Recensione Everybody's Gone to the Rapture

Dopo Dear Esther, i ragazzi di The Chinese Room ci raccontano l'apocalisse, vissuta da un piccolo villaggio sperduto nelle campagne inglesi. Un esperimento narrativo magnifico e penetrante.

Versione analizzata: Playstation 4
recensione Everybody's Gone to the Rapture
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Everybody's Gone to the Rapture, dicono i ragazzi di The Chinese Room, racconta della fine del mondo. Anzi: della fine di un mondo, del decesso silenzioso di una piccola e insignificante cittadina dello Shropshire. Qui, i campi di grano che circondano la fattoria degli Appleton, e su cui svettano le sagome del mulino e dell'osservatorio, sembrano immersi in una quiete rurale quasi fuori dal tempo. Forse perché ormai non è rimasto nessuno. Solo il vento, e le farfalle. Il 6 giugno del 1984, poco dopo le sei del mattino, tutto si è spento di colpo: ogni vita ha cessato di esistere, all'improvviso. Everybody's Gone to the Rapture è insomma la cronaca di un'apocalisse annunciata, il racconto di esistenze che annaspano rassegnate, consapevoli della fine. Ed è un racconto nel senso più specifico del termine, dal momento che la sostanza ludica della produzione è evanescente quanto le tracce di luce che il titolo ci chiede di inseguire. Everybody's Gone to the Rapture, tenetelo a mente, non è un gioco. Lo è ancora meno di Gone Home, delle avventure di Telltale e di Life is Strange, di quel The Vanishing of Ethan Carter con cui condivide certi tratti e certe tematiche narrative. E' pura letteratura interattiva, un software che si fa racconto. Del resto, cosa aspettarsi dal team di sviluppo che ha creato il seminale Dear Esther, ancora oggi uno dei più brillanti esempi di narrazione digitale?

To the World's End

Everybody's Gone to the Rapture non è un titolo del tutto lineare, controllato, che vi impone di procedere lungo il binario solitario della sceneggiatura. Ha come la voglia di sfuggire alle logiche classiche del racconto virtuale, ed è proprio qui che annida una parte del suo fascino: scendendo la strada che dall'osservatorio Valis porta al villaggio la telecamera inquadra il borgo nella sua interezza. Attorno alla chiesa, come i bracci a spirale di una nebulosa, si allargano le strade, le case colorate, i giardini traboccanti di fiori: tutto sospeso in questa stasi morbida e silenziosa. Abituati a procedere in linea retta seguendo gli impulsi del racconto, ci si sente in qualche modo spaesati.
Mentre camminiamo si materializzano figure di luce: sono le tracce lasciate dagli abitanti del villaggio, impresse nelle nostre retine per chissà quale magia celeste, che ci fanno rivivere i momenti prima della catastrofe. Si tratta di macchie lucenti, sagome diafane e vuote, che ribadiscono quanto il racconto di Everybody's Gone to the Rapture sia sintetico: molto più che essenziale, composto solamente dalle voci di questi indistinti "attori" luminescenti. L'ottimo doppiaggio italiano -espressivo e splendidamente recitato- coglie quasi alla sprovvista lo spettatore, che si sente subito partecipe, invogliato ad esplorare ogni anfratto del villaggio, della foresta che lo circonda, e poi ancora dei campeggi mollemente adagiati sulle rive placide del lago. L'obiettivo del team di sviluppo è chiaro: i ragazzi di The Chinese Room hanno voluto prendere una storia e farla esplodere in mille frammenti; scomponendola per poi disseminarla in un ambiente immenso e vuoto. Così da trasformarlo in uno spazio puramente narrativo, una galassia fatta di storie puntiformi libere di (re)intrecciarsi nella mente del giocatore. Il nostro scopo è soltanto quello di curiosare in giro, inseguendo i segnali delle radio gracchianti che trasmettono le memorie della dottoressa Katherine Collins, oppure aprendo -con una lieve inclinazione del pad- gli squarci di luce da cui fuoriescono le storie liquide della famiglia Appleton. Dispiace quindi che il misterioso protagonista proceda con passo indolente, in un incedere quasi ammorbante. Un avanzamento così compassato, che addirittura "frena" gli entusiasmi del giocatore, poteva andar bene per il lineare Dear Esther, ma in un contesto che suggerisce un curioso andirivieni finisce per influire negativamente sui ritmi della storia. "Il racconto è un'operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo", diceva Italo Calvino nelle Lezioni Americane, e di tutte le software house che sperimentano con le storie digitali The Chinese Room è quella che meno sembra aver percepito questo insegnamento.

