza costruita interamente sull'estasi del gameplay. Il racconto è semplice, appena abbozzato e mai prioritario, anche se getta le basi perché la saga possa proseguire. In questo senso il titolo Bethesda può essere considerato a tutti gli effetti un reboot, la ripartenza di una serie che ha intenzione di riprendersi il suo posto nel mercato. Non aspettatevi, comunque, una trama interessante come quella dell'ultimo Wolfenstein: l'avventura di Blazkowicz -una storia di resistenza e di umanità raccontata in maniera diretta ed efficace- ha un respiro ed una solidità a cui DOOM neppure aspira. Anche in fatto di varietà di situazioni e diversità degli ambienti di gioco c'è poco da fare: a spuntarla è l'Ucronia di Machine Games, che ha saputo mescolare una giocabilità altrettanto diretta e "rude" con uno sviluppo della campagna impeccabile.Eppure DOOM non teme il confronto con quello che potrebbe essere considerato un suo stretto parente videoludico, dal momento che si gioca le sue carte in altri ambiti. Ad esempio sul fronte del gameplay, dove il team di sviluppo riesce a costruire un ritmo davvero unico e personale. Sarebbe riduttivo dire che in DOOM si corre e non ci si ferma mai, perché la rimozione dei tempi morti è ancora più risoluta e integrale. In DOOM, ad esempio, neppure si ricarica: tutti i proiettili vanno diretti nel caricatore, e si continua a sparare finché non si esauriscono le scorte, un istante prima di cambiare arma al volo e continuare la carneficina. DOOM sembra avere un orrore viscerale per la staticità, così ha deciso di prendere il passo indiavolato degli arena shooter e di infilarlo in una campagna ipercinetica e incalzante. Gli scontri sono trascinanti, di una pienezza che spazza via parecchi concorrenti: l'estasi della furia si mescola con l'esaltazione per le uccisioni efferate, che scandiscono la maratona di morte del protagonista. Non è solo il ritmo che tiene in piedi la produzione, ma anche la varietà delle armi: ognuna con una sua funzione specifica, con il suo ritmo di fuoco e due colpi speciali che ne modificano il funzionamento. Il fucile a pompa può sparare raffiche di tre colpi oppure proiettili esplosivi, mentre il mitragliatore scaglia una selva di missili a ricerca. I proiettili del lanciarazzi possono essere fatti detonare a mezz'aria, e le bombe elettriche del fucile al plasma bloccano i nemici sul posto, trasformandoli in bersagli inermi. E poi c'è la motosega, che si può estrarre in qualsiasi momento per tranciare gli arti e spaccare i cervelli degli aggressori infernali, a patto però di avere carburante a sufficienza. Sulle prime si potrebbe quasi rimanere spiazzati da un approccio così personale e sfrenato, ma dopo qualche livello DOOM vince ogni resistenza e trascina l'utente in un'estasi di viscere e sangue. Immerso nella gloria sgargiante dei 60 frame al secondo, chi stringe il pad si trasformerà nel profetico purificatore che si oppone all'inferno, dispensando morte agli invasori in un tripudio di fucilate in faccia, di teschi spaccati, di arti recisi, di organi esplosi. Un gameplay così impetuoso si adatta bene al pad delle console, ma trova la sua sublimazione su PC, dove il conteggio degli fps può raggiungere vette inaspettate e il cambio delle armi, schivando il menù circolare grazie alle scorciatoie da tastiera, diventa ancora più repentino. Anche su Ps4 e Xbox One tutto funziona comunque alla grande, soprattutto perché il valore del single player di DOOM si misura anche grazie alla sua struttura.

La campagna è suddivisa in vari capitoli, ciascuno ambientato in una mappa vasta e soprattutto piena di segreti. L'esplorazione è importante non solo per recuperare i collezionabili, ma soprattutto per trovare i vari oggetti che permettono di potenziare le armi e la corazza Praetor. Grazie ad un sistema di sviluppo complesso e profondo potremo migliorare la capienza dei caricatori oppure la quantitativo massimo di salute, ma anche sbloccare abilità speciali per aumentare la mobilità o la resistenza. Su ogni arma potremo attivare due modifiche, che andranno poi potenziate grazie agli appositi punti: questi si guadagnano dimostrando il proprio valore in combattimento, ma anche completando degli obiettivi specifici per ogni livello. E infine ci sono le sfide runiche, superando le quali è possibile sbloccare dei glifi che garantiscono dei bonus passivi. Anche dopo aver terminato la campagna, insomma, saremo invogliati a tornare nei livelli per esaurire tutte le attività; magari provando - aiutati dai potenziamenti sbloccati - le difficoltà superiori a quella regolare (che, per inciso, è indicata come "Fatemi del Male", con una scelta di termini discretamente appropriata). Sarà proprio in quel momento che il vero potenziale di DOOM si mostrerà al giocatore: quando cioè il suo incandescente nucleo ludico diventerà più importante di ogni altra cosa: capace insomma di superare il racconto, ed il look un po' monocorde delle ambientazioni, ed il tris di boss fight che sul finale sorprende il giocatore. Capace di cancellare tutto questo e di rimanere il vero motivo per sparare ancora. E ancora; e ancora...

