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Recensione How to Survive: Third Person

Nata dalle insistenti richieste da parte della community, questa rivisitazione in terza persona del titolo uscito nel 2013 permette di affrontare l'avventura da una nuova prospettiva.

Versione analizzata: PC
recensione How to Survive: Third Person
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
Lorenzo Morlunghi Lorenzo Morlunghi gioca ormai da oltre 20 anni a quasi tutto e adora parlare di videogiochi e farci video sopra, soprattutto per ridere. Nel tempo libero guarda anche film e legge qualche fumetto, ascoltando per lo più musica elettronica. Lo trovate su Facebook.

Nato dalle insistenti richieste da parte della community, How to Survive: Third Person è una rivisitazione in terza persona dell'originale capitolo risalente al 2013, un survival tutto zombie e isole tropicali che, grazie all'ampio spazio lasciato al crafting ed alla gestione delle risorse, seppe incuriosire gli appassionati del genere e persino qualche giocatore occasionale. Abbiamo quindi rispolverato i manuali di sopravvivenza del vecchio Kovac cercando di verificare non solo quanto la nuova telecamera possa aver giovato al titolo, ma anche quanto la putrida carne degli zombie si sia mantenuta bene a distanza di due anni, tentando nel frattempo di non finire divorati dai morsi della fame.

Una drammatica esperienza primordiale

How to Survive: Third Person comincia esattamente come l'originale: con una spiaggia e un risveglio traumatico. Mentre le domande imperversano nella nostra mente, qualcuno che ha bisogno del nostro aiuto attira la nostra attenzione. È un uomo in fin di vita, che in qualche modo riusciamo a salvare: ci indirizza verso l'entroterra, alla ricerca di qualcuno che possa dirci che cosa fare per sopravvivere. Le prime indicazioni non tardano ad arrivare. Lungo il tragitto troviamo una serie di manuali di sopravvivenza scritti da un tale Kovac, che ci invita a far attenzione non solo agli zombie, ma a tutta una serie di minacce che si annidano in queste isole. Combattere, curarci, mangiare: queste saranno le necessità primarie sull'arcipelago. In giro troviamo comunque un buon quantitativo di materiali di fortuna, ed è così che recuperiamo la nostra prima arma. Un bastone di legno sotto i cui colpi cadono, uno dopo l'altro, i lenti morti viventi che già hanno posto fine all'avventura tropicale di altri sventurati giocatori: persone di cui rimangono soltanto delle lapidi, come monito perpetuo dei pericoli nascosti tra la fitta vegetazione. Bastano comunque pochi minuti nell'entroterra per far peggiorare progressivamente la situazione, ma in un modo decisamente poco positivo per il bilancio complessivo del titolo. Gli zombie sono disposti casualmente per la mappa e per poter proseguire è necessario ucciderli tutti se non si vuole finire divorati, ma il combat system diventa estremamente monotono fin da subito, tradendo la propria origine isometrica. Se, infatti, la presenza dei soli attacchi leggero/pesante può essere funzionale con una visuale che dia un vantaggio strategico al giocatore, la telecamera ravvicinata costringe a indietreggiare perennemente (fino a trovarsi spalle al muro) nel tentativo di eliminare i nemici uno alla volta. Molto spesso poi tale strategia diventa inefficace nelle sezioni "orda", in cui i mostri arrivano da tutte le direzioni, con la conseguenza di dover riprovare più e più volte le stesse aree ripercorrendo anche lunghe sequenze (tenendo presente che è disponibile solo un salvataggio automatico). La situazione sembra migliorare nel momento in cui entriamo in possesso delle rudimentali armi da fuoco, ma il sistema di mira (nonostante le patch) è estremamente impreciso e mal si concilia con il caos che spesso imperversa. Curioso anche il calcolo della traiettoria delle bombe, che le fa atterrare a diversi metri rispetto a dove si osserva, un sistema che forse doveva trasmettere la difficoltà del lancio, ma che può essere facilmente aggirato mirando semplicemente di conseguenza. Le difficoltà legate al combattimento si ripercuotono sulla produzione in misura ancora maggiore se consideriamo il continuo bisogno di esplorare le isole da cima a fondo, con l'effettiva impossibilità di ripulire un'area, visto che il respawn avviene rapidamente una volta lasciata la zona appena terminata. A tal proposito segnaliamo una campagna principale davvero lineare e mal organizzata, che costringe il giocatore a un tedioso backtracking "arricchito" dalla mera presenza di nuove creature da affrontare.

