Recensione GTA 4: The Ballad of Gay Tony

Il secondo DLC di Grand Theft Auto IV brilla ancora più del precedente, con un'impronta action di spessore

Versione analizzata: Xbox 360
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  • Xbox 360

Ancora una volta sulle strade di Liberty City. Potremo mai stancarci e staccarci da questo agglomerato informe e meraviglioso di lamiere e cemento? Punto nevralgico di connessione fra digitale e reale, tutto si può dire tranne che Liberty non sia un luogo autentico. A cambiare sono solo i punti di vista da cui partiamo per interfacciarci con lei. I personaggi che via via impersoniamo. Le storie di cui ci appropriamo. Poi i ricordi, il senso di appartenenza, di “essere cresciuto lì”, fra quelle strade tirate a lucido dalle bassezze dell’animo umano, così verosimili proprio perché amorali ed inospitali, ci inondano colpendoci con flashback stordenti. Più o meno arrossati dalla ruggine del tempo. Più o meno saturi di colori, di suoni, di azione. Ma reali. Tangibili. Nostri. Le prime scorribande poligonali, targate 2001, sull’allora “giovine” PS2. Poi il salto nel buio fino allo scorso anno, quando abbiamo seguito la vendetta e la fuga da sé stesso di Niko. Per poi piombare, muscolosi e tatuati, sulla moto di Johnny e della sua banda, in quell’ineccepibile esempio di come possa e debba essere progettato un contenuto aggiuntivo: The Lost and Damned. Sempre lei. Sempre Liberty City.
Con The Ballad of Gay Tony, secondo DLC legato a GTA IV, Rockstar North alza ulteriormente la posta in gioco, confezionando un universo narrativo, situazionale e ricreativo ancor più sfaccettato e maligno, dove il riposizionamento del concetto di “azione esagerata” (San Andreas docet) non svilisce affatto le dinamiche relazionali né il carisma cinematografico del plot narrativo. Anzi, per certi versi The Ballad of Gay Tony raccoglie una delle migliori passerelle di personaggi dell’epopea grandtheftiana, spalmando un carnet di situazioni paradossali o semplicemente divertenti in quindici ore abbondanti di gioco. Un climax ascendente di azione forsennata, quindi, scandagliato però da ritagli narrativi meglio articolati, più verosimili e imbevuti di un cinismo e di una forza visiva che concorrono a trasformarlo nell’episodio più disturbante e politicamente scorretto dell’intera saga. Un vero bastardo, insomma, ma con tanta, tantissima gloria.

EPISODES FROM LIBERTY CITY

The Ballad of Gay Tony fa parte del pacchetto “GTA Episodes From Liberty City” -disponibile in tutti i negozi- che racchiude in un unico dvd anche la già citata espansione The Lost and Damned, ad un prezzo consigliato di 44.98€.
Episodes From Liberty City è un prodotto stand alone, alla stregua di un qualsivoglia gioco su supporto ottico. Il funzionamento NON è dunque legato al possesso di una copia di GTA IV.
The Ballad of Gay Tony è altresì scaricabile come downloadable content da Xbox Live (1600 MP).

Tony Prince è un ostaggio. Delle proprie fobie. Delle pasticche che ingoia come zuccherini. Della sua dannata propensione a mandare tutto in vacca. Gay Tony. Maledettissimo figlio degli anni ’80, quando i lustrini colorati e la coca contavano ancora qualcosa. E’ da un pezzo ormai che le cose girano da schifo. Sta cadendo. Giù, sempre più giù. E Luis Lopez con lui. Due fuochi artificiali ormai fiacchi, diretti non più verso il cielo, ma verso le fauci di una città che non li ama più. Che non può più servirsene. E che quindi non vede l’ora di masticarli, e di sputarli laggiù, tra i cadaveri e bidoni tossici che marciscono a braccetto sul fondo della baia. Un bel quadretto insomma.
Pensateci. Quando si tratta di fortuna, si tira in ballo sempre la stessa tiritera. Che sia cieca a tempo pieno è chiaro come la luce del sole. Una fottuta talpa che sniffa odore e paura di Tony Prince lontano un miglio, guardandosi bene dall’avvicinarsi. Furba, niente da dire.
Ma vogliamo parlare invece della stramaledetta ruota della fortuna? E’ possibile sapere come diavolo giri? E, poi diciamocelo, Tony non è proprio tagliato per fare il criceto. Correre per sopravvivere, correre per non impazzire, non è nel suo stile. Non ce la può fare.
E allora la ruota gira e gira e ancora gira. Centrifugando sogni, affetti e finanze di un uomo che una volta contava qualcosa a Liberty City.
Lo spettacolo è finito, Tony. Sei in cima da un pezzo. E’ tempo di precipitare.

