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Homefront: The Revolution Recensione

Passata di mano in mano dopo il fallimento di THQ, l'IP di Homefront torna sul mercato con The Revolution, titolo che ci riporta in un'America collassata e in ginocchio, ormai soggiogata dalle forze militari della Corea...

Homefront: The Revolution

Videorecensione
Homefront: The Revolution
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Passata di mano in mano dopo il fallimento di THQ, l'IP di Homefront torna sul mercato con The Revolution, titolo che ci riporta in un'America collassata e in ginocchio, ormai soggiogata dalle forze militari della Corea. Pubblicato da Koch Media, il prodotto evidenzia però gravi problemi, gli stessi che spesso affliggono i giochi dallo sviluppo travagliato. "Strappato" dalle mani di Crytek ed affidato al neonato Dambuster Studio, Homefront: The Revolution esce innanzitutto "fuori tempo massimo", in un periodo in cui quasi tutte le buon idee che avrebbero potuto tenerlo in piedi qualche anno fa risultano ormai scadute. Il gioco manca anche di coesione, proponendo un'esperienza molto frammentata, troppo breve e funestata da qualche magagna tecnica di troppo. In controluce si intravede qualche guizzo, e la presenza di una modalità cooperativa riesce a fare da completamento per la sbrigativa campagna principale; eppure, in barba al sottotitolo ed alle tematiche di cui tratta, questo nuovo Homefront è un prodotto tutt'altro che rivoluzionario.

A morte la Apex

Il setting di Homefront: The Revolution ha davvero poco a che fare con quello del precedente capitolo della saga, uscito ben cinque anni fa e scritto in collaborazione con John Milius, uno dei grandi sceneggiatori di Hollywood. Al complesso intreccio di fantapolitica che faceva da sfondo all'occupazione coreana degli Stati Uniti, si sostituisce un contesto molto più banale, in cui l'invasione militare è stata resa possibile grazie alle macchinazioni della Apex, azienda che ha fornito armi e tecnologie agli USA per oltre un ventennio. Approfittando di un periodo di crisi finanziaria, la società coreana ha spento tutti i chip delle apparecchiature, nuclearizzando in un sol colpo la potenza militare e produttiva dell'America, e favorendo quindi l'avanzata del KPA (Korean People's Army).Il background narrativo di questo The Revolution è insomma molto meno affascinante di quello del vecchio capitolo; ma soprattutto è abbastanza confuso. Dopo l'introduzione filmata la Apex sparisce del tutto, e veniamo trascinati di forza a Philadelphia, nei panni di un membro della resistenza nata e cresciuta all'ombra dell'oppressione. Ci viene raccontato qualche antefatto, presentato qualche personaggio, ed in men che non si dica siamo arruolati nell'esercito di liberazione. Purtroppo la sceneggiatura cruda e violenta del primo Homefront, che non si faceva scrupoli a raccontare di fucilazioni pubbliche e fosse comuni, viene sostituita da una trama insipida e incoerente. La scelta di metterci nei panni di un protagonista muto non funziona più, e ci si sente quasi trascinati dagli eventi: pedine invece che protagonisti. Circondati da personaggi terribilmente negativi, che incarnano solo il lato cieco e rabbioso della rivoluzione, invece che rappresentare l'idea di una patriottica rivalsa, si finisce trascinati in una serie di attacchi feroci e insensati, guidati dalla foga invece che dalla strategia. Il racconto, mai trascinante, resta uno dei punti più deboli del prodotto, sfociando in una conclusione insipida e a tratti persino risibile, che rimanda ancora una volta la liberazione dell'America, raccontando soltanto la misera sollevazione di una città.A livello ludico, Homefront: The Revolution si presenta come uno sparatutto dal feeling un po' antiquato, che tenta di vivacizzare la progressione abbracciando una deriva da sandbox. È difficile però annoverare la produzione Dambuster Studio nella categoria dei free-roaming, perché il mondo di gioco non è un unico spazio esplorabile liberamente, bensì un insieme di ambientazioni dall'estensione abbastanza ridotta. É vero che l'avanzamento non è lineare, e che fra una missione e l'altra è possibile dedicarsi a diverse attività secondarie, ma non sperate di ritrovare la stessa vastità degli ultimi Far Cry, perché le Zone Rosse si estendono di fatto per poche centinaia di metri. Anche se è possibile salire in sella ad una moto per spostarsi più rapidamente (combattendo con un modello di guida un po' bizzoso e con la tendenza del mezzo ad incastrarsi negli angoli più improbabili), muoversi a piedi è una soluzione più che valida, proprio perché le scampagnate non dureranno che qualche manciata di secondi.L'avanzamento nell'avventura è scandito dal passaggio fra aree fortemente militarizzate, in cui i soldati del KPA ci spareranno a vista, ed altre Zone Gialle in cui bisogna invece tenere un basso profilo, nascondere le armi e fomentare non visti la rivolta. In entrambi i casi, oltre a seguire le missioni principali, è possibile dedicarsi alla liberazione di diversi avamposti, certe volte eliminando tutti i nemici che li pattugliano, certe volte invece esplorando l'area alla ricerca di generatori da riattivare, antenne da manomettere, ingressi segreti da scovare dopo una sessione di arrampicata. Si tratta in verità di un lavoro molto meccanico e ripetitivo, tanto che nelle fasi finali dell'avventura finiremo per lasciare i territori in mano agli invasori.In certi momenti il gioco ci costringe comunque a compiere questi incarichi secondari di sabotaggio, per risvegliare le coscienze e avviare una rivoluzione nel quartiere in cui ci troviamo. Si tratta di una trovata non proprio onestissima per allungare la longevità, ma che solo parzialmente serve allo scopo. Senza troppa fatica, infatti, Homefront: The Revolution può essere portato a termine in poco più di otto ore, dimostrandosi ben al di sotto degli standard odierni, ed anche in questo caso fermo su valori di qualche anno fa.

