Recensione Dragon Age: Origins

Torna Bioware su console dopo il successo di Mass Effect

Versione analizzata: Xbox 360
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc

Questione di sigle

Sarà per semplice praticità, sarà perchè oramai sono entrate nel comune utilizzo della nostra lingua (segni del tempo e delle mode, ci verrebbe da pensare), ma le sigle sono diventate il carattere distintivo per poter etichettare in pochissime lettere un prodotto appena uscito sul nostro fiorente mercato videoludico. Fra i primi acronimi comparsi nel dizionario dell'intrattenimento elettronico non possiamo non citare l'Rpg, abbreviazione di Role Playing Game, un genere che nel corso del tempo ha subito una trasformazione decisamente radicale. Nati dalla voglia di mettere a schermo le vicende tratte dal capostipite del gioco di ruolo cartaceo (ossia Dungeons'n'Dragons) i primi esempi del genere erano dei prodotti di nicchia, quasi elitari per la loro complessità e staticità, tanto da essere bollati come “giochi per secchioni”. Effettivamente il doversi districare fra "millemila" menù in inglese, la staticità dell'azione, la qualità tecnica non eccelsa (l'hud a schermo di molti titoli era estremamente invasivo) dei vari Eye Of The Beholder era un po' l'altra faccia della medaglia del colorato ed adrenalinico mondo di Mario e Sonic. Il procedere storico, in cui è rigoroso annoverare la nascita della branca dei Jrpg (in cui Final Fantasy è l'esempio più lampante da citare) e un sempre maggiore interessamento da parte della comunità di giocatori (oramai esponenzialmente cresciuta) suggerì agli sviluppatori di Orpg (il nuovo acronimo per indicare i titoli di stampo Occidentale) di dover intraprendere una nuova strada per poter espandere gli introiti dei loro prodotti. Il punto di svolta avvenne nel 1998 quando Bioware lanciò sul mercato Personal Computer Baldur's Gate, il titolo che, grazie alle sue innovazioni in ambito sia tecnico che di gameplay, rivoluzionò letteralmente il genere e lo elevò a fenomeno di massa. Il successo del gioco (e dei relativi seguiti) portarono i talentuosi ragazzi canadesi ad essere dei veri e propri punti di riferimento per il settore, come testimoniano fra le altre cose gli incredibili dati di vendita dei loro prodotti: oltre al già citato Baldur's Gate, Neverwinter Nights, Star Wars: Knights of The Old Republic e il più recente Mass Effect sono tutti titoli iscritti di diritto nell'album della storia videoludica. Non stupisce dunque l'attesa spasmodica per l'ultimo nato in casa Bioware: stiamo parlando di Dragon Age: Origins. Eccoci dunque finalmente giunti al capolinea, pronti ad analizzare in ogni singolo aspetto il titolo che da molti (ivi compresi alcuni programmatori della stessa Bioware) è stato additato come l'erede spirituale del già citato “smash hit” Baldur's Gate.

