Recensione Free-to-Play

Il mondo dell'e-sport, come non lo avete mai visto prima.

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Alessandro Sordelli inizia la sua avventura videoludica ereditando un leggendario Commodore 64 a cassette magnetiche, computer che gli apre le porte ai giochi di ruolo e tutto ciò che è fantascienza. Pur nutrendo da sempre un particolare amore per la piattaforma PC, non disdegna il panorama console. E' in giro su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Sdoganato nei primi anni del nuovo millennio con una serie di competizioni e con la prima edizione dei World Cyber Games, il competitive gaming è ancora visto da molti come una disciplina sportiva “strana”, ambigua, quasi mistica. Nel vecchio continente e in Italia soprattutto, lo sport in genere è ancora ancorato a canoni e dogmi duri a morire, con una fisicità necessaria a creare la competizione. In oriente la situazione è invece profondamente diversa, tanto che in Cina e in Corea giochi come League of Legends e Starcraft sono considerati veri e propri sport nazionali, con tanto di canali televisivi dedicati e atleti follemente amati da grandi e piccini.
Ma il pubblico, specialmente quello appassionato di videogame, si è sempre dimostrato molto interessato ad approfondire l’argomento, tanto da convincere Valve a realizzare un documentario su questo incredibile fenomeno in costante crescita. Free-to-Play è un documentario di 75 minuti che analizza la scena mondiale dell’e-sport, con particolare riferimento al mondo del MOBA e a Dota 2. L’approccio è molto introspettivo, videoludico quanto basta affinché il messaggio possa essere veicolato anche all’utente non addetto ai lavori. Certo per lo sviluppatore e distributore di Washington non è stato solo un esercizio di regia, ma si è rivelato anche un potente strumento pubblicitario. Nonostante il retrogusto propagandistico, siamo rimasti piacevolmente sorpresi da questo documento video, non particolarmente ricco, ma comunque esaustivo e appassionante.

IL FREE-TO-PLAY

Quando si parla di e-sport con persone che non comprendono appieno le ricche sfumature del nostro amato medium digitale, si evince quanto il pensiero comune in tale ambito sia profondamente errato, e che molti - tra giocatori e non-giocatori - tendano a sottovalutare enormemente la reale difficoltà del competere nel mondo videoludico. Più che in altri generi, il MOBA mette il giocatore di fronte alla necessità di analizzare accuratamente il campo di battaglia, conoscere la posizione di tutti i player in gioco e quindi agire il più rapidamente possibile, tanto che l’abilità “pratica” viene calcolata in ApS (Action-per-second). Non è un caso se i giocatori professionisti sono sempre molto giovani: il documentario spiega chiaramente che dopo i 27 anni circa, iniziano a venir meno la prontezza di riflessi, la rapidità e quindi la reattività necessaria a vincere. Pura fisiologia, ovviamente.
L’abilità con mouse e tastiera non è però l’unico elemento importante: Dota 2 è un gioco profondamente tattico, nel quale siamo chiamati a collaborare e cooperare in ogni istante con la nostra squadra, così da poter portare a casa la vittoria. Il team play è alla base di tutto e l’errore del singolo giocatore può portare ad una rapida e inesorabile sconfitta. Nel film-documentario c’è chi lo paragona al dinamismo di una partita di calcio o di pallacanestro, con la componente tattica degli scacchi. Si gioca 5 contro 5, in una lotta senza esclusione di colpi.

NATUS VINCERE

Il film ci racconta la storia di tre dei più promettenti giocatori di Dota 2 del mondo, provenienti da tre diversi continenti. Non parliamo di semplici vicende “videoludiche” ma di storie fatte di passione, impegno, difficoltà, amore e sacrificio. In 75 minuti scopriamo il percorso che Benedict, Danil e Clinton hanno dovuto intraprendere per competere con i migliori giocatori del globo, affrontando una prestigiosa finale del mondo e gareggiando per un montepremi di un milione di dollari. Valve ha viaggiato da una parte all’altra del pianeta per documantare la vita privata di questi atleti, raccondandoci l’estremo impegno necessario a raggiungere tali livelli di bravura in ambito videoludico. C’è chi ha dovuto sacrificare gli studi, chi invece ha ricevuto pressioni da parte di parenti e genitori. L’occasione è buona per intervistare anche altri importanti nomi della scena agonistica, tra cui atleti, manager, gamer, ma anche persone di spicco che hanno in qualche modo avuto contatti con il mondo del gaming competitivo, come il giocatore cinese dell’NBA Jeremy Lin, grande appassionato di MOBA.
I momenti salienti dei tornei sono raccontati con discreti effetti speciali, capaci di proiettare i giocatori all’interno delle partite combattute durante la finale del Dota 2 International Championsip. Il ritmo della narrazione è serrato e mai noioso.
Sebbene sia stato posto (l’ovvio) accento sulla produzione Valve, il lungometraggio si rivela un incredibile spaccato di questo universo ancora poco conosciuto ma ricco di fascino.

Free-to-Play Documentario ben confezionato o abile manovra di marketing? Free-to-play è un po’ tutt’e due le cose. Ma elucubrazioni propagandistiche a parte, non si può certo negare che il film di Valve non riesca a fare un quadro eccezionale della scena agonistica, rispondendo a quesiti come “cos’è l’e-sport” e “chi è il videogiocatore professionista”. Lo fa driblando sapientemente i tecnicismi tipici dell’ambito, utilizzando un linguaggio universale, adatto tanto agli hardcore gamer quanto a chi mastica poco le terminologie specifiche o a chi nemmeno sa cosa sia un MOBA. Ogni persona con un pizzico d’amore per il videogame dovrebbe prendere in considerazione l’idea di guardare Free-to-Play, perché non racconta solo l’evoluzione della scena sportiva globale - sempre più importante e coinvolgente - ma soprattutto l’avventura videoludica di tre giovani che hanno voluto scommettere su loro stessi, trasformando una semplice passione in agonismo, facendone un motivo per vivere e lottare. Il documentario è gratuito, disponibile su Steam e attraverso il canale YouTube ufficiale del publisher.

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