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Recensione Hatred

Arriva infine il chiacchieratissimo twin-stick shooter di Destructive Creations. Il team polacco porta avanti la sua visione della violenza gratuita e incensurata, tra critiche e censure.

Hatred

Videorecensione
Hatred
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
Tommaso Tommaso "Todd" Montagnoli è un maniaco e devoto videogiocatore da più di vent'anni, feroce appassionato di RPG, strategici e tutto il resto. Le poche ore che non spende giocando le passa fra fumetti, cinema, brit rock e snowboard. Lo trovate su Facebook, Twitter e su MORLU TOTAL GAMING.

La grande macchina dell'hype oramai la conosciamo tutti: a volte premia, spesso castiga senza pietà e in alcuni casi sfugge completamente al controllo e alle logiche del mercato stesso. Hatred, primo lavoro dei ragazzi di Destructive Creations, ha subito un po' tutti e tre questi fattori, ma innegabilmente è riuscito a guadagnarsi un posto sotto i riflettori e nondimeno un grande successo nelle vendite. La sua particolare e controversa storia è presto detta: Hatred è un gioco sadico e brutale, una sfacciata celebrazione di quella violenza che, per citare gli stessi sviluppatori, s'impone di criticare il buonismo che imperversa da troppo tempo nell'intero sistema videoludico. Questo è il concept di base, un impeto non certo nuovo nel mondo dei videogiochi, ma che grazie a una lunga lista di censure, rimozioni dai market digitali e region lock, ha rischiato di assumere un valore quasi simbolico, di trasformarsi in un grido di libertà scagliato contro la sorvegliata creatività dei benpensanti. Peccato solo che questa volontà distruttiva, questo sfogo ribelle, si schianti immediatamente dopo il decollo, dal momento che oltre all'odio incondizionato Hatred ha ben poco da offrire. La sua violenza gratuita, che a dirla tutta non è neanche la più disturbante mai vista, finisce per diventare una banale caricatura di sé stessa, affossata da un gameplay spoglio e ripetitivo.
Tralasciando in questa sede ogni considerazione sui sistemi che devono regolare l'accesso ai contenuti pensati per un pubblico maturo, partiamo dal presupposto che il titolo arrivi nelle mani di chi ha gli strumenti necessari per comprendere e contestualizzare i suoi contenuti, lasciamo da parte i facili moralismi e scopriamo insieme cos'è che ha fatto arrabbiare così tanto il nostro spietato protagonista.

Il mio nome non è importante

La radice del fallimento di Hatred è in primis la sua scialba cornice, la totale mancanza di una storyline e soprattutto il suo banale protagonista. Questo insipido antieroe, che per sua volontà non svela neppure il proprio nome, non è altri che un misantropo sociopatico con una passione per i vestiti di pelle che, stufo della società, decide di darsi allo sterminio di massa. La sua crociata contro il genere umano però non ha un vero e proprio scopo, ma soprattutto non è sostenuta dalla presenza di un background personale che possa in qualche modo spiegare le cause scatenanti: dopo una manciata di minuti non resta che la vuotezza delle frasi a effetto che, oltre ad essere ripetitive, finiscono per risultare abbastanza spicciole.
Anche se in termini di crudeltà ci sono delle similitudini con titoli come Postal o Manhunt, il risultato complessivo è ben diverso, per via della mancanza integrale di dialoghi o di un'evoluzione nel nostro personaggio. Questa sorta di integrale "rifiuto della parola", l'opprimente silenzio che avvolge le cause degli eventi, è in verità lo stesso che a volte caratterizza gli eventi che Hatred vuole rappresentare, e forse si tratta di una scelta precisa del team di sviluppo. Di fatto questo pesa (lasciamo a voi decidere se sia o meno un bene) sul coinvolgimento nel corso della progressione, lasciando che l'unico elemento cardine della produzione sia il gameplay.
Hatred è sostanzialmente un twin-stick shooter molto classico, come se ne vedono tanti ultimamente, afflitto però da qualche vistoso problema strutturale. Il primo è quello dei controlli: usare il pad è stata paradossalmente una scelta piuttosto infelice, viste le numerose imprecisioni nel rilievo degli input, ma per fortuna l'accoppiata mouse e tastiera ha risolto (quasi) i nostri problemi. L'inquadratura è posizionata in modo da lasciare il personaggio al centro, ma con l'utilizzo del tasto destro del mouse si sposta più alle spalle del protagonista, favorendo così una mira più orizzontale e accurata. In questa modalità però l'inquadratura è soggetta a oscillazioni, a volte eccessivamente fastidiose, che vi causeranno qualche problema specialmente quando avrete a vostra disposizione le sole armi a corto raggio.
Parlando di armi non possiamo certo affermare che ce ne siamo molte, e questa carenza contribuisce a snellire pericolosamente la profondità del gameplay, favorendo l'incedere della noia. Il nostro arsenale è composto da qualche granata, un lanciafiamme e una manciata di armi da fuoco per un limite massimo trasportabile di tre, che all'occorrenza possono essere scambiate con quelle rinvenute sui cadaveri delle nostre numerose vittime. Il feeling generale è comunque soddisfacente se consideriamo gli standard del genere, soprattutto in virtù dell'altissimo livello di distruttibilità dell'ambiente che ci circonda. L'IA dei nemici è invece assai semplicistica: il semplice di copertura (ctrl), in combinazione con un rapido sprint (shift), sarà sufficiente ad aggirare le difese dei nostri opponenti, non fosse che spesso si viene letteralmente sovrastati da attacchi in massa o dal fuoco incrociato. Il recupero della vita è invece affidato unicamente al sistema delle esecuzioni: brutali finishing move rappresentate con apposite cut-scene in tempo reale, che poi non sono altro che le stesse, cruente sequenze mostrate nei trailer che hanno fatto scandalo. Alcune di queste sono effettivamente l'espressione di una violenza ingiustificata che si fa spettacolo, ma al di fuori delle comprensibili indignazioni morali, il problema è che tutto ciò diventa ancora una volta ripetitivo e appesantisce il gameplay.