I've got soul, but I'm not a soldier

Immergersi in un mondo fantasy medievaleggiante, facendo immedesimare il giocatore nel ruolo da esso scelto e invogliandolo ad addentrarsi in una storia che potrebbe scadere in elementi ridondanti è uno dei temi caldi e difficili da affrontare, quando si vuol mettere in piedi un gioco di ruolo degno di questo appellativo. Bioware decide di intraprendere per il suo Dragon Age una strada sotto molti aspetti simile a quella già ammirata in Mass Effect e diametralmente opposta ai canoni impartiti da Beteshda con i suoi prodotti. In Dragon Age, nel cui titolo campeggia la parola Origins, ci viene data la possibilità di calarci nei panni di sei distinti personaggi, ciascuno con la sua storia ben delineata, e di arricchire l'esperienza con alcune sfumature che, pur non sovvertendo in maniera evidente il plot narrativo, riescono a dare quel tocco in più per aumentare i valori di attrattività ed immersione. Nello specifico, dopo aver assistito ad un breve filmato in cui viene esposto l'antefatto della prossima guerra che sta per abbattersi sul nostro universo parallelo, dovremo plasmare il nostro alter ego virtuale, scegliendo fra sesso, razza (umani, elfi, nani), classe di combattimento (guerriero, ladro, mago) ed, infine, la nostra origine. E proprio grazie a questo mix, all'apparenza talmente semplice da attuare, che Dragon Age vien fuori con una personalità ed un carisma che pochi altri titoli hanno denotato ultimamente: nonostante il mondo fantasy in cui ci avventureremo sia, per stile e concetto, piuttosto stereotipato e derivativo, dopo qualche ora di gioco verrà fuori l'enorme lavoro messo a punto per conferire a ciascuna razza/fazione/abitante di una certa zona la propria personalità, la quale andrà sovente in disaccordo sia con quella del nostro personaggio giocante che con quella dei membri del party in viaggio con noi. Dialoghi in cui l'accecante fede religiosa va a cozzare con la scienza e il misticismo di un mago, o situazioni in cui l'arrivismo di un guerriero prezzolato non conceda sconti ad un povero contadino in cerca d'aiuto sono solo due esempi delle tante scene alle quali assisteremo durante l'avventura. Oltre ciò buona parte delle discussioni che avremo con i nostri interlocutori rifletteranno le loro idee in merito alle scelte fatte in precedenza: cavalieri donne o maghi elfi susciteranno la curiosità e lo stupore degli abitanti del luogo, i quali non mancheranno occasione per rimarcare le loro perplessità su certe nostre scelte ed idee. E qui entra in gioco il secondo fattore distintivo di Dragon Age, ossia la personalità ed il carattere del nostro avatar, fattori enfatizzati anche dal sistema di risposte mutuato da Mass Effect: si può scegliere, nel corso di un dialogo, di mantenere il profilo basso della persuasione oppure aggredire verbalmente (e, in certi casi fisicamente) chi ci si para di fronte, sortendo così differenti reazioni, a tutto vantaggio della varietà di situazioni. Screzi che avverranno puntualmente anche all'interno del party di avventurieri al nostro fianco, costringendoci così sia a mediare alcune spigolose situazioni, sia a eventualmente scacciare (o addirittura uccidere, in base al nostro approccio di gioco) qualche avventuriero; questione diametralmente opposta invece nel caso di ottimi rapporti interpersonali, grazie a cui imbastiremo anche relazioni amorose con tanto di rapporti sessuali. Aggiungiamo a questa descrizione la peculiare diversificazione delle tre razze, con particolare riferimento sia agli elfi, i quali nell'ottica del mondo di Dragon Age sono ridotti a esseri viventi dediti al banditismo ed usati dagli umani come schiavi o servitori, che ai nani, popolo scontroso, diviso in caste ed assetato di potere.
Il quadro finale che ne viene fuori è dunque un dipinto dai molteplici toni e dalle quasi infinite sfaccettature, in grado di alternare situazioni facete a momenti drammatici, battaglie intense e cruente a momenti di calma di fronte al falò dell'accampamento. Un mondo in cui la distinzione fra bene e male è flebile quanto la fiammella di speranza che alberga nei cuori dei suoi abitanti, ed in cui lo scendere a compromessi è molto più importante del restare fedeli a certi utopistici ideali.