Strutturalmente parlando, insomma, il titolo non riesce a soddisfare: è una sorta di open-world frammentato, a compartimenti stagni, pieno di missioni secondarie tutte uguali e con un level design generalmente piatto e monocorde. Se le cose migliorano quando si entra nel vivo dell'azione, è soprattutto grazie al sistema di personalizzazione delle armi. In fatto di gunplay, del resto, Homefront: The Revolution si presenta non troppo in forma, con un feeling abbastanza ingessato In certi momenti -soprattutto con le armi a colpo singolo- sembra di dover "fare a pugni" con la mira di precisione, ma anche con il rinculo un po' scattoso delle armi e con i movimenti poco reattivi del nostro soldato. Non crediamo che tutti gli sparatutto debbano scegliere la via di un gameplay ipercinetico come quello di Call of Duty, ma questo Homefront è troppo grezzo e poco rifinito. Dalle animazioni di ricarica a quelle relative all'interazione con l'ambiente di gioco, tutto trasmette una certa "ruvidità", a cui si deve giocoforza fare l'abitudine. Per fortuna, si diceva, il sistema di personalizzazione dell'armamentario garantisce un po' di varietà. Oltre all'arma principale e a quella secondaria, avremo a disposizione diversi gadget con cui sarà possibile uscire dalle situazioni più complesse. C'è ad esempio un dispositivo di hacking con cui è possibile prendere possesso dei droni da combattimento e dei veicoli nemici controllati da un'Intelligenza Artificiale. Oppure una molotov con cui far fuori folti gruppi di avversari, erigendo al contempo una barriera di fuoco per prevenire l'avanzamento di altri soldati. Chiudono la dotazione un potente esplosivo ed un diversivo in grado di attirare per qualche secondo l'attenzione di tutti i nemici nell'area. L'aiuto di questi gadget risulterà prezioso soprattutto nelle fasi avanzate dell'avventura, e per questo sarà indispensabile raccogliere in giro per la mappa materiali con cui costruire nuove scorte. Rovistare tra i corpi degli avversari uccisi servirà anche per recuperare munizioni, visto che quelle in dotazione non saranno molte. Tutti i gadget citati potranno anche essere personalizzati, in modo da modificarne leggermente il funzionamento. Gli esplosivi potranno quindi trasformarsi in mine ad innesco automatico, oppure in auto radiocomandate da guidare fino al punto di detonazione. Questo sistema di personalizzazione è esteso anche alle armi, e rappresenta uno degli elementi più riusciti della produzione. In ogni momento sarà possibile aggiungere accessori ed installare modifiche sull'arma che avremo selezionato, trasformandola completamente. In certi casi ci limiteremo a sostituire i mirini o installare dei freni di volata, ma potremo anche cambiare completamente il comportamento delle nostre bocche da fuoco. Installando un'ottica di precisione ed un silenziatore su un fucile a colpo singolo, ad esempio, avremo a disposizione un letale cecchino per approcci stealth, mentre un modulo lanciagranate montato su un fucile a pompa aumenterà notevolmente la potenza d'impatto e ci permetterà di abbattere persino veicoli corazzati.

