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Recensione Dreamcast Collection

Operazione nostalgia made in SEGA. Una raccolta, in verità, un po' sottotono

Versione analizzata: Xbox 360
recensione Dreamcast Collection
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Pc

Se andiamo a ritroso nella storia del gaming pochissime console hanno avuto la capacità di polarizzare pubblico e critica come l'ultimo esperimento hardware di SEGA. Presentato nel 1998, quando gli occhi del mondo erano già concentrati sull'imminente (e ben più attesa) Playstation 2, il Dreamcast ha avuto una storia tanto sfortunata quanto affascinante. Supportata in maniera stoica dall'azienda di Sonic, la console in poco più di tre anni ha sfornato una serie di giochi fondamentali, considerati l'apice della creatività di SEGA. Ma anche l'inizio del suo tramonto.

Oggi, a tredici anni da quell'ormai lontanissimo 1998, SEGA ha deciso di riproporre alcuni dei grandi classici Dreamcast in una collezione uscita in questi giorni su Xbox 360 che comprende quattro titoli che - in un modo o nell'altro - hanno segnato la loro epoca: Sonic Adventure, Crazy Taxi, Space Channel 5 part 2 e Sega Bass Fishing.

Capolavori?

Cominciamo dal titolo più famoso, quel Sonic tridimensionale tanto atteso dai suoi fan, ancora scottati per il sorpasso storico compiuto da Mario con Super Mario 64 (su Saturn infatti il titolo dedicato a Sonic fu prima posticipato più volte e poi cancellato), che sembrava, come gioco di lancio, destinato a mostrare al mondo le meraviglie tecnologiche dell'ultimo gioiellino SEGA. Sonic Adventure però non fu la rivoluzione copernicana che molti si aspettavano; laddove il suo rivale storico aveva saputo, grazie alla maestria di Miyamoto e del suo team, passare dal 2D alle tre dimensioni senza apparentemente nessuno sforzo, il Porcospino Blu appariva invece più ingessato, come se con l'avvento dei poligoni, Sonic avesse perso parte della sua anima. All'epoca della sua uscita le review furono molto positive, ma oggi, Adventure mostra dei limiti strutturali talmente grandi da essere diventato quasi indigeribile per il giocatore moderno. Mettendo da parte le considerazioni tecniche (che pure potrebbero essere oggetto di critica dato che dopo dieci anni sarebbe bastato mettere due programmatori ad ottimizzare il codice per ottenere risultati quantomeno decenti) come il framerate fin troppo ballerino o una gestione "creativa" della telecamera, il difetto maggiore di questo Sonic è lo stesso che ha colpito tutti i giochi successivi fino al recentissimo - per fortuna molto diverso - Sonic Colors, ovvero la perseveranza di Yuji Naka nel cercare di mischiare alla struttura classica dei platform alcuni elementi action o addirittura RPG, come la necessità di "parlare" con i personaggi non giocanti. Se uniamo queste carenze ludiche a un porting in HD assolutamente scandaloso, pressoché identico a quello uscito su Live Arcade e PSN per cui in 4:3 senza possibilità di eliminare le bande nere ai lati, il risultato è un prodotto che anziché celebrare quello che fu l'ultimo vero gioco di Sonic, non rivela un briciolo della grandezza dell'originale, ma anzi, somiglia più ad un triste lifting, che cancella le espressioni per sostituirle con una facciata priva di sentimento.

Il secondo gioco della rassegna è Space Channel 5 Part. 2, vero e proprio pioniere dei giochi musicali e primo esperimento (di successo) a mischiare l'azione con la semplicità addictive dei bemani. Nei panni di Ulala, una ballerina/reporter spedita su una stazione spaziale ad investigare riguardo una strana invasione aliena, dovremo farci strada fra i corridoi a suon di musica, ballando e replicando le mosse che appaiono a schermo. Quando Space Channel uscì, nel 2002, nonostante la sua struttura ludica abbastanza precaria e derivativa (Parappa the Rapper era sugli scaffali dal 1996, mentre Dance Central era già un'istituzione) si fece notare per uno stile grafico assolutamente fuori parametro, tutto costruito richiamando lo stile kitch degli anni '90 e un certo tipo di pop - culture che, all'epoca, aveva invaso il Giappone e gli Stati Uniti. Al di fuori di questo, però il gioco appariva più concepito per un cabinato arcade, e dunque per partite brevi e non continuative, che per una console domestica con tutti i limiti del caso, scarsa longevità, una curva di difficoltà non proprio bilanciata e un fattore di replay pressoché nullo. Oggi, Space Channel 5 porta sulle spalle tutti i suoi anni e il suo gameplay appare inevitabilmente stanco e poco interessante, completamente privo di attrattive per il pubblico moderno, o anche solo per chi non abbia vissuto la primavera del Dreamcast.

Selezioni

Riguardo Crazy Taxi e Sega Bass Fishing il discorso è pressoché identico, con l'aggravante, per il secondo titolo, della mancanza dell'unico motivo per cui - all'epoca - valeva la pena acqusitare il gioco: la periferica a forma di canna da pesca pensata appositamente per gustare appieno tutte le caratteristiche simulative del titolo. Per quanto riguarda il versante tecnico, anche qui, come nel caso di Sonic, siamo davanti a meri porting in HD con nessuna miglioria di alcun tipo, anzi, in particolare Bass Fishing mostra pesantemente i segni dell'età con texture sgranatissime e i font dei menù contestuali tanto sfuocati da essere quasi illeggibili. In ogni caso, entrambi i titoli condividono un problema ancora più profondo, ovverosia la loro natura intimamente arcade, tradendo un paradigma di sviluppo incapace di attrarre le nuove generazioni. Qual'é allora il senso di questa Dreamcast Collection? Triste a dirsi ma SEGA ha sbagliato completamente il bersaglio, inserendo in questa raccolta alcuni dei titoli forse meno facilmente fruibili dagli utenti medi e che - al contempo - non saranno in grado di richiamare gli appassionati, i quali, avranno già giocato e rigiocato Sonic, Space Channel, Crazy Taxi e Bass Fishing sia all'epoca della loro uscita che nelle varie raccolte che si sono succedute su Gamecube, Xbox e Playstation 2. Forse inserendo titoli più corposi come Skies of Arcadia (indimenticata gemma RPG, uscita su DC e Gamecube), Powerstone (l'antenato morale di Super Smash Bros.) o, addirittura l'immenso Shenmue il destino della Dreamcast Collection avrebbe potuto essere diverso. Invece ci ritroviamo tra le mani un prodotto monco, incapace di attrarre i giocatori casual (che spendendo molto meno su XBLA o PSN possono portarsi a casa titoli ben più rifiniti) ma al tempo stesso insipido anche per gli appassionati di vecchia data.

Dreamcast Collection Dremcast Collection manca clamorosamente l'obiettivo, svalutando - per l'ennesima volta - alcune gemme storiche del palmarés SEGA, proponendo solo quattro porting malfatti e poco interessanti, tecnicamente identici alle versioni disponibili da mesi sui vari marketplace digitali. Non ci sentiamo di consigliarne l'acquisto a nessuno, dato che al prezzo della singola collection, cercando bene su Ebay, si può trovare un Dreamcast completo con tutti i giochi. E fidatevi, è tutta un'altra storia.

5

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