Recensione Elegy for a Dead World

Mondi alieni e racconti di viaggio

Versione analizzata: PC
recensione Elegy for a Dead World
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
Alessandro Mazzega Alessandro Mazzega prende confidenza fin da tenera età con pad e tastiera e si appassiona rapidamente al mondo dei videogiochi, lavorando come giornalista sulle principali realtà online e occupandosi di sviluppo, attualmente in Forge Reply. Bassista fallito, ha ormai venduto lo strumento per passare dietro al microfono, sia per cantare che per condurre il podcast Gaming Effect. Cercatelo su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Spesso le classiche produzioni tripla A sono poste in contrapposizione alla moltitudine di titoli indie pubblicati su base ormai settimanale.
Tra le produzioni indipendenti però, non ci sono solo i vari Notch, Vlambeer, Jonathan Blow, quelli insomma che ce l’hanno fatta. Esiste infatti un sottoinsieme di produzioni che palesemente non mirano al grande pubblico, a causa di meccaniche di gioco oscure, stili visivi arditi e trame inusuali.
Insomma: il panorama indie è stratificato, sfaccettato e particolare, al punto da produrre titoli davvero fuori da ogni schema classico, come Elegy for a Dead World.

Esplorazione silenziosa

Sin dal titolo, a causa dell’uso di un termine come elegia, si può intuire che le parole, il testo e la narrazione siano elementi che stanno alla base di Elegy for a Dead World.
La produzione di Dejobaan Games, team di Boston, area nel quale sono presenti moltissimi sviluppatori indipendenti, mette infatti il giocatore alle prese con ambienti da esplorare, con l’obiettivo finale di scrivere una sorta di diario di viaggio.
L’approccio è diretto, quasi glaciale nella sua intenzione di non spiegare nulla: uno zoom di camera nello spazio profondo si ferma all’interno di una nebulosa. Nel vuoto fluttua un personaggio controllato dal giocatore, dotato di un jetpack e che può spostarsi su un piano bidimensionale.
Muovendosi è possibile raggiungere molto rapidamente i confini dell’area, bloccati da una sorta di nebbia spaziale che avvolge i bordi dello schermo.
L’obiettivo non è però scappare, ma entrare in una delle tre singolarità che permettono di raggiungere altrettanti pianeti vicini.
Giunti su una delle superfici, inizierà una fase di esplorazione molto rilassata, nella quale non è presente del vero e proprio gameplay: è possibile solamente muoversi, camminando o correndo. L’ambiente, gli esseri viventi presenti, gli sfondi, i suoni, concorreranno a creare atmosfere oniriche, a volte inquietanti, altre accomodanti, con il chiaro compito di solleticare l’emotività del giocatore.

Ognuno potrà quindi infatti trasmettere cosa sta provando in forma scritta, grazie a delle aree in cui fermarsi, segnalate con dei simboli grafici specifici. Una volta raggiunta una di queste “stazioni”, ci si ritroverà davanti a frasi abbozzate, monche, nelle quali è chiara la mancanza di moltissimi termini. Si tratta di una scelta voluta, in quanto il giocatore potrà decidere di completare tali frasi con le parole che vuole, dando un senso compiuto non solo al testo presente ma anche esprimendo ciò che sente, per trasmettere una sua testimonianza su un luogo così alieno.
Se però i termini presenti risulteranno d’impaccio, sarà possibile cancellarli, in modo da avere la piena libertà di esprimersi, senza vincoli.
Ciò che spinge a scrivere sono effettivamente gli ambienti: prati di un verde troppo acceso per l’erba che conosciamo sulla terra ospitano strani esseri simili a capre; grosse statue di pietra sorreggono globi di luce, su un tramonto azzurro freddo e secolare; ruderi di antiche civiltà testimoniano l’antica presenza di abitanti che, ormai, hanno abbandonato il pianeta o si sono estinti.
Ognuno può dare la propria interpretazione, scrivendo e condividendo il testo con la comunità del gioco. Ogni parola scritta, infatti, viene inviata ad un server insieme ad un’istantanea nel luogo in cui è stata lasciata.
Ogni storia si compone quindi di testo e grafica, ed è possibile dare un’occhiata alle produzioni degli altri utenti, trovando storie incredibili, buffe, tragiche o semplicemente particolari, generate dai pensieri e dalle sensazioni che le ambientazioni hanno scatenato della mente di altri giocatori.

Elegy for a Dead World La parola gioco è stata utilizzata molto spesso in questa pagina per spiegare cos’è Elegy for a Dead World. In realtà è un termine tutt’altro che adatto. Il software sviluppato da Dejobaan è un’esperienza particolare che, per diventare significativa, richiede all'utente di investire una parte delle proprie energie creative e comunicative. Non c’è gameplay, c’è atmosfera, non c’è un pulsante per sparare ma un’intero set di tasti: quelli della tastiera che ben conosciamo, necessari per scrivere quello che proviamo esplorando i contorti mondi (morenti?) di uno spazio onirico. Un prodotto non per tutti, quindi, che è inutile giudicare con un voto numerico. Si tratta di un titolo che può piacere a chi apprezza scrivere e leggere, oppure per chi non disdegna esperienze nuove, totalmente fuori dagli schemi, che possono occupare dai dieci minuti ad un pomeriggio intero. Dipende da quanto ci si vuol far coinvolgere e catturare dallo spirito alieno di Elegy for a Dead World.

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