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Recensione Headlander

Sviluppato da Double Fine, Headlander è un action a scorrimento bidimensionale con una riconoscibile impostazione da Metroidvania.

Versione analizzata: Playstation 4
recensione Headlander
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Sviluppato da Double Fine per conto del publisher Adult Swim Games, Headlander è un action a scorrimento bidimensionale con una riconoscibile impostazione da metroidvania. Intriso dell'ironia schietta e divertita che spesso caratterizza le produzioni del team di sviluppo, il gioco risalta in primis per l'ambientazione, esempio perfetto di quello che viene definito "retrofuturo": ovvero, un futuro da science-ficton, ma come se lo immaginavano nei lisergici anni '70. Architetture spigolose, colori acidissimi, corridoi asettici e laser sgargianti ci aspettano quindi in quest'avventura tutto sommato piacevole, funestata in parte da una progressione troppo meccanica e da un backtracking a tratti monotono. Se siete appassionati del genere, comunque, non temete: Headlander ha tutte le carte in regola per tenervi impegnati una decina di ore, intenti prendervi cura di un protagonista con tanto cervello, ma senza un corpo tutto suo.

È tutto nella testa!

Il protagonista di Headlander si sveglia di soprassalto in un futuro di cui non ricorda nulla, uscito da un sonno criogenico che gli ha annebbiato la memoria. Il primo istinto sarebbe quello di urlare, ma dalla bocca aperta in una smorfia di terrore non esce alcun suono: del resto -gli spiega una rassicurante voce robotica- il nostro eroe non ha più i polmoni. Avete presente le ormai celebri teste che spuntavano in ogni dove nel meraviglioso Futurama? Più o meno una cosa del genere, solo che il caschetto protettivo che circonda il nostro capoccione ha un sistema di propulsori per svolazzare liberamente in giro. E sarà bene usarlo in fretta, ci informa la voce misteriosa, dal momento che la base spaziale su cui ci troviamo sta per esplodere. La nuova, surreale avventura di Double Fine comincia così, accogliendo l'utente con una sceneggiatura molto divertita (alcune soluzioni narrative ci hanno ricordato quelle di The Cave) ed un look da fantascienza "retrò".
Gli enormi elaboratori sempre in funzione, gli schermi a tubo catodico e i robot dinoccolati sembrano usciti dalla prima serie di Star Trek o da qualche misconosciuto film di fantascienza concepito prima della rivoluzione di George Lucas. La grafica di gioco molto spartana si sposa in maniera tutto sommato efficace con questo stile da sci-fi a basso budget che Headlander rivendica orgogliosamente, assieme a quella vena d'ironia e di nonsense che i fan dello studio di sviluppo hanno imparato a conoscere. Purtroppo, sulla lunga distanza entrambi questi elementi finiscono per risultare troppo spuntati.
Da una parte il riciclo esagerato di ambienti, nemici ed elementi grafici rende l'esplorazione un po' monocorde, dall'altra la trama risulta banalotta e raccontata con poca convinzione. Headlander ci porta in un mondo integralmente dominato da androidi, che vivono sotto il controllo dell'intelligenza artificiale Matusalemme. L'obiettivo del gruppo dissidente che ha risvegliato il protagonista sarebbe quello di ripopolare le colonie lunari con esseri umani in carne e ossa, e la testa del nostro eroe sembra un buon punto di partenza. Purtroppo il racconto si fa quasi subito in disparte, e la sceneggiatura riserva poche sorprese ed un finale senza mordente. Per quel che riguarda il gameplay, Headlander si presenta come un esponente abbastanza classico del genere, alternando enigmi ambientali, azione e sparatorie. Tutto ruota attorno alla possibilità di appropriarsi dei corpi delle guardie robotiche che pattugliano la nave. Letteralmente "atterrando" sul collo mozzato di un androide se ne prende immediatamente il controllo, ereditando anche la dotazione bellica del poveretto. I raggi laser permettono di aprire porte o liberare la strada da altri ostili: e basta un colpo preciso al collo per far saltare la testa di un nemico, casomai si decidesse di "cambiare ospite", magari nel caso avessimo maltrattato un po' troppo quello attuale. Nessun robot è però in grado di saltare: una scelta che sulle prime risulta spiazzante, ma che in verità si sposa in maniera molto efficace con la componente enigmistica di Headlander.