Il profilo narrativo di The Ballad of Gay Tony è semplicemente sensazionale. Tutto -atmosfera, risvolti psicologici dei personaggi anche secondari, sequenze cinematiche- veicola il disfacimento di un’intera società, di un modo di vivere, e nella fattispecie di un singolo uomo, Tony Prince. La sua discesa verso gli inferi di Liberty City, il suo viaggio senza ritorno nel dimenticatoio metropolitano è sicuramente surreale, e raccontato com’è col solito cinismo caustico, non curante di ciò che è o non è politicamente corretto, diverte e strappa grasse risate Ma come già occorso in alcuni frangenti di GTA IV, dà anche da pensare. E quando uno script, soprattutto di un videogioco, accende la miccia empatica che invita a provare qualcosa nei confronti di un avatar digitale, significa avere tra le mani un plot vincente. Vivo. Pulsante. Che racconta e dice qualcosa, colpendo l’immaginario emotivo di chi gioca.
Il rapporto fra Tony Prince, proprietario dei locali etero e gay più in di LC, e Luis Lopez -protagonista indiscusso, e suo tuttofare- è assolutamente verosimile. Il modo in cui Luis sprona Tony a rialzarsi, l’affetto che ci mette anche quando è costretto a schiaffeggiarlo, la maniera in cui gli fa da scudo dagli squali sorridenti -forse perché strafatti- che lo circondano è quasi toccante. Sopra le righe, certo. Fuori di testa, ovvio. Ma sincero.
Luis Lopez, da par suo, è un personaggio robusto e tratteggiato divinamente. L’amore per la famiglia, per gli amici e la devozione nei confronti di un amico che l’ha comunque aiutato ad uscire dal ghetto si scontrano inevitabilmente con le sue ambizioni personali, in un vortice di violenza che dà il meglio di sé soprattutto alla voce “ritmo”. La storia scivola fluida mentre la si vive, forse perché bersagliata da una pletora di comprimari eccezionali (Yusuf; Mori, il fratello “maggiore” di Brucie) e legata da una serie di accadimenti che rispecchiano il concetto di azione esagerata espresso poc’anzi. Lo storytelling è ancor più crudo che in passato, e pennella una serie di situazioni, di microstorie, davvero al limite, dal forte impatto cinematografico. Un’orgia visiva che comprende scene di sesso, pestaggi e destini tragici (c’è anche chi si suicida per amore, a ben vedere; o chi se la fa sotto, letteralmente, per una bloggata a sproposito di troppo. Una scena memorabile) che lasciano il segno in maniera ancor più marcata rispetto allo stesso GTA IV.
Senza contare una commistione con le vicende di GTA IV e di The Lost and Damned meglio strutturata: i rimandi si sprecano, le intersecazioni fra le varie storie corroborano una volta di più la sensazione che Liberty City sia in definitiva una realtà persistente. Una sensazione che è bello assecondare.

