Recensione Gravity Rush

La killer application per PS Vita è finalmente caduta dal cielo

Versione analizzata: Playstation Vita
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  • PSVita
Lorenzo Lorenzo "Kobe" Fazio ama il basket, o per meglio dire i Los Angeles Lakers, l’Hip Hop e il teatro. Dopo aver rincorso la carriera del finto regista, dal 2007 si spaccia anche per finto esperto di videogiochi scrivendo su Everyeye.it. Lo appassionano le belle storie e gli stili visivi ricercati. Cercatelo su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Viaggi difficili da raccontare

Alcune storie sono difficili da riassumere. Racconti talmente tanto vivaci, frizzanti, indomabili che qualsiasi mediazione, che tenti di riprodurne la fruizione diretta, risulta mortificante, limitante, quasi offensiva. E’ un po’ come ascoltare i propri nonni o genitori che parlano della loro giovinezza: è facile ricordare il come e il perché, più difficile infondere gli odori, i colori, i tumulti emotivi della propria epoca.
Gravity Rush è esattamente questo: un’avventura incredibile, fatta di piccoli tocchi di classe, sorretta da fili praticamente invisibili, capace di veicolare un piacere dal sapore esotico e inatteso. Ma un'avventura che va vissuta in prima persona per essere carpita nella sua interezza. Non si tratta di un prodotto perfetto, ma sopperisce a qualche lieve défaillance grazie a un’incredibile classe e a un concept che, per quanto semplice da descrivere in poche parole, è capace di incantare fanciullescamente.
Nonostante il pur ottimo Uncharted: Golden Abyss, Gravity Rush è la prima, vera e indiscutibile killer application per PS Vita. Ciò è dovuto non solo alla sua qualità, caratteristica che spartisce, oltre che con lo spin-off della saga dei Naughty Dog, con WipEout 2048 e Lumines Electronic Symphony. L’onore grava su questo titolo in quanto si tratta della prima vera IP identificativa del portatile, il primo slancio ontologico, oltre che produttivo, teso a qualificare e caratterizzare l’ultima nata in casa Sony.

Un’isola nel cielo


Gravity Rush impiega pochi secondi per scavare un solco netto nella mente e nell’animo dell’utente. E’ come entrare realmente, non solo virtualmente, in un universo alieno al nostro, dominato da leggi fisiche, antropologiche, sociali proprie. Come diremo meglio in seguito, il connubio tra arte visiva e musica è talmente impattante ed efficace che la suggestione coinvolge i restanti sensi: si respirano gli odori della città, si assapora il retrogusto di ogni incontro e, soprattutto, si sente il vento che colpisce di continuo il volto. Si corre costantemente il rischio di incappare in un overflow sensoriale, che spesso vi costringerà a distogliere lo sguardo dal monitor, ad allontanare i pollici da stick analogici e pulsanti per riappropriarvi della vostra fisicità, completamente assorbita dalla fluidità con cui ci si sente tutt’uno con l’avatar e dall’incapacità di sottrarsi al piacere, quasi sensuale, di cambiare continuamente il verso della forza di gravità.

"Si corre costantemente il rischio di incappare in un overflow sensoriale, che spesso vi costringerà a distogliere lo sguardo dal monitor, ad allontanare i pollici da stick analogici e pulsanti per riappropriarvi della vostra fisicità, completamente assorbita dalla fluidità con cui ci si sente tutt’uno con l’avatar e dall’incapacità di sottrarsi al piacere, quasi sensuale, di cambiare continuamente il verso della forza di gravità."

La trama è una delle principali fautrici di questa sorta di gabbia che vi renderà prigionieri consenzienti della creatura di Sony Studios Japan. Una mela, dopo averla opportunamente sollecitata a colpi di “ditate”, cade da chissà dove nella città di Hekseville, metropoli che galleggia nel nulla. Cade la mela e cade Kat, che si risveglia aliena in un mondo alieno. Vestita di esotici abiti e caratterizzata da un favoloso paio d’occhi rossi, la nostra eroina non sa chi sia, né dove si trovi. Al suo fianco, fiero e taciturno, un misterioso gatto che, in breve, si scoprirà la fonte di un potere portentoso: la capacità di modificare la direzione soggettiva della forza di gravità. Non si tratta quindi di volare, né di cadere con stile, volendo fare una citazione. Sfruttando questa sua abilità, la nostra troverà un senso alla sua vita priva di passato: difendere la popolazione dai continui attacchi dei Nevi, tenebrose e aggressive creature che si materializzano di tanto in tanto, e ricompattare le parti di città sparite nel nulla. Sono queste le due fonti energetiche che alimentano l’avventura, il viaggio di Kat. Premesse così scontate (il classico super-eroe che protegge gli indifesi) non devono però scoraggiare. Innanzitutto perché l’ambientazione e i vari autoctoni che incontrerete rappresentano un unicum nel panorama videoludico. Per quanto di città volanti siano pieni decine di altri videogiochi, Hekseville sembra realmente un’isola distante da tutto. Tagliata fuori da qualsiasi altro luogo, si percepisce un punto di vista antropologicamente atipico: quello di una società che vive unicamente di sé stessa, ignara dell’eventuale esistenza di altro. Si prova come una lontana claustrofobia, comunque mitigata dalla vista di cieli che si espandono all’infinito in tutte le direzioni.

