Recensione Far Cry 3: Blood Dragon

Far Cry 3 si tuffa nel mare degli anni '80, ed emerge lo splendido Blood Dragon

Versione analizzata: Playstation 3
recensione Far Cry 3: Blood Dragon
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Far Cry 3: Blood Dragon è un atto d'amore e di coraggio. Spin-Off di quello che è senza ombra di dubbio il miglior First Person Shooter del 2012, questo titolo in digital delivery è la più piena e significativa celebrazione videoludica degli anni '80. Se non li avete vissuti, se non ne conoscete gli eccessi, Blood Dragon rischia di scivolarvi addosso senza lasciare il segno. Ma se i vostri dati anagrafici rivelano impietosamente la tragedia dei trenta, Blood Dragon sarà per voi il gioco della vita. Dentro c'è tutto: c'è il machismo di Sly, Arnold, e degli altri giovanotti in regime iperproteico che affollano la cinematografia di genere; c'è l'essenza del Cyberpunk, distillata dai tramonti viola di un secondo inverno atomico, da “una nuova razza di supersoldati”, dai fantasmi della cibernetica; e poi c'è il disagio sociale, la consapevolezza della crisi, la distanza di due generazioni che si scontrano. Il buonismo, il lieto fine indispensabile come messaggio di speranza etica. Ci sono le sonorità degli Europe, i riff di Rocky 4, il culto per l'arte marziale orientale (i Ninja, poi l'ostentazione del Kung Fu, tutta roba da “i quattrocento calci”). C'è un intreccio interminabile di citazioni e rimandi: divertito, sprezzante, esibito, come fosse il retaggio prezioso di una fissazione monomaniacale.
Far Cry 3: Blood Dragon è il denso frullato residuale del decennio degli eccessi kitsch. Se non avete visto Miami Connection, forse non è roba per voi. Siete delle fighette.

"Un pugno vale più di mille parole"

Le cutscene di Blood Dragon non sono in 16:9. Hanno delle enormi bande nere laterali ed una palette cromatica che non supera i 32 colori. Le note tenute della traccia Midi esaltano i toni un po' tetri della “8-bit graphic”.
Nelle schermate di caricamento compare la scritta “Tracciamento”: come per le VHS, anche se lo avevate dimenticato.
Insomma: di Blood Dragon sarete già innamorati prima d'esser calati nel gioco vero e proprio. Il nuovo titolo Ubisoft espone i suoi intenti fin dall'immagine di copertina, con le linee prospettiche che neppure sulle cover del Master System ed una scelta di colori rubata all'idea di una Miami al neon che non esiste più (è mai esistita?).
Degli anni '80 Blood Dragon non salva solo atteggiamenti e ossessioni, ma anche un'attenta politica degli eccessi, che utilizza proprio nel morboso recupero di frammenti culturali. Quella di Dean Evans, creative director, è un'operazione-nostalgia condotta sulla base di un'esaltazione trascinante nei confronti di tutto quello che è diventato icona e caricatura di un decennio. Si vocifera che la surreale sceneggiatura di Blood Dragon sia stata scritta in larga parte usando un BBC Micro, e questo basta per imporvi (imporvi!) di acquistare il gioco ad occhi chiusi.