Poco male: la sceneggiatura di Everybody's Gone to the Rapture è trascinante, densa e splendidamente tentacolare, tanto da acchiapparci e non lasciarci andare fino alla fine. Ci vorrà solo qualche vuoto minuto di troppo, facile da sopportare senza strepiti, per infilarsi nelle case e assistere a tutte le scene che inquadrano gli ultimi giorni di vita dei personaggi, accompagnandoli passo dopo passo fino al momento dolce e lirico dell'ascensione. Nonostante quello che il titolo sembra suggerire, nell'estatico abbandono delle spoglie mortali a cui assistiamo c'è davvero poco di divino. Nella valle si è diffusa un'epidemia, un morbo che conduce ad una morte stanca e ingloriosa, spegnendo le persone in un rigurgito di sangue. Dall'interpretazione meno libera rispetto all'ermetico racconto di Dear Esther, la storia di Everybody's Gone to the Rapture resta criptica e aperta, soprattutto nelle prime ore. Mentre raccogliamo gli indizi dell'avvenuta catastrofe viene da chiedersi se il contagio non sia il capriccio di una divinità volubile, o magari un incubo batteriologico, o ancora -come sembrano suggerire i telescopi puntati al cielo e le mappe stellari sgualcite- il tocco morbido di un'antica esistenza astrale, vissuta per strani eoni nelle vuote solitudini del cosmo.

Nella trama di Everybody's Gone to the Rapture c'è posto insomma per le ossessioni di Lovecraft, per la miglior fantascienza di Dick, e per l'idea di creature e universi puramente matematici. La scrittura è penetrante e meravigliosa quando parla di assoluti e costruisce cosmiche mitologie universali, ma il suo vero punto di forza sta nella capacità di osservare i fatti minimi di una chiusa comunità di campagna. Le storie che si intrecciano correndo verso la fine mettono in scena amori sbagliati, tradimenti, inutili eutanasie e rancori tenuti per troppo tempo. Sono storie di uomini a perdere, vite scandite da una quotidianità banale e futile, di persone intrappolate dai ricordi. In una qualche strana maniera Everybody's Gone to the Rapture riesce a trasformarle in storie perfette, cristallizzate nella memoria di un'esistenza luminosa, eterne e immutabili. Forse il merito è di quel rintocco funereo che penetra ogni "movimento" del racconto, dell'iniquità di una morte inattesa, capace di sublimare persino la vita dei miseri; o forse è della musica che esplode sotto un cielo stellato, che spezza i silenzi tonante e tragica, sublime e lacrimosa al contempo. Qualsiasi sia la formula di questa toccante alchimia astrale, The Chinese Room riesce a cogliere la poesia che si nasconde nelle estinzioni silenziose, nell'estasi di chi non ha voce: nella morte, forse cercata, da quelle stirpi che non hanno una seconda possibilità sulla terra.

Everybody's Gone to the Rapture Everybody's Gone to the Rapture rinuncia integralmente alla componente ludica: è prima di tutto una storia, non un videogame. Una storia diffratta, pulviscolare, adagiata in un ambiente aperto che va esplorato con meticolosa attenzione. Per via di questo netto rifiuto ad essere gioco, ma anche per aver costruito scenografie tecnicamente non sempre eccelse, il titolo di The Chinese Room resta un grandino sotto rispetto al diretto concorrente The Vanishing of Ethan Carter. Una parte di colpa ricade anche sulle lunghe camminate a passo di lumaca, una marcia vuota e tediosa solo raramente salvata dalla bellezza del paesaggio circostante e dei suoi dettagli. Ad esplodere fragorosamente è però il tessuto narrativo, in un racconto meraviglioso capace di mescolare fatti minuscoli e cosmogonie universali, intrecciando storie di uomini e di stelle. Everybody's Gone to the Rapture mostra la fine limpida e pura di un pugno di vite, piene di colpe e di rimpianti come quelle di tutti. Vite imperfette, minime, pronte a diventare polvere e luce, nella speranza di trovare riscatto in una galassia immobile, sbiadita e lontana.

7.5

Che voto dai a: Everybody's Gone to the Rapture

Media Voto Utenti
Voti totali: 14
6.9
nd