La relativa banalità delle premesse narrative è inoltre sconvolta da tutta una serie di elementi che, non tardando a fare la loro comparsa sulla scena, ingigantiscono immediatamente l’universo immaginifico di riferimento, facendo sprofondare l’utente in una situazione più grande di quanto ipotizzabile, più grande del gioco stesso. Purtroppo è difficile parlarne senza incappare in qualche pur pallido spoiler. Ci limiteremo a dire che la stessa fine del gioco lascia molte cose in sospeso, facendo presagire un diretto sequel, e che l’indagine, spesso involontaria, di Kat sul suo passato tirerà in ballo mondi metafisici e Creatori che gettano diversi sospetti sulla realtà dei fatti.
La trama di Gravity Rush è insomma qualcosa di semplicemente incredibile. Non mancano molteplici rimandi ad altri prodotti culturali: i Nevi si avvicinano agli Angeli di Evangelion, la strana lingua parlata dagli abitanti di Hekseville ricorda quella sentita in ICO. Eppure, nonostante i tanti rimandi, avrete a che fare con una storia unica nel suo genere. I protagonisti della vicenda, da Kat alla sua nemica Raven, sono tutti dotati di una caratterizzazione tale, sia estetica che psicologica, da far impallidire buona parte dei migliori avatar visti in produzioni ben più blasonate. L’universo immaginifico è perennemente coerente con sé stesso, costantemente generoso di stuzzicanti accenni, continuamente esortato ad espandersi. Infine l’intreccio, per quanto possa essere accusato di un eccesso di cripticità, distribuisce saggiamente i suoi colpi di scena e tiene alto l’interesse dell’utente per tutta la durata dell’avventura.

In barba a Newton


Se la trama è appassionante e affascinante, non è da meno il gameplay: pulito, assuefacente e capace di sfruttare con equilibrio e coerenza le feature uniche della PS Vita.
Gravity Rush si presenta con un’ambientazione open world, dove di volta in volta potrete decidere quando e a quali missioni prendere parte. Naturalmente non dovete aspettarvi un GTA: il focus principale è legato allo sviluppo della trama, ma ciò non toglie che sono presenti alcuni livelli secondari che metteranno a dura prova le vostre abilità, o che potrete dedicarvi alla semplice esplorazione di Hekseville.
Come già anticipato, la base su cui il tutto si sviluppa sono i poteri di Kat: la sua capacità di cambiare il senso di attrazione della forza di gravità. Grazie a questa caratteristica potrete raggiungere con estrema rapidità la sommità di un palazzo, correre sulle sue pareti o ritrovarvi a testa in giù senza colpo ferire. La fluidità e rapidità con cui il tutto si realizza ha del magico: il dorsale destro attiva una sorta di mirino che, mosso dallo stick destro, deciderà in quale direzione la nostra eroina comincerà a precipitare. Non si tratta di volare, quanto di cadere nel vuoto: ciò significa che spesso sarete chiamati a modificare la traiettoria, cosa che vi costringerà a azionare di continuo analogico e pulsante. Tuttavia, se vi state chiedendo se ciò alla lunga non possa stancare, sappiate che non si correrà mai questo rischio. Il sistema di controllo non solo risponde prontamente, ma è quanto di più fluido ci si possa aspettare. Si resta affascinati e attratti dalla rapidità con cui imparerete a controllare, modificare e accompagnare sempre meglio la splendida Kat, mentre si sposta, con estrema rapidità, da un punto all’altro di Hekseville. E’ un piacere, ci sentiamo in obbligo di ripeterlo, estremamente sensoriale: pur immobili con la propria PS Vita tra le mani, si sente davvero il vento tra i capelli e, anche a console spenta, vi verrà naturale spiccare un piccolo salto aspettandosi di finire per camminare sul soffitto della propria camera.
A sorprendere, più di ogni altra cosa, è l’assoluta incapacità di perdere il senso d’orientamento. Nonostante i tanti cambiamenti di prospettiva, sarete sempre in grado di orientarvi, di capire dov’è il pavimento e dove il soffitto e di individuare con rapidità i target che state puntando. Difficile analizzare ciò che rende possibile un simile risultato: sicuramente la pulizia grafica, nonchè la sciarpa e i capelli di Kat (che si attengono all’attrazione “classica” della forza di gravità) aiutano molto in questo senso.
Gravity Rush, insomma, potrebbe anche limitarsi a uno splendido contenitore, nel quale spostarsi da un punto all’altro, per avere già un senso: tuttavia fa anche dell’altro.