Al netto delle problematiche di cui dicevamo sopra, questa impostazione è in grado di rendere la progressione meno monocorde, per chi ha voglia di sperimentare e divertirsi coi nuovi giocattoli acquistati nelle armerie. C'è da dire che il sistema di acquisto dei moduli aggiuntivi non è proprio bilanciatissimo, e che dopo poche ore di gioco avremo già completato la nostra dotazione. E bisogna anche ammettere che, volendo, grazie all'intelligenza artificiale abbastanza sempliciotta, sarà possibile terminare il gioco usando solo una mitragliatrice e qualche modulo per l'hackeraggio di veicoli nemici. La depenalizzazione del game over, che ci fa perdere soltanto gli oggetti preziosi e ci riporta al covo più vicino, rende l'avanzamento meno teso di quanto avrebbe potuto essere, smussando per altro la sensazione di apprensione che sarebbe stato bello provare, vestendo i panni di un rivoltoso costretto ad arrangiarsi con armi e mezzi di fortuna. Complessivamente, insomma, Homefront: The Revolution resta uno sparatutto appena sufficiente, tenuto in piedi dal sistema di personalizzazione delle armi, dalla presenza di una timida componente esplorativa, e da qualche missione più ispirata. Paradossalmente è proprio quando il titolo abbandona le velleità da Free Roaming che il racconto e la progressione si fanno più interessanti, dimostrando che con una regia più attenta e ponderata il secondo Homefront avrebbe potuto ottenere risultati migliori.

Guerriglia in Co-Op

Oltre alla campagna principale, in The Revolution troviamo una modalità cooperativa per quattro giocatori. Si tratta, in pratica, di una decina di missioni che potremo giocare online, selezionando tre diversi livelli di difficoltà. Gli incarichi sono ambientati in zone un po' più circoscritte rispetto a quelle dell'avventura, ma le mappe restano comunque molto ampie, perlomeno sufficienti a scacciare la linearità.

Gli obiettivi potranno quindi essere affrontati con un discreto grado di libertà. Nel momento in cui dovremo attaccare un'installazione nemica, ad esempio, potremo decidere se farlo frontalmente oppure di soppiatto, infilandosi nei tunnel che corrono sotto le strade della città per sbucare direttamente dentro l'avamposto, nel tentativo di cogliere alla sprovvista le forze avversarie. Ovviamente anche il comparto co-op eredità dal single player il sistema di personalizzazione delle armi e dei gadget. Giocare in quattro è divertente, e la varietà garantita dalle mappe più aperte riesce finalmente ad assumere un senso. È un peccato quindi che i contenuti di questa modalità siano davvero pochi. Per fortuna c'è un sistema di progressione del personaggio, che prevede la possibilità di sbloccare nuove armi, gadget e abilità. Mentre gli Skill Point si guadagnano accumulando esperienza, e permettono di specializzare il nostro ribelle in uno dei quattro rami disponibili (migliorandone la resistenza, le capacità di crafting o le doti di "scavenger"), armi e consumabili si trovano all'interno di appositi pacchetti di carte, un po' come succede nella modalità Warzones di Halo 5: Guardians. Il team di sviluppo promette in ogni caso che la modalità co-op verrà supportata con nuovi contenuti per almeno sei mesi. Noi, per il momento, ci limitiamo a riportare questa intenzione, attestando che l'offerta iniziale non è proprio straripante.