L'anno -in ogni caso- è il 2007, perché al “futuro” di trent'anni fa è sempre bastato il mito del nuovo millennio. Rex “Power” Colt è uno dei nuovi Cyborg nati per proteggere il mondo e la società, superstiti di una guerra nucleare che ha raso al suolo città e speranze della Terra.
Inviato ad indagare sulle attività di una cellula di cyber-terroristi assieme al compagno Spider, scopre le oscure macchinazioni del disertore Sloan, ideale progenitore dei Cyborg Mark IV.
La trama di Blood Dragon è come una granata che ha fatto scoppiare il vostro scatolone dei ricordi. Bastano pochi minuti perché vi arrivi in faccia una quantità interminabile di frammenti, citazioni, frasi, sonorità. Come il tema musicale che scimmiotta quello di Terminator, l'elmetto di RoboCop, i giuramenti di vendetta alla Commando.
Sembra quasi impossibile che un titolo riesca a condensare così tanti riferimenti persino nello spazio esiguo della sequenza introduttiva: la chiave di volta che regge questa struttura fatta di citazioni e rimandi è una divertita comicità di fondo, che invita a non prendersi mai troppo sul serio, mettendo in crisi i meccanismi stessi del videogame (indimenticabile la sequenza del Tutorial o i messaggi d'aiuto nelle schermate di caricamento).
Quando si tratta di rapportarsi con l'eredità degli “80s”, però, l'atteggiamento cambia: resta scherzoso, ma diventa in qualche modo deferente e celebrativo. E' un viaggio che schizza continuamente fra assurdità, esagerazioni, frasi fatte, istituzioni cinematografiche, urgenze artistiche, momenti scolpiti a fuoco nella nostra memoria.
Quello di Blood Dragon è un assalto insistente, tanto che il giocatore non sa da che parte rifarsi: viene stuzzicato continuamente, ora dai titoli delle missioni principali (“Tu sei il male, io sono la cura”), ora dai colori acidi di un panorama allucinato, ora dalle frasi dei protagonisti, che snocciolano un elenco inesauribile di epiche banalità (“Mi ha insegnato che i vincenti non usano droghe”).
Insomma: fino all'esageratissimo assalto finale (sulle note di War - Rocky IV) Blood Dragon non smette mai di esaltare chiunque abbia capito l'intima poesia dell'eroismo spicciolo, dell'amore macho, delle sinfonie di proiettili e esplosioni, della rivalsa dell'oppresso.
Lo fa, eccezionalmente, anche grazie ad un adattamento italiano che per una volta aggiunge valore alla produzione. A parte il fatto che la voce del protagonista è quella del doppiatore di Kenshiro, finalmente la localizzazione smette di essere traduzione passiva e diventa interpretazione e rielaborazione, che rispetta il tessuto di citazioni, ma si diverte poi ad inserire persino una supercazzola nella sequenza iniziale. Fortuna, insomma, che l'abbia fatto il buon Bortolotti: anche se non lo conoscete, ringraziatelo su Twitter come fosse Antani.

"Hai un grande cuore, Rex"

Far Cry 3: Blood Dragon è un titolo che si regge in piedi, anche nella visione del suo Creative Director, grazie a questo amore patologico per gli anni '80. Parlare delle dinamiche di gioco è superfluo per i molti che già si sono convinti leggendo “VHS” e “8-Bit”.
Ma di fatto anche la sostanza ludica su cui poggia Blood Dragon non è poi male, dal momento che -come il titolo lascia intendere- Ubisoft ha sfruttato la struttura del suo FPS più riuscito.
Chi ha vissuto l'avventura di Jason Brody si troverà subito a suo agio, tornando a confrontarsi con un sistema di gioco vario e vivace. Blood Dragon propone a conti fatti la stessa progressione, concedendo all'utente, oltre ad una sequenza di missioni che portano avanti la trama principale, anche l'occasione di girovagare in libertà sulla superficie dell'isola, liberando gli accampamenti e portando a termine le missioni secondarie.
E' nel corso di queste attività che si riscopre la stessa varietà ludica di Far Cry 3: anche qui si può optare per un approccio silenzioso, utilizzando il letale arco come arma principale, oppure per un assalto tattico e ragionato. Disattivare i megascudi compromettendo il sistema d'alimentazione energetica permette ad esempio di richiamare all'interno delle basi di Blood Dragon che danno il titolo alla produzione. Sono enormi rettili ipertrofici il cui sangue viene utilizzato da Sloan come droga per migliorare le qualità fisiche e l'aggressività dei soldati. E sparano raggi laser dagli occhi. Per attirarli si utilizzano i Cybercuori, strappati dal petto dei Cyborg sconfitti.