La lunga strada verso la salvezza

Tornando sulla questione della costruzione del personaggio, Dragon Age si assesta su canoni piuttosto standard sia per quel che concerne le caratteristiche (forza, costituzione, volontà e via discorrendo), sia per abilità, aumento di livello e punti esperienza da assegnare. Gli amanti del genere si troveranno quindi a proprio agio nello scorrere il menù (in cui comunque tutto verrà spiegato in maniera chiara ed esauriente), orientandosi attraverso le due categorie più squisitamente legate all'azione, ossia abilità e talenti. Le prime fanno riferimento, appunto, alle abilità in cui potremo avere poi caratteristiche sempre migliori e più affinate: scegliendo ad esempio trappola o erboristeria potremo man mano creare (utilizzando gli oggetti trovati in giro per il mondo) medicamenti via via più efficaci dal punto di vista dei punti ferita recuperati, piuttosto che trappole raffinate ed in grado di stordire, bloccare o uccidere il nemico. Legati a doppio filo vi sono poi i talenti, ossia tutte le azioni che poi potremo usare in battaglia: incantesimi, colpi più potenti oppure bonus perenni sia per noi che per il nostro party. Il discorso talenti ci porta dritti dritti verso la questione controlli di gioco, uno degli argomenti su cui si era riversata la maggior parte dei dubbi e delle perplessità da parte di critica e pubblico: saranno riusciti i Bioware ad adattare al meglio, su Console, la complessa interfaccia di gestione del party presente nella versione Personal Computer (praticamente identica a quella del suo predecessore spirituale Baldur's Gate)?. Non potendo contare sulla presenza di mouse e tastiera, i Bioware hanno pensato di intraprendere una strada nettamente diversa, accostandosi più verso un sistema ibrido fra quello votato all'azione visto in Mass Effect e la gestione del party ammirata in Final Fantasy XII. Per quel che concerne la nostra prima affermazione, in Dragon Age il controllo sul personaggio avverrà tramite una mappatura di comandi semplice ed intuitiva: dei quattro tasti frontali del pad, tre saranno utilizzati come slot per l'uso di talenti o di pozioni; tenendo infine premuto il grilletto analogico destro potremo utilizzare altri tre slot in corrispondenza degli stessi pulsanti appena menzionati. Il corrispettivo LT invece richiamerà a schermo un menù circolare grazie a cui potremo gestire gli altri oggetti in nostro possesso, cambiare i talenti, impartire un generico comando al nostro party (tenere la posizione o raggrupparsi) oppure ordinar loro di passare al secondo set di armi impostato. Chiudono la carrellata i due pulsanti dorsali, tramite i quali potremo cambiare velocemente personaggio, e il tasto back con cui entrare nel menù del gioco; il tasto pausa invece ci riporterà al classico salva/carica/esci. Salta subito all'occhio come non sia menzionato il celeberrimo menù di pausa da cui gestire di volta in volta le azioni dei propri eroi, questo perchè, come detto prima, in Dragon Age avremo a che fare con la così detta gestione tattiche avanzate, molto simile al sistema di gambit del dodicesimo capitolo della saga Squaresoft. A ciascun personaggio infatti potremo impostare una serie di linee di comando, tramite cui l'intelligenza artificiale attuerà una serie di routine basate sul principio di azione e reazione di Newtoniana memoria. Oltre alle tattiche potremo preimpostare anche una linea guida di comportamento generico in battaglia (difensivo, aggressivo, a distanza) in modo da adattare ancor di più le caratteristiche distintive di ciascun eroe in combattimento. Questo può essere effettivamente indicato come il vero cuore del titolo Bioware: un sistema a cui va inizialmente dedicata una certa dose di pazienza e tempo. Il risultato finale è comunque soddisfacente: pur distaccandosi dal ragionato e compassato stile di gioco della controparte Home Computer, Dragon Age riesce a regalare degli scontri sì più votati all'azione, ma allo stesso tempo imprescindibili da una buona dose di strategia e astuzia, senza le quali soccomberemo senza pietà sotto i colpi dei nemici. Chiudiamo la disamina toccando il fattore longevità: Dragon Age è un titolo vastissimo in cui le ambientazioni (siano esse dungeon piuttosto che cittadine) risultano essere piene di punti interessanti da esplorare, segreti da scoprire e quest da intraprendere. In merito a queste ultime abbiamo notato, durante la nostra prova, un'eccellente varietà di situazioni, in grado di spezzare la monotonia dell'archetipo “andare dal punto A a quello B per uccidere il mostro di turno”. Menzione inoltre per l'alto fattore rigiocabilità: oltre alle già citate differenti storie dei nostri protagonisti, durante l'avventura ci vedremo costretti a dover scegliere diversi bivi negli sviluppi degli accadimenti, biforcazioni che ci porteranno a variazioni più o meno importanti all'interno dello sviluppo della partita.