I resti di Philadelphia

Transitato per qualche anno negli studi di Crytek UK, il nuovo Homefront è stato ovviamente sviluppato con il CryEngine. Il motore offre strumenti molto dinamici, ma non è certo facilissimo da ottimizzare. Gli ambienti sono quindi discretamente vari e ottimamente costruiti, ed altrettanto interessante è l'atmosfera complessiva. La palette cromatica scelta, con toni che variano dal grigio all'ocra, offre un'interpretazione interessante dello stato di oppressione e sconforto che grava sulla città. La versione PC del gioco, tuttavia, si mostra un po' spoglia, con qualche problema relativo al caricamento delle texture e scheletri poligonali generalmente semplici. Altrettanto spogli sono i modelli dei personaggi e dei nemici, e bisogna registrare anche un massiccio riutilizzo di asset grafici.

Quello che più sorprende, tuttavia, è l'estrema instabilità del codice: il framerate cala drasticamente in molte situazioni, e soprattutto nelle scene in notturna scende attorno a valori preoccupanti (18-25 fps). Si registrano fenomeni di stuttering ed una serie di scatti legati al caricamento di indicatori o file audio che commentano lo stato di avanzamento della missione. Ci sono problemi di compenetrazione, animazioni di arrampicata che spariscono, reazioni fisiche improbabili quando si scende dalla moto. L'interfaccia e la mappa non sono troppo rapide da consultare, e insomma Homefront si porta dietro una serie di problemi difficili da giustificare, se rapportati con l'estensione delle mappe di gioco e con la qualità complessiva delle texture e degli effetti speciali. Il commento sonoro è raramente coinvolgente, ma anzi molto dimesso, mentre il doppiaggio italiano è sufficientemente espressivo, nonostante se ne infischi del lip-sinch.

Homefront: The Revolution Sono pochi, ad oggi, i motivi per preferire Homefront: The Revolution ai colleghi che già si trovano sul mercato. Chi cerca uno sparatutto open world può rivolgere lo sguardo ai due Far Cry che hanno preceduto il più recente Primal, mentre chi predilige uno sviluppo più narrativo ha un ventaglio smisurato di possibilità (vista l'ambientazione distopica, diremmo che i due Metro potrebbero essere una buona scelta). Il titolo firmato Dambuster Studio, purtroppo, non eccelle in nessun campo, portandosi dietro le ferite di uno sviluppo travagliato. Il gameplay è troppo ruvido, l'intelligenza artificiale davvero semplicistica, l'avventura rischia di essere molto corta, a meno che non ci si dedichi meccanicamente ad una serie di incarichi secondari non sempre ispirati. Ma la colpa più grande di questo Homefront è aver banalizzato e imbarbarito il contesto narrativo, presentandoci ambientazioni e personaggi molto meno affascinati rispetto a quelli del (brevissimo) capitolo sceneggiato da Milius. Se non fosse per la presenza di una modalità cooperativa interessante, di atmosfere suggestive e di un sistema di personalizzazione di armi e gadget che vivacizza l'avventura, il titolo sarebbe sceso sotto la soglia della sufficienza. Per fortuna il team di sviluppo si salva, consegnando, per lo meno agli amanti del genere, un prodotto non certo brillante ma neppure disastroso.

6.5

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