Per i più coraggiosi, alcune scimmie parlanti vi affideranno dei compiti secondari ricompensandovi con oggetti più o meno preziosi, ma molto spesso la sopravvivenza sarà talmente complicata da farvi desistere dall'accettare tali mansioni. Per tutta l'avventura, infatti, il problema principale sarà quello di rimanere in vita sopravvivendo ai bisogni fisiologici del vostro personaggio, che rappresenteranno un continuo freno alle vostre pianificazioni per raggiungere l'obiettivo successivo. Il cibo è scarso e, a meno che non siate dei cacciatori provetti, la raccolta di piante sarà il modo più semplice per acquietare i morsi della fame, con l'unica pecca che spesso saranno in zone particolarmente popolate e che metteranno ulteriormente a rischio la vostra vita. Anche sul fronte della sete le cose non saranno semplici e dovrete approfittare dei rari pozzi a disposizione per riempire le vostre bottiglie e garantirvi una buona scorta per evitare la disidratazione. Il sonno sarà forse il vostro problema più grande, in quanto potrete (giustamente) riposarvi solo in alcuni bunker, ma a patto che prima li abbiate liberati dall'orda di nemici che arriverà una volta fatto scattare l'allarme alla loro apertura. Sono questi forse i momenti più difficili del titolo, dai quali non è possibile difendersi senza un'adeguata preparazione tattica e di approvvigionamenti. In questo, How to Survive: Third Person riesce benissimo a mettere in difficoltà il giocatore nelle scelte da prendere, ponendolo in una situazione angosciante in cui è necessario provvedere alla propria persona, ma allo stesso tempo si devono prendere dei rischi a causa degli innumerevoli pericoli della zona. Oltre alla non troppo vasta gamma di zombie che progressivamente incontreremo (esplosivi, veloci e giganti), anche la fauna locale ci tormenterà in vari modi, sia con animali naturalmente pericolosi (coccodrilli, orsi e piranha) sia con versioni mostruose di cervi e struzzi. Uno scenario grottesco che lascia trapelare un'interpretazione goliardica dell'apocalisse zombie e che, almeno in parte, mitiga parzialmente con questa inattesa "vis comica" i molteplici errori di cui il titolo si fa carico. Divertirsi con How to Survive: Third Person non è infatti semplice, a meno che non siate dei fan sfegatati del genere survival, perché, nonostante sia infinitamente più accessibile rispetto a titoli come Dayz, è e rimane un gioco in cui l'azione è costantemente interrotta dai vari bisogni fisiologici sopracitati. Come se non bastasse, alla continua esplorazione per le provviste si aggiungerà quella per recuperare i materiali funzionali alla creazioni di nuovi oggetti (previo raccoglimento del relativo progetto), che rappresenta l'altro grande aspetto del prodotto. Sia che vi servano armi, sia che vogliate proteggervi con armature, il crafting potrà regalarvi delle belle soddisfazioni, lasciandovi abbastanza liberi e permettendovi di personalizzare, spesso in modo eccentrico e raffazzonato, il vostro personaggio. Quest'ultimo potrà essere selezionato su una scelta complessiva di quattro classi, ma al di là di alcune differenze riguardo le statistiche di base e le abilità non ci è sembrato che il gameplay cambiasse radicalmente. Per coloro che si sentiranno particolarmente preparati, questa edizione offre inoltre due modalità aggiuntive disponibili fin dall'inizio. La Modalità Sfida costringerà i giocatori a cavarsela in situazioni strutturate in cui attraversare l'isola in condizioni disperate e cercando allo stesso tempo di riuscire a trovare una via di fuga. La Modalità Sopravvivenza invece ci renderà partecipi dell'esperienza survival definitiva, fiondandoci in un'area in cui, semplicemente, resistere il più possibile senza diventare il nuovo spuntino dei morti viventi, ma con l'aggiunta della morte permanente. Segnaliamo infine anche l'assenza della modalità co-op, presente nel capitolo originale e misteriosamente rimossa da questa incarnazione in terza persona: un fattore che non puoi che lasciarci delusi visto l'inevitabile divertimento che scaturisce da questi titoli se provati in compagnia di un amico.

