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Recensione Duke Nukem Forever

Giocato il Duca sulla versione che ha dato i natali alla sua tamarraggine

Duke Nukem Forever

Videorecensione
Duke Nukem Forever
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc
Andrea Schwendimann Andrea Schwendimann nasce smontando un 486DX e divorando qualsiasi videogame da allora in avanti. Non ha resistito a nessuna piattaforma, appassionandosi a qualsiasi genere, pur prediligendo gli FPS, gli action-adventure, gli RPG e l'hardware da gaming in ogni declinazione. Lo trovate su Facebook, su Steam e su Google Plus.

Tredici lunghi anni, quattro software house, cause legali, chiusure e licenziamenti per il seguito dello sparatutto che ha fatto la storia degli FPS negli anni novanta. Duke Nukem Forever è finalmente giunto e a distanza di qualche settimana la ricezione da parte di pubblico e critica si è divisa in modo eterogeneo. Lo sforzo finale è durato poco più di un anno: "Il gioco c'era già. Dovevamo solo raffinarlo per prepararlo all'uscita", ha dichiarato Randy Pitchford, presidente di Gearbox. Ma cosa intendeva veramente? "Raffinare" è un'espressione piuttosto ambigua e che sottende sfumature diversamente interpretabili. Premettiamo che troverete in questa recensione un punto di vista diverso da quella precedente e che potrebbe portare a discutere. Ma forse anche questo è il Duca.

Mai, mai, scorderai...

La voce di Jon St. John è rimasta nei cuori di tutti i videogiocatori ormai un po' più anzianotti, coloro che giocarono e rigiocarono per anni il titolo della defunta 3D Realms. Assediati dai recenti trailer di dubbio gusto che han dato vita alle espressioni più colorite della parodia videoludica del super-eroe americano, siamo giunti innanzi al prodotto finito. L'impianto ludico di base è rimasto per fortuna invariato, forse un po' troppo. Le armi, i nemici, le ambientazioni e le battute sardoniche sono rimaste le stesse, e la struttura da shooter di vecchia generazione trasuda anni novanta, il che è solo un bene. Partendo dal Duke Building, fino ad arrivare ad una diga nelle distese redneck del sud-ovest americano, i livelli di gioco offrono numerose variazioni sul tema e ad essere onesti anche spunti piuttosto interessanti. Tuttavia la massiccia interazione scriptata con gli ambienti non offre più quell'estasi distruttiva che lasciò basiti al lancio del modulo lunare nell'incarnazione precedente dell'FPS. Sebbene eventi come il salvataggio della parodia delle sorelle Holsen, l'esplosione di suddetta diga o di un ordigno atomico in faccia al protagonista - "I love Nukes!" - mantengano l'esagerazione tipica di Duke Nukem, non possiamo non pensare che ad oggi tutto questo sappia pericolosamente di già visto.
L'atmosfera dissacrante aiuta di certo a mantenere l'attenzione dei giocatori durante il corso delle circa dieci ore necessarie al completamento del titolo, soprattutto perchè la vera anima di Duke Nukem Forever è il fan-service. A tratti però quest'ultima stride con i nuovi canoni -prima di tutto sociali- della seconda decade degli anni duemila, e ogni player passarà da risate di cuore a sorrisi forzati in memoria di ciò che fu. E' quasi inutile ribadirlo: i clichè su cui fa leva il titolo appartengono ad un'era ormai passata e, per fare un esempio, il recente Bulletstorm coglie molto meglio l'ironia propria delle nuove generazioni.