Offerta

Alla qualità dello script fa eco la quantità davvero sostanziosa dell’offerta ludica. Le missioni proposte, in media più difficili, complesse ed articolate dello standard grandtheftiano, presentano un unico denominatore comune: il dinamismo esasperato. Un look style esagerato, segnatamente pacchiano e distruttivo, tipico dei film di 20 anni fa, quando Stallone, Willis e Governator si rincorrevano sugli schermi dei cinema a colpi di deflagrazioni ed inseguimenti ai limiti dell’umano.
Rubare la motrice -in movimento- di un treno, mentre orde di elicotteri della polizia (canonici e d’assalto) ci vomitano addosso fiumi di piombo rovente; disintegrare in sequenza una gru enorme, un treno ed un aereo -con tanto di inseguimento finale-; prendere in prestito un carro armato della polizia sganciandolo dai cavi che lo legano all’aerotrasporto di turno. La lista potrebbe continuare inoltre con scontri a fuoco ancor più concitati rispetto a GTA IV o al precedente downloadable content (memorabile lo scambio di battute sui tetti del quartiere italiano tra Luis e un manipolo di cecchini). Ma la il punto chiave è comunque un altro. Laddove Johnny e la sua banda guardavano la città dal sellino di una moto, quindi dal basso verso l’alto, Luis Lopez riscopre la gioia delle altezze vertiginose. Le missioni ambientate in elicottero si sprecano, ed altrettanto importante risulta il basejumping nell’economia di gioco. Un’attività non relegata al rango di divertente sub quest, ma altresì possedente un reale sbocco all’interno di moltissime situazioni di gioco.
E ancora. Le guerre armate per il controllo del traffico della droga (queste sì sono missioni secondarie: nulla a che vedere col la gestione del mercato degli stupefacenti presente in Chinatown Wars per Ds e PSP), oppure le lotte clandestine all’interno di arene apposite, cruente e così ben strutturate (nel sistema di controllo, per esempio. Il combattimento corpo a corpo è assai più complesso di quello generico utilizzabile con i poveri NPC. Le gestione dei pugni, dei calci e delle schivate si appoggia ad un sistema di contromosse il cui tempismo cambia a seconda degli avversari affrontati. In definitiva, un diversivo davvero gustoso) da risultare un reale valore aggiunto alla produzione, o ancora le gare di velocità, che in questo caso si tripartiscono in una lunga sessione che prende dapprima le mosse dal basejumping, per poi continuare su un motoscafo ed infine nella classica sfida tra le strade della metropoli a bordo di uno dei tanti gioielli a quattro ruote di TBOGT.
Altra novità, che prosegue il discorso “gestione” di qualcosa re-introdotto da The Lost and Damned (lì, per la cronaca, erano le dinamiche di gruppo che abbisognavano delle nostre cure), è la micro-partecipazione alla vita di uno dei locali di Tony Prince, in veste di supervisore.
Sebbene l’idea stuzzichi gli appetiti ludici di chiunque, alla prova dei fatti si è rivelata piuttosto limitata, un orpello divertente che in futuro potrebbe essere ulteriormente ampliato (magari prendendo spunto, solo in questo specifico frangente, da Il Padrino 2). Il lavoro a cui siamo chiamati si limita alla verifica dell’ordine nel locale (in caso contrario si procede ad accompagnare i più esagitati all’ingresso), al ballo (un qte fuori dagli schemi), alle gare di bevuta (occhio a non esagerare!). Nulla di più, insomma, di una piacevole sosta dalla furia del gameplay.
La curva di difficoltà è ancor più bilanciata rispetto al passato, ed in più si bea dell’introduzione di diversi savepoint all’interno di una stessa missione, che spezzano il senso di frustrazione causato dalla propria dipartita durante azioni di gioco lunghe e piuttosto articolate.
Missioni che inoltre sono sottoposte ad una serie di valutazioni (condivisibili online) che ne decretano il grado di completamento. Inutile dire che parte dei nuovi achievements è legata proprio al raggiungimento della soglia dell’agognato 100%.
Come da prassi, conclude il tutto un reparto multiplayer (1-16 giocatori) di tutto rispetto (deathmatch, a squadre, corse, gta race e base jumping), che pone la classica ciliegina su una torta formato DLC praticamente perfetta.

Style

Più che di tecnica, sarebbe più opportuno parlare di stile. Vero che lo sfruttamento delle ultime librerie dei motori Rage ed Euphoria regalano un colpo d’occhio superlativo (profondità dell’orizzonte visivo; texture rifinite; particellari meglio implementati), ma a colpire è la ricreazione dello stile, del glamour fittizio di un modello di vita.
La vota notturna, le dinamiche dei locali sono lì, ricreate senza sbavature. Movenze, gesti, luci. Il marchio di fabbrica di TBOGT, vicino per alcuni versi al seminale Vice City, affascina.
La gestione delle fonti luminose, infatti, è più accurata e variegata, mentre le animazioni puntellano un ulteriore passo in avanti verso la recitazione vera e propria.
Eccezionale, come sempre, l’accompagnamento sonoro. L’introduzione di Vice City FM (casuale?) non fa che titillare la voglia di anni ’80 che permea sotto diversi aspetti l’intera produzione.

Grand Theft Auto 4: The Ballad of Gay Tony The Ballad of Gay Tony è il downloadable content definitivo, il nuovo termine di paragone per le espansioni che troveranno posto nei nostri hard drive. Composizione del plot, struttura delle missioni, sub quest ben congeniate. Tutto è pressoché irreprensibile ed altrettanto irresistibile. Quindici ore di azione pura, distillata come solo Rockstar North sa fare. Un capolavoro che non possiamo che consigliare. La nostra speranza è che nuove espansioni ci facciano intravedere altri spicchi di Liberty City, prima dell’arrivo del quinto episodio. Estrapolare solo due episodi, nel mare di storie, passioni e depravazioni che questa bellissima metropoli custodisce gelosamente, pare quasi un delitto. Un delitto di cui speriamo Rockstar non voglia in alcun modo macchiarsi.

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