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Recensione Jazz Trump's Journey

Avete mai provato a saltare di piattaforma in piattaforma a ritmo jazz?

Versione analizzata: Playstation Vita
recensione Jazz Trump's Journey
Articolo a cura di
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  • iPhone
  • iPad
  • PSVita
Lorenzo Lorenzo "Kobe" Fazio ama il basket, o per meglio dire i Los Angeles Lakers, l’Hip Hop e il teatro. Dopo aver rincorso la carriera del finto regista, dal 2007 si spaccia anche per finto esperto di videogiochi scrivendo su Everyeye.it. Lo appassionano le belle storie e gli stili visivi ricercati. Cercatelo su Twitter e su Google Plus.

Difficilmente si sarebbe potuto immaginare che, un giorno, la vita di Louis Armstrong sarebbe stata usata come fonte d’ispirazione per un videogioco. Certo, qualcuno avrebbe potuto scommettere su un’improbabile “Guitar Hero Armstrong”, con tanto di periferica a forma di tromba, ma in questo caso stiamo parlando di un platform bidimensionale.
Jazz Trump's Journey, pur non citando direttamente il famoso trombettista, è (casualmente) ambientato nella New Orleans degli Anni 20 e ha come protagonista il giovane Trump: un musicista squattrinato che vuole a tutti i costi fondare un gruppo e diventare una star.
Il gioco, sviluppato da Egg Ball, approda su PS Vita dopo lungo peregrinare. Inizialmente lanciato su iOS nel 2011, dopo un paio d’anni venne convertito su PC e, infine, sul portatile Sony. Siamo di fronte alla versione definitiva del gioco? Sono stati inseriti nuovi contenuti rispetto alle edizioni passate? Il platform rende onore alla sua chiara fonte d’ispirazione?

Una tromba con il potere di fermare il tempo

Recensito ai tempi in cui il gioco non era altro che un’App dello sconfinato catalogo di iTunes, era stato sonoramente bocciato a causa di diverse pecche. Le cose, purtroppo, non sono affatto migliorate con il tempo, ad esclusione di una localizzazione fortunatamente rivista e corretta.
All’epoca infatti, la già di per sé debole ed evanescente trama, che collega tra loro la quindicina di livelli di cui si compone l’avventura, era orribilmente rovinata da una traduzione indegna persino del noto servizio messo a disposizione da Google. Tra dialoghi incomprensibili e didascalie più oscure di una traduzione di latino, era fondamentalmente impossibile farsi un’idea, anche solo vaga, di cosa spingesse Trump ad affrontare piedipiatti e sleali nemesi in ambientazioni zeppe di ostacoli. Trattandosi di un platform le motivazioni non sono così importanti, ma fa comunque piacere riuscire finalmente a capire che il giovane protagonista sogna di diventare un musicista famoso, iniziando con il vincere un concorso jazz indetto nella sua città. La trama non si sforza troppo per titillare la fantasia del videogiocatore. Tuttavia, a conti fatti, insieme all’art design rappresenta l’unico aspetto sopra la sufficienza della produzione. L’intreccio è privo di colpi di scena, il cast si deve accontentare di poche righe di testo tra un livello e l’altro, ma si ride spesso: un po’ per le espressioni buffe dei personaggi, un po’ per l’efficacia di alcune battute.
L’art design, dal canto suo, è un tripudio di colori, ambientazioni dettagliatissime e animazioni curatissime. L’impressione di trovarsi di fronte a un cartone animato interattivo è vivida, sostenuta dal performante schermo OLED di PS Vita che restituisce al meglio la brillantezza di ogni scenario. Cotanta meraviglia visiva fa il paio con un comparto sonoro di tutto rispetto, per quanto non impeccabile. Gli effetti non sfigurano, la colonna sonora vanta temi dominati dagli ottoni: ben realizzati e orecchiabili, hanno la sola colpa di somigliarsi troppo tra loro.
Un gioco bello da vedere e ascoltare, non altrettanto da giocare.

Per venire a capo dei vari ostacoli che gli si pareranno di fronte, Trump avrà a disposizione la sua amata tromba. Oltre ad emettere un gradevole suono, la fida compagna di ottone ha la non trascurabile facoltà di fermare il tempo. E’ ormai dai tempi di Braid che, con una certa insistenza, i platform tirano in ballo meccaniche simili: poco male, se ben sviluppate. Peccato non sia il caso di Jazz Trump's Journey. Il problema non è tanto nell’aver reso il potere speciale dell’avatar illimitato nel tempo ed attivabile in qualsiasi momento, per quanto la scelta di design sia di per sé discutibile. Il sostanziale fallimento è imputabile a un level design anonimo, privo di idee, stantio già dopo un paio di stage. Tra casse da spingere, piattaforme basculanti da “bloccare” nella posizione più conveniente, il tutto annoia fin troppo in fretta. Enigmi e ostacoli si ripetono, seppur con qualche piccola differenza, tra una schermata e l’altra. All’inizio si superano con una certa soddisfazione le prime difficoltà, ci si diverte persino. Dopo una manciata di livelli sarete stanchi e annoiati dal dover spostare l’ennesimo baule e di utilizzare la tromba proprio dove vi aspettavate di farlo. Il giocatore esperto troverà conforto solo nei livelli bonus: ambientazioni dove il concept legato al tempo viene in parte abbandonato, in favore di salti millimetrici e passaggi piuttosto ardui dove la prontezza di riflessi è tutto.
Purtroppo anche il sistema di controllo non da il meglio di sé. Sebbene analogico e pulsanti funzionino molto meglio del touch-screen di un iPhone, permane ancora una fastidiosa inerzia, per quanto minima, nella corsa e nei salti di Trump. Nulla di così invalidante, ma chi è abituato alla perfezione di un Super Mario qualsiasi scenderà a compromessi con molta più fatica.

Jazz Trump's Journey In questa conversione per PS Vita, Jazz Trump's Journey guadagna solamente una localizzazione degna di questo nome. Per il resto, sia dal punto di vista dei contenuti che da quello del gameplay, non è stato aggiunto o migliorato assolutamente nulla. Ciò che è peggio, il prezzo è lievitato: dai tre euro scarsi per la versione iOS, su PSN dovrete sborsarne quasi sette. Se ve lo avevamo sconsigliato nel lontano 2011, perché mai dovremmo cambiare idea nel 2014?

5

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