Blood Dragon, proprio in nome dell'esibizionismo di certi Action Movie, sembra comunque incentivare anche un assalto diretto, promuovendo l'uso di un arsenale ad alto potenziale distruttivo e riempiendo i presidi con un gran numero di guardie e soldati. E l'impostazione funziona alla grande, grazie alla ritrovata sovrabbondanza di elicotteri, postazioni fisse, esplosioni.
Da Far Cry 3, Blood Dragon riprende anche il sistema di progressione del personaggio, rendendolo però molto lineare e inquadrato: invece di selezionare le abilità ad ogni level up, le skill del protagonista crescono seguendo un percorso prestabilito, che sblocca comunque vari tipi di uccisioni furtive, unità di energia extra, resistenze generiche a fiamme e proiettili. Alle missioni secondarie (una per ognuno dei tredici avamposti da liberare) è legato invece il recupero di moduli aggiuntivi per le armi a disposizione.
Complessivamente l'isola di Blood Dragon è sicuramente meno vibrante di quella del suo “progenitore”, e le missioni secondarie -nonostante i titoli parecchio estrosi- sono alla fine meno varie e divertenti. Forse anche a causa di un design dell'ambientazione un po' spoglio, che recupera solo quando ci si infiltra nelle basi: i complessi si sviluppano su più piani, alle volte estendendosi in bunker sotterranei e camminamenti sulle mura esterne.

Le dimensioni dell'isola non sono eccessive, ed è quindi molto facile lasciarsi coinvolgere nell'opera di pulizia cibernetica, tralasciando per qualche ora la sequenza di missioni principali. E' proprio questa, però, che rappresenta il fulcro dell'esperienza di gioco. La “main quest” ci conduce infatti nelle ambientazioni meglio riuscite, esibendo senza sosta le stravaganze della sceneggiatura. Si tratta di una parabola un po' troppo breve, che si brucia in fretta e proprio nel finale sacrifica la sostanza ludica in nome della totale aderenza alla logica di genere. Ma anche considerando una certa inconsistenza nell'ultima parte dell'avventura di Rex Colt, la già citata densità di riferimenti culturali, situazioni al limite, battute divertite, basta per non far rimpiangere neppure uno spicciolo del prezzo di copertina.
Bisogna anche ripetere che, come suggerito in apertura, la capacità di cogliere le citazioni e di apprezzare la “poetica” di Blood Dragon va di pari passo con il vostro amore per gli hardboiled ed il cyberpunk, per i film d'azione e la musica sintetica. In generale Blood Dragon non è certo un titolo per chi gli anni '80 non li ha vissuti, almeno di striscio. Se fate parte di questa categoria, risparmiateci la fatica di spiegarvi come mai Blood Dragon è praticamente perfetto.

Far Cry 3: Blood Dragon Far Cry 3: Blood Dragon è un titolo che sottolinea il profondo divario culturale fra due diverse generazioni. Se non conoscete il vero nome di Robocop, se rimanete imbambolati quando qualcuno dice “Hasta la vista...” e si aspetta una risposta, se non avete mai litigato con un supporto a nastro magnetico, fuggite prima che le cose si mettano male. Perché potreste anche apprezzare la riproposizione in chiave Cyberpunk della formula di gioco che ha reso Far Cry 3 un grande titolo, ma qualche semplificazione di troppo ed una durata non eccelsa potrebbero farvi desistere. Sarebbe davvero difficile farvi capire come mai noi siamo tutti così esaltati. Lo siamo perchè Blood Dragon recupera i miti e le paure di un decennio, e attraverso le sue icone ripropone in fondo gli eccessi dei movimenti culturali che l'hanno attraversato. Trovare questo concentrato generazionale in un videogame è un modo per connettere quello che siamo oggi con quello che siamo stati. Consapevoli che in fondo tutto è nato grazie a quel gusto esagerato per la sfida, all'esaltazione per la vittoria, alla rivendicazione anche un po' prepotente della propria unicità. O forse il fatto è che ci son sempre piaciute le sparatorie e i cazzotti nei denti, fate un po' voi.

9

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