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Recensione God Eater Burst

Arriva anche in Europa il più riuscito fra i cloni di Monster Hunter

Versione analizzata: PSP
recensione God Eater Burst
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A seguire le orme dei pachidermici rettili Capcom ci han provato in molti, e possiamo affermare con discreta certezza che tutti, fino ad ora, hanno fallito.
Monster Hunter è uno dei titoli responsabili del rilancio del fenomeno multiplayer cooperativo spalla a spalla, in cui non basta fraggare nemici in modo quasi passivo ma occorre affrontare le sfide offerte dal gioco con amici estremamente abili su cui poter fare affidamento e con cui elaborare complesse strategie all’insegna della sopravvivenza per un soffio.
Un concetto “hardcore” recuperato ed accolto con imprevedibile entusiasmo dal mondo intero.
Talmente semplice che chiunque abbia tentato di riproporlo all’infuori della casa di Osaka, non ha potuto far altro che copiarne pedissequamente il lavoro.
Considerata la bontà dell’originale ed i continui upgrade che vengono rilasciati con frequenza impressionante, verrebbe da chiedersi perchè rivolgersi altrove.
Ma i giocatori, si sa, sono una specie affamata, sempre in cerca di alternative per prolungare all’infinito il proprio divertimento.
A placare questo brontolio di stomaco giunge Namco Bandai, l’unica softco che sembra aver voluto approcciare il concept Capcom mettendoci un pizzico di originalità con il suo Gods Eater Burst.
Anche se non ha resistito alla tentazione di fotocopiare la cover art di Tri.
Burst è la versione “1.5” dell’action rpg uscito in Giappone ormai più di un anno fa, che tra traduzioni e adattamenti, missioni extra ed un leggero cambio di nome (probabilmente per evitare le sfuriate dei fanatici religiosi nostrani) si libera dall’esilio sul suo arcipelago, permettendo anche a noi occidentali di provare con mano le caratteristiche che ne hanno decretato, in patria, un successo notevole.

Ambrogio, ho un leggero languorino

Bisogna ammettere che, accendendo la console e lanciando il titolo, appare immaediatamente chiaro come Gods Eater si presenti in modo totalmente originale rispetto alla concorrenza, proponendo un elemento che, banalmente, fino ad ora titoli come Monster Hunter hanno ritenuto superficiale.
Una trama articolata.
Il comparto narrativo corposissimo attinge a piene mani da anime e altri giochi di successo, piazzandosi a metà strada tra Evangelion (per il taglio della trama) e Persona (per il character design).
In un futuro apocalittico il globo terrestre viene improvvisamente popolato ed assalito da misteriose e voracissime creature in continua evoluzione chiamate Aragami, in continua lotta contro l’ultimo baluardo dell’umanità prima che un’inquietante profezia si avveri: la nascita di un Aragami abbastanza grande da divorare il mondo intero.
Per una volta il single player mode non sarà semplicemente una fiera del grinding in solitario, ma ci vedrà accompagnati da un gran numero di comprimari in alcuni casi che ci aiuteranno in combattimento e, tra una missione e l’altra, movimenteranno l’avventura con numerosi colpi di scena.
Non si può certo dire che la storia di Gods Eater sia il massimo dell’originalità, si tratta senza dubbio alcuno di un’aggiunta preziosa per chi ha bisogno di una spinta in più per cimentarsi in questo genere di giochi.