Da docile gattina a selvaggia pantera


Innanzitutto, il gioco, come già detto, vi costringere a combattere dei nemici: i Nevi. Il combat system è forse l’aspetto relativamente meno riuscito della produzione. Non fraintendeteci: nella magnificenza di ogni suo ambito, i combattimenti brillano di un’intensità di poco inferiore rispetto a tutto il resto. Difficile bocciarli quando si presentano con un ritmo mai eccessivo, salvo qualche piccola sbavatura nella parte finale dell’avventura, e con un buon grado di varietà. Nel corso dei vari livelli infatti, dovrete affrontare un buon numero di Nevi diversi. Si va da quelli capaci di volare, a quelli che sparano raggi oscuri dalla distanza, senza dimenticare quadrupedi o veri e propri colossi. Il metodo d’eliminazione è tuttavia sempre lo stesso: colpire i punti deboli visibili. Per farlo potrete affidarvi alle mosse corpo a corpo di Kat, invero piuttosto inefficaci, o al Calcio Gravitazionale: come il nome lascia intendere, abbina la normale capacità di cambiare la direzione della gravità con un colpo capace di causare danni. Naturalmente esistono poi alcune tecniche speciali, tre in tutto, particolarmente potenti ed efficaci, che potrete utilizzare attendendone il tempo di carica.
Dove il combat system mostra il fianco a una flebile critica è proprio nella mancanza di un numero soddisfacente di mosse: alla grande varietà di Nevi, non corrisponde un altrettanto ampio ventaglio di attacchi. Come detto, tuttavia, il difetto diventa secondario non appena ci si accorge che le battaglie non sono così predominanti nell’economia del gioco e, soprattutto, quando si continua a provare immensa soddisfazione e divertimento anche al centesimo Calcio Gravitazionale rifilato con precisione chirurgica.
Altro elemento che necessita di un’analisi è il level design: praticamente incapace di conoscere cali di tensione. Gli episodi che compongono la main quest sono ben ventuno, mentre esistono circa una quindicina di missioni secondarie. Queste, che vi faranno sudare ben più di sette camicie per essere completate con la valutazione massima, saranno strutturate come prove di abilità. Si va dall’eliminazione di più Nevi possibile entro un certo lasso di tempo, sino al raggiungimento di alcuni checkpoint distribuiti nel livello. Estremamente impegnative, vi spingeranno a rendere quasi perfetto il vostro controllo su Kat. Non escludiamo che qualcuno potrà trovarle un tantino frustranti, ma rappresentano comunque un'ottima alternativa alle missioni principali.
Proprio relativamente alle missioni principali va fatto un plauso agli sviluppatori per la varietà di situazioni che hanno saputo creare. Certo: ogni livello presenterà qualcosa di lievemente diverso dagli altri. Ad esempio potreste vedervela con un boss, da affrontare utilizzando una specifica tecnica, oppure avere l'urgenza di mantenere un basso profilo per non farvi scoprire, o ancora dover rinunciare ai poteri gravitazionali.
In questo senso sono molto efficaci anche le ambientazioni che esplorerete: da sole capaci di affascinare e rendere “nuove” cose che non lo sono affatto. Solo per fare un esempio, dato che non vogliamo rovinarvi l’effetto sorpresa, c’è differenza tra il precipitare tra palazzi e monumenti e farlo in un’ambientazione alienante evitando nemici in un pozzo senza fondo.
Sempre relativamente al level design non possiamo tacere su quello che riteniamo essere il vero motore dell’intero gioco: la raccolta delle gemme. Queste, numerose e spesso ben visibili, servono a incrementare i poteri di Kat. Potrete aumentare l’efficacia del Calcio Gravitazionale, la salute, la velocità di spostamento e, soprattutto, la quantità di tempo che potrete passare a gravità alterata. Raccoglierle, in breve, non solo è necessario, ma è anche auspicabile per migliorare il controllo e le potenzialità dell’eroina.
Le gemme sono il fulcro di ben due fenomeni. Il primo è legato all’esplorazione di Hekseville. La città, di per sé, non ha molto da offrire al di là della sua semplice bellezza architettonica. Ciononostante finirete per esplorarla da cima a fondo proprio per scovare le pietre preziose. Gli sviluppatori sono stati estremamente geniali nel distribuirle in modo che componessero dei veri e propri percorsi che attraversano da parte a parte la metropoli. Iniziare raccogliendone un paio, per poi ritrovarsi, decine di minuti dopo, dall’altro capo della città è una prassi inevitabile.
Non solo, ma queste scie di gemme sono ben presenti anche in tutti i livelli che affronterete. Ciò, implicitamente, vi costringerà a compiere una scelta: la via più breve e facile o quella più articolata al fine di raccogliere più pietre possibile? L’efficacia di questo espediente è paragonabile solo alla sua semplicità di progettazione. In breve: la raccolta delle gemme è quasi un gioco nel gioco che, da solo, è capace di veicolare numerose ore di divertimento extra.