Il duro rapporto col passato

Tirando un bilancio generale potrà sembrare che i contenuti e il gameplay di How to Survive: Third Person siano sufficientemente adeguati ai nostri tempi, nonostante qualche errore qua e là dovuto alla natura intrinsecamente indie del progetto, ma il risultato complessivo sfigura eccessivamente rispetto al capitolo del 2013.

Partendo dagli aspetti strettamente tecnici, il gioco non ha subito praticamente alcun tipo di restauro, con la conseguenza di una grafica studiata per funzionare sulla distanza e in visuale isometrica che, di fronte ai piani più ravvicinati della terza persona, non trova alcuna giustificazione. Texture piatte, illuminazione assente, depth of field impreciso, un sistema particellare che ricorda gli albori dell'era 3D e una geometria generale eccessivamente sottotono. Il colpo d'occhio complessivo ne esce massacrato, con scenari scarni e poco dettagliati nei quali è necessario ignorare del tutto il lato estetico per lasciarsi coinvolgere dalla frenesia delle sequenze d'azione. Anche le animazioni tradiscono la propria origine isometrica, con una semplicità dei movimenti e una ripetitività che non mancherà di stancarvi già dopo una mezz'ora e che, grazie alla telecamera ravvicinata, rende il gameplay ancora più monotono. Nulla di buono nemmeno sul fronte audio, con poche musiche ripetute nelle situazioni di pericolo e una generale assenza di suoni che possano in qualche modo aiutarci a capire quello sta succedendo attorno a noi. In altre parole, possiamo dire senza mezzi termini che l'unico lavoro operato dal team sia stato quello di spostare la telecamera alle spalle del personaggio, tramutando quelli che prima erano difetti in qualche modo trascurabili in errori vistosi sui quali è impossibile chiudere un occhio. Di ciò non risente solo l'impatto visivo, ma il divertimento generale che questo titolo è in grado di offrire, che, a causa del completo stravolgimento delle dinamiche dovuto alla terza persona, compromette l'intera esperienza. Interessante anche il fatto che, nonostante la novità, questo titolo sia proposto su Steam a un prezzo inferiore rispetto a quanto costi ancora il capitolo originale, segno che forse anche il team di sviluppo è consapevole del valore non proprio esaltante del suo nuovo nato.

How to Survive Third Person Non basta spostare una telecamera per ottenere un gioco nuovo. Ma soprattutto, non è possibile farlo nella speranza che la qualità generale del titolo non ne risenta. How to Survive: Third Person è un prodotto mediocre, che sfigura eccessivamente rispetto al capitolo originale e che difficilmente potrà trovare il consenso dei giocatori, anche laddove via sia una particolare propensione ai titoli survival o a tema zombie. Il gameplay risente in maniera eccessiva di questo spostamento della telecamera e il divertimento ne soffre di conseguenza fin dalle prime battute. Solo il curioso sistema di crafting potrà spronarvi, isola dopo isola, alla ricerca dello strumento più pazzo da creare e utilizzare, ma anche in quel caso sarà necessaria una dedizione ben superiore alla media. A tutto questo si aggiungono la dubbia realizzazione tecnica e la clamorosa assenza della co-op, che forse avrebbe potuto da sola salvare il prodotto dalla mediocrità alla quale è stato condannato. Consigliato solo a chi sia rimasto estremamente incantato dal vecchio capitolo e che non possa proprio fare a meno, in questa torrida estate, di uno zombie survival che metta a dura prova anche i superstiti più preparati. Per tutti gli altri appassionati, l’originale rimane ancora un prodotto divertente e consigliato, l’unico che tuttora renda giustizia al discreto lavoro operato da 505 Games nel “lontano” 2013.

5

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