Recensione Inside

Dagli autori di LIMBO arriva Inside, un platform/puzzle dalle tinte cupe e oscure che mette il giocatore nei panni di un bambino solo e abbandonato...

Versione analizzata: Xbox One
recensione Inside
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Andrea Dresseno Andrea Dresseno ha iniziato a giocare alle elementari, prima a scrocco, poi si è reso autonomo. Scrive di videogiochi da quasi vent'anni, ma nel mezzo ci sono state alcune pause di riflessione: durante una di queste ha dato vita all'Archivio Videoludico, per cui ora si dedica anche alla conservazione del medium. Si dice sia nintendaro, ma non esistono prove. Lo trovate su Facebook.

"Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere", diceva il filosofo austriaco Ludwig Wittengstein. Sebbene l'espressione abbia un significato decisamente complesso - niente filosofia, promesso - è la prima cosa che ci è venuta in mente durante i titoli di coda di Inside. Questa recensione non avremmo voluto scriverla perché parlare di Inside è quasi impossibile, o meglio, superfluo. L'articolo dovrebbe iniziare da Limbo, opera prima dei danesi di Playdead. L'osannato Limbo. Un titolo criptico, affascinante, forse uno dei più validi rappresentanti della scena indie dell'ultimo decennio. Direzione artistica impeccabile, riferimenti estetici all'espressionismo, narrazione ambientale, minimalismo. Playdead dimostra di voler continuare su questa strada, optando per una coerenza autoriale che in Inside risulta evidente sin dal primo istante. Quando il giocatore viene gettato, senza alcun preambolo, in un bosco (quasi) in bianco e nero. Nei panni di un bambino che altro non può fare se non procedere verso destra. Siamo nuovamente di fronte a un platform-puzzle. Playdead non si smentisce e recupera in tutto e per tutto l'atmosfera del suo primo titolo. Basta poco per rendersi conto che è solo apparenza, che Inside è ben altro. Limbo esce di scena.

Il mondo che ci circonda

Inside stupisce perché eleva all'ennesima potenza il concetto di narrazione ambientale. Non c'è alcuna parola, alcun testo, alcun tutorial, durante l'intera avventura. A dire il vero, non c'è nemmeno una storia. Inside non racconta una storia, dipinge un universo. Per certi versi, ricorda Half-Life 2. Gordon Freeman non è mai stato il protagonista di Half-Life; è sempre stato un personaggio, una pedina posta di fronte ad eventi più grandi di lui, indipendenti dalla sua volontà. Il mondo di Half-Life vive e narra al di là del giocatore, si racconta attraverso dettagli che sembrano marginali ma non lo sono. Gli oggetti abbandonati sulle strade parlano di fughe improvvise, gli appartamenti vuoti di assedi e deportazioni. Siamo certi che vi imbatterete in tantissimi thread che tentano di interpretare la trama di Inside. Lasciate stare, non provateci nemmeno. Cercate di assaporare il contesto, di immaginarlo dai dettagli, di lasciarvi rapire da una progressione che, soprattutto nelle fasi finali, rasenta il surreale (chi ha detto Cronenberg?).

Fusioni perfette

Inside ci parla di un mondo distopico. Probabilmente di un regime che controlla ogni cosa. Il bambino è in fuga, deve fare attenzione a non essere catturato. A occhio e croce, la differenza di classe è marcata. Pare che alcuni individui siano stati fatti prigionieri, che si comportino come zombie privi d'umanità. Pare infine che la tecnologia di questo mondo sia molto più evoluta della nostra. Forse siamo nel futuro? Supposizioni. Quel che emerge, e che più conta, è ciò che il gioco riesce a trasmettere tramite la messa in scena: degrado, angoscia, spersonalizzazione. C'è un momento straordinario in cui narrazione e gameplay si mescolano: il bambino, per non essere catturato, deve fingere di essere "lobotomizzato" come gli altri. Il giocatore è costretto a muoversi meccanicamente, a imitare le mosse altrui, mentre viene osservato da una folla di curiosi. Esseri umani o cavie da laboratorio?

In equilibrio

La direzione artistica si piega all'universo malsano e asettico di Inside. Nessun campo lungo è lasciato al caso, ogni raggio di luce contribuisce a creare tensione emotiva. La palette di colori, ridotta all'osso, si adegua al contesto. Alcuni scorci sono meravigliosi. Ci saranno pure voluti sei anni per realizzare Inside, ma il risultato è perfetto. Forma al servizio del contenuto, contenuto in sintonia con la forma. Il trial and error tanto caro a Playdead torna, ma con moderazione.

Dovessimo definire con un aggettivo il gameplay di Inside? Equilibrato, senza dubbio. Gli enigmi si inseriscono alla perfezione nel percorso di scoperta del giocatore, che è chiamato a sperimentare con lo spazio per conoscere a fondo il mondo che lo circonda. Accade anche in altri titoli, ma in Inside il tutto viene gestito con una fluidità e una naturalezza incredibili. Gli enigmi sono sempre coerenti col contesto, intelligenti ma mai astrusi. Non accade nulla che il giocatore non sia pronto ad affrontare. Al termine del viaggio ci si ritrova stupiti e spiazzati, confusi e increduli. Un capolavoro.

Inside Playdead supera se stessa e realizza un titolo perfetto. Impeccabile nella sua fusione coerente di narrazione, gameplay e direzione artistica. Equilibrato e fluido nella sua progressione per enigmi. Ma soprattutto, sorprendente. Inside riesce a evocare un contesto e un universo narrativo senza utilizzare parola alcuna, affidandosi interamente allo spazio e alla relazione tra giocatore e scenario. Non racconta una storia, dipinge un mondo. Potreste cercare di interpretarlo, ma sarebbe vano, o meglio, non necessario. Il fascino di Inside sta in quel che suggerisce, nelle modalità con cui lo suggerisce. Il concetto di trama diventa in un attimo obsoleto. Playdead non ha solo fatto centro, ha realizzato un titolo maturo e complesso, probabilmente destinato a fare scuola. Un'opera che è contemporaneamente tappa evolutiva e di rottura. Inside ci ricorda, una volta di più, perché amiamo i videogiochi.

9.5

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