La pelle del cacodemone

Il nuovo DOOM è il primo titolo a fruttare la sesta iterazione del celebre motore del team texano, l'id Tech 6. Le novità dell'engine, a giudicare dai risultati, riguardano soprattutto l'ottimizzazione: sebbene persistano alcune problematiche ormai classiche (quali tempi di caricamento molto estesi e qualche affanno nel loading delle texture), il motore sembra più a suo agio nel gestire geometrie complesse e aree decisamente vaste. Su console DOOM sacrifica volentieri gli effetti avanzati nella riproduzione delle superfici e la qualità dell'illuminazione per garantire una fluidità inchiodata a 60fps, che tuttavia non risparmia fenomeni di tearing anche molto evidenti. Gli ambienti a tratti un po' spogli ma soprattutto il riutilizzo intensivo di asset ed elementi grafici rendono le atmosfere e le location della campagna un po' troppo uniformi, anche se in certi scorci delle basi marziane sembra di notare qualche gradevole influenza horror, riscoprendo panorami che potrebbero essere usciti da un capitolo di Dead Space.

Complessivamente il colpo d'occhio risulta efficace ma tutt'altro che eccelso. Su PC, habitat naturale del motore di id Software, la qualità del rendering risulta invece notevolmente migliore, soprattutto per merito della risoluzione delle texture e degli effetti di superficie. L'accompagnamento sonoro è graffiante, metallico, inseguendo le sonorità di un metal che si fa meno heavy e più "industriale", ma che verso la fine dell'avventura, inseguendo un'epicità ed un respiro che gli mancano durante gli scontri regolari, si apre anche a sonorità più corali. Insistenti e sincopate, le tracce musicali riescono in ogni caso a sottolineare la ferocia delle sparatorie.

Risse

Il gameplay rapidissimo e schizzato della campagna si ritrova ovviamente anche nel multiplayer. Anche qui l'imperativo è quello di non fermarsi mai: si corre da una parte all'altra del livello, sparati in verticale da piattaforme che sembrano uscite da Quake, nella ricerca quasi spasmodica di un avversario da massacrare. Gli scontri diretti sono crudi e brutali, ravvivati dalla presenza di armi pensate esplicitamente per la modalità online e granate dalle funzioni particolari. Ci vuole un po' di tempo per trovarsi a proprio agio nel contesto di uno sparatutto dall'andamento quasi ossessivo: bisogna dimenticarsi dell'Iron Sight ed interiorizzare il movimento rapido e spedito. La necessità di recuperare l'energia grazie ai medikit di cui è costellata l'arena impone ai giocatori una buona conoscenza delle mappe, costringendoli a cercare i power-up praticamente dopo ogni scontro, e quindi mantenendo tutti i partecipanti in costante movimento.

Ci sono alcuni elementi che non ci sembrano molto bilanciati: la corazza ha ancora troppa importanza e di tanto in tanto rischia di risultare l'elemento principale per decidere l'esito di un uno contro uno, e certe armi appaiono molto meno utili di altre. Complessivamente però, considerato il numero di bocche da fuoco e la possibilità di variare le strategie d'ingaggio modificando il loadout, quella di DOOM ci è parsa un'azione vivace e varia, con un sapore ben riconoscibile. Per certi versi antiquato, forse meno bilanciato rispetto al "concorrente" Unreal Tournament, DOOM ribadisce anche in multiplayer la sua voglia di distanziarsi dagli shooter che si vedono in giro ultimamente. Considerando il fatto che Wolfenstein (uno dei pochi prodotti che possono essere paragonati a Doom per la sua animosità Old School) non aveva un comparto online, diremmo che l'arrivo del titolo id Software va accolto con piacere. Le partite sono caratterizzate anche da un sistema di Perk e dalla possibilità di trasformarsi in demoni. I power-up che possiamo attivare prima di rientrare in campo non sono però invasivi: sono consumabili, e si guadagnano alla fine delle partite. Ce ne sono alcuni che ci permettono di partire con la corazza già caricata, altri che indicano il livello di vita dei nemici, atri ancora che per diversi secondi mettono in evidenza la sagoma del giocatore che ci ha ucciso. In partita ne possiamo portare al massimo cinque, ed il loro utilizzo non sembra essere poi così determinante per l'andamento dei match. Molto più influente è la trasformazione demoniaca: raccogliendo una runa che viene generata ad intervalli regolari in un punto preciso del livello, il giocatore scatenare la sua furia interiore, mutandosi in una delle bestie diaboliche che incontreremo nel gioco, tra Revenant, Baroni e titanici Mancubus.