Queste variazioni sul tema FPS sono fin da subito travolgenti e quasi non lasciano spazio proprio alla solida parte shooter su cui i programmatori avrebbero a nostro avviso dovuto puntare molto di più. Poco meno di metà delle ore di gioco le passeremo infatti a bordo di macchinine radiocomandate, big-foot e torrette fisse: dove sono le stanze piene di "damn swines" e "japan tentacles"? Dove i piccoli bivi e i segreti che ne facilitavano il completamento, facendo saltare tutto in aria? Il gioco fortunatamente si risolleva verso il finale, con il lungo livello della diga dove effettivamente troviamo molta più carne al fuoco, in un tripudio di uccisioni gore di quintalate di alieni invasori. Ma le "rifiniture" promesse da Gearbox intervengono in questo caso a fermare gli entusiasmi. Fatichiamo a credere che nel progetto originale fossero presenti la rigenerazione automatica della vita - detta Ego - e il limite delle due sole armi trasportabili: giocare col Duca è sempre stato giocare con un'arma di distruzione di massa vivente, cosa che di fatto non è più. Queste meccaniche da shooter di seconda generazione fanno a botte con le battaglie contro i boss o con le stanze gremite di nemici, momenti in cui invece di scaricare in faccia agli avversari un'intero arsenale, ingegnandoci per ottimizzare i proiettili, troveremo casse di munizioni infinite da cui rifornirci e da cui non allontanarci troppo . Elementi che stravolgono inutilmente proprio il gameplay che tutti ricordavamo.

I'll carve you into sushi!

Il titolo risulta comunque piacevole nel suo insieme e godibile da ogni appassionato delle pure frag, nonostante tutte le critiche che abbiamo appena mosso. Bisogna rilevare però una serie di ulteriori difetti, tecnici, visivi e nel ritmo di gioco, che aumentano la brutta sensazione di trovarci di fronte a un'opera incompiuta, una piece senza vero patrocinio d'artista. La prima cosa che viene in mente durante gli interminabili titoli di coda - quattro team di sviluppo sono lunghi da ringraziare - è che il titolo non dovesse finire lì, dopo un boss-fight riciclato dal primo livello di gioco e un finale che a detta stessa del Duca porta solo all'amarezza ("What kind of shit-ending is this?"). Per intenderci: dopo L.A. Meltdown (in questo caso Las Vegas Meltdown), mancano Lunar Apocalypse e Shrapnel City. Inoltre nelle ambientazioni si alternano repentinamente passaggi ricchi di possibile interazioni (flipper, macchinette per scommesse automatiche, lap dancer e panche da pesi) ad altri privi di qualsiasi profondità (come un cantiere o un'autostrada semi-distrutta). Lo stesso level design è altalenante, tra mappe totalmente lineari e prettamente vuote nonostante la loro apparente vastità, ed altre magistralmente disegnate, come il Duke Burger in cui, rimpiccioliti dalla classica Shrunk Machine, combatteremo contro alieni giganteschi o altrettanto piccoli, nascondendoci dietro vettovaglie e barattoli di maionese. La progressione è quindi singhiozzante ed è sicuramente retaggio del travagliato processo di sviluppo, quanto mai evidente ad ogni colpo di shotgun.