Il titolo Double Fine, insomma, rinuncia quasi integralmente alle fasi platform, prediligendo un avanzamento più compassato e -è proprio il caso di dirlo- cerebrale. A complicare l'esplorazione ci pensa infatti un sistema di livelli d'accesso suddiviso in diversi colori, che ci costringe a recuperare e preservare i droidi del colore necessario ad aprire determinate porte. Riuscire nell'impresa non è sempre una passeggiata: in qualche caso una strenua resistenza armata impone un approccio da shoot'em up, magari sfruttando delle coperture in un sistema che ricorda da vicino quello di Counterspy. C'è ovviamente un sistema di progressione, legato a quattro abilità da sbloccare durante l'avventura: aggiornando il software del nostro casco potremo ad esempio attivare un potente vortice d'aria capace di staccare certi elementi dello scenario, oppure guadagnare uno scudo con cui deflettere raggi e proiettili. L'uso di questi "poteri" è a volte molto ispirato, ma il backtracking non è ben dosato. Fin troppo spesso Headlander ci costringe ad andare avanti e indietro per una stazione spaziale composta da corridoi che sembrano tutti uguali.

In certi momenti viene davvero da pensare che il team sia ricorso a certe soluzioni soltanto per allungare il brodo, e spingere così la longevità della produzione più vicina possibile alle dieci ore. Un altro problema spiacevole è legato alla mappa, che indica chiaramente anche gli ingressi delle aree segrete, nuclearizzando il piacere della scoperta. Nelle stanze "nascoste" è possibile trovare nodi di energia con cui sbloccare nuove abilità, oppure power-up che incrementano la resistenza e la propulsione del casco. Recuperarli tutti è un compito sicuramente interessante (soprattutto perché sul finale dell'avventura ne troviamo alcuni protetti da enigmi ben concepiti), ma diventa purtroppo un'impresa portata avanti quasi meccanicamente, resa ancora meno partecipe per colpa del "lato oscuro del backtracking" di cui prima si diceva. Il sistema di sviluppo del casco, per altro, alterna abilità indispensabili ad altre che si utilizzano appena in un paio d'occasioni, risultando insomma efficace per metà. Con un po' più di studio e di attenzione, ma soprattutto con un level design più calcolato, Headlander avrebbe davvero potuto essere un esponente del genere più leggero e divertente. Così, invece, è costretto a cedere il passo di fronte al collega Song of the Deep. Il titolo Double Fine, del resto, inciampa anche sulle boss fight -poche e poco entusiasmanti- puntando insomma tutto sulla quantità, sulla componente enigmistica e su una progressione spiccatamente logica, capace per fortuna di esercitare un discreto fascino.

Headlander Headlander è un metroidvania onesto, con qualche soluzione persino coraggiosa: la rinuncia quasi integrale ad una componente platform, con l'intento di esaltare le fasi enigmistiche e le sparatorie, è una scelta interessante, che rende a suo modo unico e distintivo il gameplay del titolo Double Fine. Purtroppo il team di sviluppo fa qualche pasticcio con il backtracking, e per una ragione misteriosa decide di indicare sulla mappa la posizione di tutte le aree segrete, disinnescando quindi il piacere della scoperta (avete giocato Axiom Verge, vero?). L'avventura di Headlander, insomma, tende a farsi meccanica troppo presto, anche se per fortuna le nuove sezioni che si incontrano nell'avanzamento non risultano mai poco interessanti. Per farsi perdonare qualche leggerezza di troppo (come un'allucinata sezione legata alle figure degli scacchi) il titolo mette in campo anche uno stile efficace e piacevole, e qualche situazione pronta a strapparvi un sorriso.

7

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