La campagna è costituita da sette livelli che si configurano come grandi aree liberamente esplorabili, dove ci verranno assegnate delle missioni primarie e secondarie. Gli obiettivi necessari ad avanzare nella "storia" sono sempre gli stessi, come ad esempio uccidere un certo quantitativo di civili inermi, poliziotti o soldati. Anche quelli secondari non brillano per inventiva e, oltre al massacro indiscriminato, vi chiederanno di recuperare qualche oggetto. E' previsto inoltre l'utilizzo sporadico dei veicoli, che però sono piuttosto inguidabili e a parte destare qualche piacevole ricordo di Carmageddon serviranno a ben poco. Il vero problema di Hatred è dunque la gameplay poco profondo e intimamente ripetitivo, che troppo spesso sfocia nella noia integrale. A conti fatti le dinamiche di shooting non sarebbero neanche troppo male, visto il livello di sfida a tratti risoluto, eppure la varietà di situazioni e dell'armamentario non sono sufficienti neppure a vivacizzare un'offerta ludica dalla durata complessiva inferiore alle quattro ore. Il giudizio non può essere che negativo, ma bisognerebbe tenere a mente anche la natura e il prezzo del titolo (circa 16,00€), che di certo non sono dei più pretenziosi.

L'estetica del massacro

Dai trailer sembrava che Hatred fosse provvisto di un comparto grafico niente male, e infatti è proprio questo che si è rivelato l'aspetto migliore della produzione. Realizzato con il sempre più promettente Unreal Engine 4, il titolo del piccolo team polacco sfoggia una veste grafica valida e curata. Strano quindi che la stessa Epic, l'azienda proprietaria del motore, abbia deciso di far rimuovere il proprio logo dalle schermate di avvio (chissà perché). Lo stile scelto è molto deciso, opta per un look in bianco e nero con qualche raro dettaglio colorato alla Sin City e una dose abbondante di filtri cinematografici.
La resa complessiva è davvero notevole, soprattutto se consideriamo il ristretto numero degli sviluppatori che vi hanno lavorato, ed è indubbiamente una delle migliori viste fra gli ultimi titoli di stampo indie. La modellazione poligonale, le texture e le luci tengono anche nelle inquadrature più ravvicinate, come quelle delle esecuzioni, uscendo a testa alta anche da un'analisi più minuziosa. Le animazioni d'altra parte sono buone e nonostante il genere preveda una telecamera piuttosto distante dall'azione, sono presenti anche delle espressioni facciali. Peccato che in realtà siano impiegate solo per rappresentare gli ultimi spasmi di terrore delle nostre vittime.
Il vero fiore all'occhiello restano gli effetti particellari e in particolare le esplosioni che, con il tacito aiuto delle PhysX Nvidia, scagliano i detriti in maniera estremamente credibile per un risultato davvero spettacolare. A tutto questo si aggiunge anche la già citata distruttibilità degli ambienti, che con la disgregazione di muri, porte e veicoli riesce a in parte a incidere sul gameplay stesso. Finiti gli elogi dobbiamo necessariamente parlare dei difetti, perché anche qui purtroppo ce n'è qualcuno. A parte qualche fastidioso ma trascurabile bug il problema principale da noi riscontrato è insito nella scarsa visibilità di alcuni livelli. Nello specifico è il sistema dei contrasti in bianco ad essere mal dosato, che a volte si traduce in una scena confusa e poco leggibile. La faccenda non è cosa da poco, perché in alcuni livelli abbiamo trovato grosse difficoltà nel gestire gli scontri, uno su tutti quello delle fogne, dove la nostra precisione andava a farsi benedire, dispersa nel buio insieme ai nostri nemici.

Hatred Hatred è un prodotto ludicamente debole: esclusa la sua volontà di scandalizzare, non riesce ad intrattenere pienamente neanche per la sua breve durata. Scendendo nel dettaglio ci si accorge subito che la grafica, da sola, non può fare da contraltare ad un gameplay lineare e ripetitivo e, nonostante qualche momento di vera sfida, il titolo si muove costantemente sul confine fra l'avanzamento meccanico e la noia integrale. C'è da dire inoltre che in termini di pura violenza abbiamo visto ben di peggio; eppure sembra proprio il frastuono mediatico che ha fatto seguito all'annuncio e poi alle varie “censure” (non ultima quella di Twitch, che ha vietato di mostrarlo al pubblico), l'unica causa del controverso successo del titolo firmato dai Destructive Creations. Le retoriche moraliste devono fare i conti con le ben più eloquenti cifre di mercato, che vedono il titolo posizionarsi in cima alle principali classifiche di vendita. L'obiettivo della produzione, insomma, può dirsi sostanzialmente raggiunto proprio per via delle reazioni di chi così aspramente l'ha osteggiata. E' un fatto curioso, che ci preme sottolineare prima di chiudere la nostra analisi. Per quanto ci riguarda vogliamo consigliare il titolo solo a chi apprezza la rappresentazione di una violenza esplicita e incensurata, e magari a qualche curioso, avvisando entrambe le categorie che difficilmente resteranno esaltati dal gioco e dalle sue trite dinamiche. Hatred è un prodotto che va preso per quel che è: un piccolo sfogo videoludico con un prezzo ridotto. Proporzionato, quindi, alle sue ambizioni.

5

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