Recensione Journal

Quando il videogame perde il gameplay e si fa racconto interattivo

Versione analizzata: PC
recensione Journal
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  • Pc
Domenico Musicò Domenico Musicò ha un motto: "È più facile spegnere la luce dentro se stessi che disperdere le tenebre tutt'intorno". Col tempo ha capito di avere ragione, ma è disponibile a cambiare ancora idea. Chiedetegli consigli sulla musica prog, l'horror e tutto ciò che vi passa per la testa su Facebook e Google Plus.

C’era un tempo in cui i videogiochi erano costituiti dal solo gameplay e le storie erano sostanzialmente inesistenti. Nel corso dell’evoluzione del media, la narrazione ha acquisito un ruolo di primo piano, diventando spesso la discriminante tra le opere dagli enormi valori produttivi e quelle considerate appena passabili. Ci sono addirittura casi in cui la storia è diventata preponderante e onnivora, cannibalizzando il gameplay fino a renderlo un elemento marginale. Journal, avventura minimalista e dall’estetica singolare, appartiene decisamente a quest’ultima categoria.

Vivere nel ricordo

La vostra avventura si svolge all’interno di un diario. Uno di quelli dove si annotano pensieri, si raccontano esperienze e si condividono dubbi, paure e incertezze. Il diario è quello di una ragazzina, che per qualche motivo, di punto in bianco, scopre che le pagine sono tornate al loro originario candore, cancellando stralci di vita scritta che vi ritroverete a vivere in prima persona per capire cosa è realmente accaduto. La ricostruzione dei ricordi passa attraverso la quotidianità della protagonista, una giovanissima adolescente che vive con la propria madre, preoccupata in verità per gli atteggiamenti della figlia. Procedendo lungo gli scenari, in un paio d’ore approfondirete la conoscenza della protagonista, dei suoi amici e conoscenti, e della sua famiglia, fino ad arrivare al finale inaspettato, che cambia completamente la vostra percezione della realtà dei fatti.

Journal, a voler essere lapidari, è davvero tutto qui: un titolo che racconta una storia molto intima senza sentire la necessità di doversi appoggiare su un impianto di gioco funzionale allo storytelling. Non sono le ambientazioni a essere peculiari, ma lo è il modo in cui esse scorrono: ogni minuscolo scenario è un’istantanea immortalata sul foglio di un album da disegno, coi colori pastello passati senza uniformità e con personaggi stilizzati, appena abbozzati e senza volto, privati della loro identità. Il passaggio da una zona avviene semplicemente sfogliano le pagine di questo “album”, e laddove non abbiate ancora raggiunto i requisiti per andare oltre, troverete l’intrusione di un oggetto da scrivania poggiato ai margini del foglio a bloccarvi la strada. In quel caso, dovrete semplicemente finire di parlare con un personaggio specifico per sbloccare i ricordi, tornare a casa, e vedere un filmato che vi “autorizza” a passare all’atto successivo. Non esistono enigmi, non esiste alcuna difficoltà e non c’è niente che vi impedisca di ascoltare e leggere la storia di Journal. E del resto - senza filosofeggiare troppo su significati nascosti o dichiarazioni d'intenti degli sviluppatori - l'obiettivo del titolo è esattamente questo: mettervi di fronte ad un racconto.
Ciò significa, tuttavia, che non abbiamo di fronte un titolo adatto a tutti, soprattutto in virtù della poca inclinazione a rendere partecipe l’utente con metodi consoni al videogioco moderno. Nonostante il gioco si possa completare in breve tempo, la narrazione ha un ritmo sempre eccessivamente pacato e a tratti ridondante, con linee di dialogo che risultano essere non sempre necessarie, se non addirittura colpevoli di diluire dei messaggi di fondo che avrebbero potuto essere senz’altro più asciutti e diretti.

I’m just a little girl

Tutto ciò che Journal richiede al giocatore è camminare orizzontalmente lungo gli scenari e fermarsi a parlare con qualche personaggio, premendo un tasto. Ci sarebbe anche un comando per saltare, ma si tratta di un aggiunta quasi priva di senso. Durante i dialoghi, in alcuni frangenti sarete costretti a scegliere che tipo di risposta dare, ma avrete come risultato una reazione leggermente differente che non va a influire dinamicamente sul prosieguo dell’avventura. Cambierà però il finale, ma per capire come ottenere un epilogo diverso sarete costretti a provare casualmente alcune varianti (ammesso che abbiate la pazienza di ricominciare un’avventura che si rivela esaustiva già a una prima tornata). Due ore bastano davvero, perché difficilmente riuscirete ad avere uno slancio di empatia verso le vicende della protagonista: i personaggi sono sin troppo stereotipati e già dal momento in cui avrete fotografato la loro personalità, tenderete ad affrontare le altre discussioni con la consapevolezza che da ciascuno otterrete delle risposte o delle argomentazioni che in fin dei conti vi aspettate già. Nonostante tutto, va ammesso che ci sono dei buoni colpi di scena presentati nei momenti giusti e che il finale traumatico riuscirà a non lasciarvi indifferenti. Eppure la storia rimane a un livello talmente dimesso e su toni così personali da non riuscire ad convincere appieno. È più probabile che apprezziate il titolo solo se avrete passato le stesse tristi vicende della bambina, e naturalmente questo non è uno di quegli elementi che va a favore della produzione. Ciò che invece potrebbe interessarvi, è certamente l’ottima idea di fondo e la sua audace realizzazione, che si discosta con un certa leggerezza dai canoni basilari del videogioco, andando ad infilarsi in una nicchia abbastanza stretta e poco popolata.

C'è anche da dire che pure per i passionisti della narrazione interattiva, una formula così lontana dall'idea stessa di gameplay potrebbe far sembrare il prodotto abbastanza incompleto. E in Journal, purtroppo, questa sensazione aleggia continuamente, dallo spiazzante inizio, fino alla frase finale su sfondo bianco che mette un punto all’ultimo frammento di ricordo finalmente ritrovato.

Journal Journal è quella che potrebbe essere definita un’avventura grafica a scorrimento, priva di enigmi e senza alcuna struttura di gioco che ne giustifichi l’avanzamento: si tratta semplicemente di una storia che l’autore sentiva di condividere, di un racconto breve diluito da molte frasi di circostanza e da pochi reali picchi creativi. Ci sono dei buoni guizzi artistici nella realizzazione del gioco, capaci di catturare l’attenzione nelle battute iniziali, ma una volta scemata la novità, tutto ciò che vi resterà tra le mani è il dramma di una bambina che aveva cercato di rimuovere un evento traumatico dalla sua mente.

6

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