Just slash the hell out of them

Le missioni di God Eater godono di una serie di ottime caratteristiche, sicuramente capitanate da una grande velocità d’esecuzione
Moltissime delle richieste che accetteremo al solito banco possono essere completate in circa cinque minuti.
Grazie ad un generoso sistema di respawn e resurrezione (ogni alleato vivo potrà condividere con noi metà dei propri punti ferita, rimettendoci in sesto) piuttosto che la propria sopravvivenza, il motivo per cui migliorare è racchiuso dal sistema di drop e punteggio, e persino le battaglie sono, contrariamente al mai troppo nominato Monster Hunter, fulminee. Anche le armi più pesanti lasciano i personaggi in possesso di un’altissima mobilità, mentre affondi e fendenti si trasformano senza soluzione di continuità in cannonate o parate ad impatto.
Merito di un sistema di controllo ben studiato, che ben bilancia l’utilizzo del God Arc, l’arma trasformabile dei protagonisti, in tutte le sue forme.
Con la pressione combinata di alcuni tasti questa ora si trasformerà in spada, ora in scudo, ora in bocca di fuoco ed infine fauci mostruose in grado di azzannare i nemici.
Ogni arma funziona in modo peculiare, fornendoci di diversi tipi di roll e schivate, attacchi a carica, proiettili intercambiabili.
Mangiare gli Aragami, oltre a dare enormi soddisfazioni al nostro pancino, ci fornirà una manciata di interessanti power up. Innanzitutto il nostro avatar diventerà ancora più agile e scattante, e potrà ad esempio schivare con più efficienza o eseguire doppi salti, poi potrà concatenare un numero maggiore di colpi e potenziare gli alleati sparando dei proiettili speciali creati con i bocconi di cellule morse ai mostri.
Il nostro avatar è quindi decisamente potente e perfettamente in grado di respingere qualunque offensiva nemica, specialmente se coadiuvato da compagni comandati da cpu o altri giocatori.
Gods Eater non è un titolo frustrante, ma resta comunque impegnativo. I nemici con l’avanzare della storia diventano sempre più numerosi e complessi da gestire, pur non raggiungendo le ragguardevoli dimensioni di un Jehn Morhan iniziano verso il terzo capitolo a diventare ostici.
I loro pattern d’attacco non sono vari come quelli i rettiloni di Osaka, ma ne conservano diverse peculiarità, come la tendenza a fuggire e cercare riparo per guarire le ferite una volta prese troppe botte.
Anche in Gods Eater, colpendo il punto giusto e ripetutamente, i mostri perderanno pezzi e modificheranno il loro comportamento, mostrando stanchezza ma a volte anche incazzandosi di brutto.
Assolutamente ingegnoso è poi il sistema di “specializzazione” dei nemici. Se alcuni si limiteranno ad attaccare e difendere in modo canonico, è bene segnalare come alcuni Aragami svolgano unicamnente funzioni di supporto, fornendo ad esempio buff e debuff o fungendo da immobili torrette al solo scopo di rendere ancora più emozionante la gestione degli spazi in battaglia.
E qui, ancora una volta, D3 e Namco Bandai meritano un plauso per la varietà del level design. Non tutte le mappe sono particolarmente ampie o articolate, ma un buon numero presenta varietà di interni ed esterni, scalinate, grotte e spazi aperti, pozze di lava o acqua da aggirare (accessibili, ovviamente, ai mostri di turno). Il tutto senza le solite schermate di caricamento.
Insomma in definitiva Gods Eater è un titolo veloce, impegnativo ma non frustrante, estremamente divertente pur se privo di un’esagerata dote di strategia.
L’unica, e davvero unica, vera pecca del gameplay è rappresentata dalla gestione della telecamera. In particolare durante l’uso delle armi a distanza, questo difetto può diventare addirittura letale: inquadrare i nemici e prendere la mira non è semplice, ma ancor meno lo è tenerli al centro dell’obiettivo mentre ci saltano addosso per trasformarci nella loro merenda.
Un bel pò di costanza e pratica permettono di limare questo difetto, quindi non è il caso di spazientirsi.

Aragami on the rocks

La curatissima presentazione, l’ottimo character design e la bellissima sequenza iniziale sono solo la punta di un iceberg. Il motore grafico del gioco è molto buono, a volte pecca nel dettaglio dei backdrop in un paio di fondali, a volte nelle texture di qualche arma, ma mediamente il lavoro svolto da D3 si rivela ben sopra la media PSP. Merito sopratutto dell’ispiratissima art direction, che regala location pazzesche come metropoli perforate, templi immersi nella neve e stazioni della metro che affogano nella lava.
Vien da se che gli Aragami sono egualmente ispirati. I mostri sono tutti molto diversi tra loro, ed uniscono alla grande varietà anche semplicemente un design ottimo. Chimere, volatili antropomorfi, beholder fluttuanti. Ora il gioco si ispira a Monster Hunter, ora all’immaginario tipico delle divinità giapponesi, ora al gotico europeo. Ce n’è davvero per tutti i gusti, e l’azione, per quanto caotica o affollata, non perde mai colpi, rimane sempre fluidissima.
Il design delle armi (e non solo), ovviamente forgiabili con i pezzi dei nemici sconfitti e potenzibili oltre ogni immaginazione, ricorda con piacere i fasti di un’altra serie Namco Bandai, ahimè ignorata da molti giocatori europei, ovvero //Hack G.U.
La cupa atmosfera apocalittica di Gods Eater è ora ravvivata ora ulteriormente incupita dalle note di Go Shiina. I suoi tipici cori, in stile voci bulgare, per citare il buon vecchio Elio, e le contaminazioni etniche e tradizionali orientali accompagnano la storia e le battaglie con un’altra colonna sonora davvero sopra le righe, che in alcuni casi raggiunge i livelli di lavori impressi nella storia delle migliori soundtrack di sempre come quello svolto per Tales of Legendia.
Il centinaio di missioni incluse nel gioco garantiscono una durata più che decente, anche considerando la difficoltà non eccessiva del titolo, e verranno raggiunte da ulteriori campagne scaricabili per prolungare l’esperienza multigiocatore.

God Eater Burst Gods Eater Burst rappresenta la prima valida alternativa al colosso Capcom. Su PSP ci sono numerosi action dalle tinte ruolistiche per quattro giocatori, ma contrariamente alle solite fotocopie (o altri concorrenti di ottimo livello ma troppo diversi per essere ricondotti allo stesso genere quali l’ultima incarnazione di Phantasy Star), il lavoro Namco Bandai segue pedissequamente la formula collaudata da Monster Hunter riadattandola e creando un titolo, per quanto derivativo, in grado di reggersi sulle sue gambe. Pur con alcuni difetti, forte di un gameplay più arcade e leggermente più semplice, perfetto per accogliere giocatori spaventati dalla difficoltà rappresentata dall’atterramento di un Rathian, di un level design variegato e di una trama interessante ed una direzione artistica davvero eccellenti, Gods Eater Burst è un titolo caldamente consigliato agli appassionati del genere, in special modo se dotati di altri tre amici con cui affrontare la nutrita modalità multiplayer. Namco Bandai è riuscita a confezionare uno di quei titoli che vi faranno ripetere come una cantilena “ancora un altro livello e poi spegno” lungo tutta la sua ragguardevole durata.

8

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