Ha mica da cambiare un pezzo da otto?

Fra le tante chicche che abbiamo avuto modo di vedere in Dragon Age: Origins, quella che più ci ha colpito è stata la "questione monete". A differenza degli altri suoi colleghi, nel titolo Bioware dovremo fare i conti con un'effettiva suddivisione del valore delle monete (valore dato dal diverso materiale con cui sono state coniate, nello specifico oro, argento e bronzo). Non dovremo dunque stupirci più di tanto quando, dopo aver mercanteggiato con il venditore di turno, vedremo darci -oltre agli oggetti acquistati- anche il resto!

Non tutto il male vien per nuocere

E' sotto l'aspetto squisitamente tecnico che il titolo Bioware presenta il classico tallone d'Achille: lungi immaginare di avere un prodotto così vasto accompagnato da un comparto grafico a cui i vari Gears Of War ed Uncharted ci hanno abituato durante questa generazione, tuttavia il dover vedere alcune texture (soprattutto quelle del terreno) dall'aspetto generalmente slavato e piatto e con alcuni elementi composti da pochi poligoni (e quindi con forme piuttosto spigolose) ci ha inizialmente spiazzato e un po' deluso. Di contro dobbiamo però segnalare la buonissima costruzione e bontà di particolari presente sui vari personaggi (sia giocanti che non), dotati di skin dettagliate e di una discreta animazione facciale durante i dialoghi. Ottimo il framerate, il quale non ha mostrato il benchè minimo segno di cedimento anche in situazioni piuttosto complesse e molto gradevoli gli effetti particellari, soprattutto di fiamme e ghiaccio. Fortunatamente ciò che non riesce a dare la “forza bruta” dei chip grafici viene sopperito dallo stile profuso da parte dei grafici di Bioware. Scorci pittoreschi, vallate, castelli, roccaforti e dungeon si susseguiranno senza soluzione di continuità nel pittoresco universo di Dragon Age. La parte del leone viene però fatta dal comparto sonoro, con delle musiche orchestrate che andranno a sottolineare l'azione con estrema coerenza e, soprattutto, grazie ad un doppiaggio letteralmente fantastico, con dialoghi recitati ottimamente e una quantità di voci ed inflessioni molto vasta. Un lavoro pregevole insomma, in grado di conferire quel tocco in più di immersione nell'universo fantasy del titolo Bioware.

Registi in erba

Proprio per la differente impostazione del sistema di combattimento, in Dragon Age: Origins versione console la telecamera ha subito un deciso spostamento rispetto alla sua controparte pc, passando dall'isometria ad una più ravvicinata e posta dietro le spalle del nostro personaggio, a riprova dell'impostazione più action di questa incarnazione del gioco.

Dragon Age: Origins Dragon Age: Origins è uno dei migliori esponenti, se non il migliore, della categoria rpg di stampo occidentale usciti sinora sulle odierne console casalinghe. Caratterizzato da un universo fantasy di stampo classico per l'ambientazione, ma totalmente nuovo per storyboard e tematiche toccate, il titolo cattura l'attenzione del giocatore grazie ad una trama incalzante e ad una generale cura dei dettagli in grado di dipingere un affresco dalle tinte forti e sgargianti. La differente impostazione del battle system, rispetto a quello Pc, se da un lato può lasciare perplessi gli aficionados degli storici Baldur's Gate e Neverwinter Nights, ben si adatta all'ambiente console, unendo in giusta dose azione e strategia. La nota di biasimo del comparto grafico non inficia l'eccellenza del prodotto di Bioware, il cui acquisto è vivamente consigliato.

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