I nemici sono nè più nè meno quelli di una volta, così come l'arsenale a disposizione. Nonostante lo sforzo evidente di offrire meccaniche interessanti per ciascun alieno - gli Octabrain vi lanceranno addosso qualasiasi elemento dello scenario e respingeranno i razzi, mentre se non ucciderete gli Swine rapidamente, entreranno in berserk recuperando tutta la vita - l'IA rasenta dei livelli imbarazzanti di prevedibilità, e la sfida in questo caso sarà rappresentata -e solo in pochi casi- dal numero degli avversari. Passeremo infatti attraverso mappe del tutto prive di ogni ragion d'essere, in cui non spareremo nessun colpo e si proverà ancora una volta la sensazione di "riempimento" e "collage" già descritta in precedenza. Sensazione quanto mai evidente anche passando ad analizzare il comparto tecnico del titolo.
Il motore del gioco è l'usuale Unreal Engine, e sebbene risulti stabile e godibile anche su PC non propriamente recenti, soffre di uno sviluppo troppo frettoloso e raffazzonato, per una grossa produzione in ballo da una decade. Le animazioni dei nemici si attestano su buoni livelli - davvero buffi i cinghiali che ricaricano in stile "forze speciali" e a cui esplode la testa dopo un ingigantimento spropositato. Lo stesso non si può dire delle comparse umane che, nonostante il doppiaggio decente, soffrono di una piattezza gestuale ed espressiva tipica di titoli di cinque anni fa. Buone le collisioni e buona l'hitbox di oggetti e nemici, ma lo stesso non si può dire della fisica, dato che basta avvicinarsi a un mobiletto per spostarlo di diversi metri. Piatta infine anche la scelta cromatica, che da esagerata e brillante diventa in Duke Nukem Forever semplicemente scialba e priva di spessore: eppure Las Vegas dovrebbe essere la patria dei neon e dell'esuberanza stilistica!
A tutto questo si aggiunge un comparto texture tutto sommato decente e un'illuminazione da dimenticare, dati i palesi errori di ombre e luci a schermo. Le musiche sono soddisfacenti, richiami ovvi ai motivi di una volta, così come i campionamenti degli effetti che offrono una buona soddisfazione al momento dello sparo. Tuttavia anche in questo caso segnialiamo dei glitch audio che impediscono ad esempio la sovrapposizione degli eventi sonori scriptati, volti a sottolineare l'azione ma che si interrompono bruscamente se posti in rapida successione, dando l'impressione di trovarsi di fronte a un copione mal riuscito. Rimane quindi la voce del Duca, tipicamente profonda e moralmente ambigua nell'esprimersi, ma anch'essa afflitta da un leggero ritardo in fase di implementazione: le pur valide battute spesso arrivano con qualche secondo di ritardo sugli eventi, mancando alla grande il momento comico. Non capiamo infine come mai anche solo perdere del tempo nel doppiare il titolo in italiano. A parte la qualità dubbia del lavoro svolto dagli attori nostrani, è comunque impossibile competere con Jon St. John.

Da segnalare infine la totale compatibilità con Steam che permette una buona gestione del multiplayer. Quest'ultimo offre spunti interessanti e rivisitazioni burbere dei classici CTF e Team Deathmatch. Ogni giocatore durante la carriera online passerà diversi livelli con cui fortunatamente non sbloccheremo nuovi oggetti da usare, come armi o abilità. Piuttosto dopo ogni partita avremo una miriade di oggetti strampalati con cui vestire il Duca, scelta quanto mai azzeccata per non sbilanciare un gameplay che, ripetiamo, risulta tutto sommato divertente e solido. Le mappe sono tutte interessanti e spiccano il lieto ritorno della mitica Hollywood Holocaust e il Duke Burger in cui, da tamarri lillipuziani, salteremo su coltelli e hamburger lanciandoci esclusivamente granate addosso. A ben vedere e contro ogni previsione è proprio il multiplayer a risultare il comparto meglio risucito. Non avrebbe però guastato qualche mappa in più e soprattutto la possibilità di crearne di nuove da zero, data l'eredità del flessibile editor del vecchio titolo che aumentò di anni e anni la longevità di Duke 3D in un'epoca in cui Internet ancora non esisteva.

Duke Nukem Forever Duke Nukem Forever non è di certo il titolo che tutti attendevano, ma forse nessuno si aspettava un bel niente dopo così tanti anni di rinvii e mistificazioni. Ad essere obiettivi il titolo riesce bene in alcune mappe e nel comparto online, ma fallsice clamorosamente in altri ambiti, a partire dal comparto tecnico, seguito dall'atmosfera troppo forzatamente "nineties". Non avremmo voluto uno svecchiamento dello humor, sia chiaro, altrimenti non sarebbe stato il Duca. Bensì ci sarebbe bastato un aggiornamento a situazioni e citazioni contamporanee e non legate a personaggi di dieci anni fa. Evidentemente dopo milioni di dollari spesi e buttati al vento per lo sviluppo del titolo, nessuno si è sentito di continuare l'epopea del Duca sui binari che meritava. Nessuno l'ha lanciato nello spazio per poi farlo tornare su quel leggendario campo da rugby, alzando il dito medio in un epico "Come get some". Il gioco rimane quindi tutto abbozzato e appare incompleto, frammentato, afflitto da bug, e infine un pallido revival di una gloria che tale non è più.

6

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