SnapMap

Accessibile dal menù principale, la modalità SnapMap permette ai giocatori di creare le proprie mappe e condividerle con gli altri appassionati, potenzialmente incrementando a dismisura la quantità di contenuti disponibili. Eccezion fatta per la creazione delle planimetrie l'editor non ci è sembrato particolarmente intuitivo. Al di là di quali saranno i risultati, SnapMap avvierà probabilmente un processo virtuoso di avvicinamento fra team di sviluppo e community, mettendo in mostra il talento dei fan più risoluti e permettendo ad id Software di valorizzare le idee migliori.

La potenza dei demoni è sufficiente per disseminare panico e distruzione nell'arena, ma se un avversario dovesse riuscire a ucciderci, sarà lui ad assumere sembianze demoniache fino all'esaurimento dell'effetto della runa. Anche in questo caso, insomma, DOOM sembra prediligere la varietà al bilanciamento, concedendosi qualche momento di moderata e sanguinaria confusione. Un approccio comprensibile, che rischia però di allontanare i puristi dell'agonismo e che potrebbe precludere a DOOM un futuro sulla scena competitiva. Tra le modalità si segnalano alti e bassi. Oltre al classico Deathmatch a Squadre il team ha inserito Mietitore d'Anime, una reinterpretazione dell'ottima Kill Confirmed. In questo contesto, tuttavia, la modalità non ci ha convinto, dal momento che solo raramente capitano uccisioni a distanza e che raccogliere l'anima dell'avversario appena massacrato è molto spesso una pura formalità. Molto carina l'idea alla base di Via della Guerra, in cui la zona da controllare si muove seguendo un percorso segnalato sulla mappa.

Per i più tradizionalisti c'è comunque la classica Dominazione. Ci sono poi due modalità a round: in Arena Clan sparisce il respawn e vince chi elimina la squadra avversaria, e pure Congelamento funziona alla stessa maniera, solo che i giocatori non vengono uccisi ma "ghiacciati", e possono essere scongelati dai compagni di squadra. I ritmi di gioco sono così accesi che questa variazione è davvero poco influente. Non proprio d'impatto il design delle mappe, discrete a livello strutturale ma un po' carenti sul fronte della caratterizzazione. Ma del resto va bene così: il multiplayer di DOOM, così come la sua campagna, bada più alla sostanza che ai fronzoli.

DOOM Eccessivo, violento, spietato. Bethesda e id Software prendono l'essenza degli sparatutto nati negli anni '90 e la traducono in un linguaggio moderno, consegnandoci un FPS inarrestabile, cruento, capace finalmente di valorizzare l'abilità e la prontezza di riflessi del giocatore. Nel gameplay di DOOM batte il cuore dei veri arena shooter, e riscoprire questi ritmi anche mentre si gioca l'indiavolata campagna single player rende l'esperienza inusuale e appagante. La varietà di situazioni, le atmosfere e la narrazione non sono ai massimi livelli, ma la complessa struttura di sviluppo dell'armatura, il buon numero di sfide e la longevità ci consegnano un'avventura salda e avvincente. Il merito resta comunque del dinamismo che esalta la componente ludica, lo stesso che poi anima le partite in multiplayer. Su questo fronte, al netto di qualche piccolo problema di bilanciamento, è forse un peccato che DOOM abbia un po' “sporcato” le partite con perk e trasformazioni demoniache; ma anche in questo caso si tratta di questioni marginali. Il reparto online è bello soprattutto perché è diverso dalle proposte dei congeneri, e per quanto alcuni possano ritenerlo un po' antiquato, il piacere di una kill consumata solo grazie all'esperienza ed alla propria abilità trasmette ancora un brivido indimenticabile. Bethesda, insomma, ripete il suo prodigio. Dopo Wolfenstein, ripesca un'altra saga che ha fatto la storia degli sparatutto in prima persona, e la trasforma in un punto di riferimento per chi rimpiange un gameplay schietto e deciso. Bagnato dal sangue di demoni infernali, coperto dai frammenti grondanti delle loro carcasse, il più brutale degli sparatutto è finalmente tornato. E siamo davvero felici che abbia intenzione di restare.

8.8

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