Relativamente alle specifiche della PS Vita, queste vengono tirate in ballo con coerenza e senza inutili eccessi. Gli accelerometri, ad esempio, servono per controllare la visuale in prima persona o per muovere Kat mentre si esibisce nella Scivolata Gravitazione, che le permette di muoversi con estrema rapidità quando è a contatto con il suolo. Il touch-screen, dal canto suo, è utilizzato pochissime volte e per compiti per lo più secondari, come l’attivazione del colpo di grazia contro i boss di fine livello.
Difficile criticare qualcosa del gameplay di Gravity Rush. E’ vero che il combat system non è profondo come ci si aspetterebbe e che alcuni episodi della storia, un paio al massimo, risultano essere un po’ troppo lunghi, ma il semplice piacere di precipitare da una parte all’altra supera qualsiasi minuscolo inciampo. Così come la trama è da vivere tutta d’un fiato, il gameplay non tarderà a impadronirsi della vostra mente, creando un’assuefazione difficilmente contrastabile.
Anche dal punto di vista grafico-sonoro Gravity Rush rappresenta l’eccellenza. Difficile trovare qualcosa che si avvicini a un tale spettacolo nel panorama delle produzioni portatili. Come ammesso dagli stessi sviluppatori, lo stile si ispira molto al Bande Dessinée, peculiare genere di fumetti sviluppatosi in Francia e Belgio. Non è un caso, quindi, che parte delle scene d’intermezzo si sviluppino tramite vignette da sfogliare utilizzando il touch-screen come fosse la pagina di un giornale. Hekseville è tratteggiata da linee di contorno nette, da campiture di colore uniformi e numerosi elementi in costante movimento come velivoli o semplici passanti che animano le strade. Kat, dal canto suo, è perfettamente mossa da animazioni strepitose e caratterizzata da un modello poligonale denso di dettagli. Non manca qualche piccola incertezza, come rari cali di frame rate o un po’ di aliasing, ma è difficile accorgersene quando si è così estasiati dallo spettacolo offerto dallo schermo OLED della PS Vita.
Straordinario il comparto audio. I temi musicali sono magnifici e denotano una qualità di realizzazione forse mai raggiunta in un titolo portatile. Ogni canzone è straordinariamente arrangiata, orchestrata, adatta al contesto nella quale si palesa. Si passa da composizioni ideali per accompagnare un'allegra passeggiata a Parigi, a pezzi più rockeggianti ad altri carichi di mistero e inquietudine. Ciò che possiamo dirvi è che paralizzati da un tale spettacolo uditivo, siamo stati costretti a collegare la PS Vita a uno stereo degno di questo nome: l’unico modo per godere in pieno del lavoro degli artisti di Sony Studios Japan. Non di meno sono gli effetti: ben campionati e caratterizzati.
Infine, una piccola nota sulla longevità. Gravity Rush, difatti, non cade neanche in questo ambito: vi serviranno almeno una quindicina di ore per l’avventura principale. A queste poi vanno sommate quelle che perderete per esplorare Hekseville e per completare tutte le missioni secondarie.

Gravity Rush Gravity Rush è ben più che un bel gioco per PS Vita: è il racconto, quasi metafisico, di un mondo tanto alieno quanto accogliente. Tutto, dalla trama al gameplay, passando per lo splendido comparto grafico-sonoro, brilla di una lucentezza difficilmente paragonabile in ambito portatile e non. Senza mancare di rispetto ai giochi fin’ora pubblicati, possiamo dire con assoluta certezza che si tratta della prima, vera killer application per PS Vita. Impossibile sconsigliarne l’acquisto, anche a chi non vede di buon occhio gli open world o, per meglio dire, i giochi d’avventura. Gravity Rush è un viaggio difficile da descrivere in forma letteraria: va vissuto, assaporato, giocato e rigiocato. Chi avrà il coraggio di dargli una chance non se ne pentirà assolutamente.

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