Recensione Journey

Il più bel viaggio che possiate fare

Versione analizzata: Playstation 3
recensione Journey
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Ps3
  • PS4
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Dall'orizzonte sfumato, distorto dai miraggi tremuli dell'afa, si leva un guizzo impertinente di vento, e scivola sulla sabbia dorata. Gioca con la luce obliqua, coi granelli scintillanti, rapido e inconsapevole. Fino ad incontrare la veste purpurea di una strana creatura. E' seduta, e sola. Sembra fatta appena di ombra e tessuto, esile come una promessa, palpitante di un mistero antico.
Il Joypad s'inclina, fiaccato dalla meraviglia di qualche sussulto musicale, e con lui l'inquadratura. Di fronte c'è solo il profilo di una duna, sulla cui sommità svetta l'ombra di tumuli votivi. Lo Stick si lascia accarezzare, mentre l'essere misterioso si alza, avanza con lunghe falcate, smuovendo la sabbia che gli affatica il passo. La telecamera indugia, s'acquatta, e un accordo tenuto anticipa l'estasi visiva. Dalla vetta s'intravede la meta. E' una montagna eterna, solcata da una cicatrice di luce. L'arrivo, il desiderio, la fine.
Camminiamo.
Comincia così il Viaggio di Jenova Chen.

Attraversando il deserto

Journey racconta la meraviglia di un Viaggio. Non è solo quello che il videogiocatore compie in prima persona: è invece la cronaca di un percorso creativo durato sei lunghi anni, che ha avvicinato le sorti di ThatGameCompany a quelle di Sony, in una collaborazione ormai sfiorita, ma che dà il suo frutto più bello prima di appassire. Journey è una strana creatura interattiva che danza sul confine inesistente fra videogioco e sinestesia: un racconto in gran parte spettatoriale, un delirio di suggestioni visive, sicuramente impossibile da inquadrare con puntuale chiarezza.
Chi è rimasto innamorato dei colori di Flower può intuire. Anche lì, in controluce, c'era una storia, che viveva però nel rapporto fra musica e colore, quasi in funzione di esso.
Gli equilibri, in Journey, sono cambiati. Non appena muoviamo l'essere silenzioso si sviluppa una strana sintonia. Si può far poco, in verità: camminare, o balzare leggeri per aria, come trascinati dal vento. Si può emettere un suono: una sola nota. Rapida o trattenuta, è la voce perduta di un'esistenza umbratile, che tenta di accordarsi al mondo. E così si va esplorando questo deserto che sembra infinito. Dapprima si attraversano distese di sabbia sottile, ambrata, in cui spuntano strane tombe. Si scoprono le rovine di una civiltà antica, che emergono malsicure dalla terra: sono mute testimonianze della decadenza e del lutto, e capiamo di essere rimasti fra gli ultimi relitti di un popolo un tempo glorioso. Ma c'è ancora vita, e magia, nelle statue e fra i colonnati: avvicinandosi a strani altari, si viene invasi dalla luce, contattati da lugubri figure sacerdotali, ammantate di bianco. Con la loro voce musicale, prima di aprire le porte che ci faranno procedere nel Viaggio, ci raccontano quello che è successo. E' una storia semplice: la gloria, la perfezione di città immense, e poi una lotta feroce, e il deserto; l'oblio.
E' difficile capire quale sia il nostro ruolo in tutto questo. Probabilmente siamo silenziosi testimoni della disfatta, o forse profeti, salvatori. L'idea s'insinua insistente nella nostra testa: la meta -il monte sacro- è più di un simbolo, deve essere qualcosa di più. E' la rinascita, l'assoluzione.
Ma non è sicuramente questo dubbio il nostro più caro compagno di Viaggio. Si procede, anzi, spinti dalla curiosità estatica per il colpo d'occhio: un impasto meraviglioso di colori e architetture, di soluzioni visive ardite, che hanno il compito di trasmettere emozioni. Ognuno dei “livelli” di cui si compone quest'avventura è un enorme quadro animato, che racchiude in se un sentimento prezioso, purissimo. All'inizio è la semplice gioia, mentre con la nostra voce rianimiamo i drappi rossi che un tempo muovevano gli ingranaggi nascosti della civiltà. Ricostruire un ponte di stoffa, risvegliare strane creature che si librano come aquiloni, e ci accompagnano nel viaggio rispondendo al nostro richiamo, è una soddisfazione semplice. Ma sempre piena, vitale, vibrante, sostenuta dall'estro di una direzione artistica impeccabile. Il deserto di Journey è cesellato con cura e attenzione: le raffiche di vento che ci costringono dentro confini ben precisi non impediscono di guardare un orizzonte interminabile, eppure in qualche maniera familiare.
Fin dall'inizio, insomma, Journey compiace, stuzzica le corde emotive di chi è sensibile al genio creativo, all'arte per l'arte, e incuriosisce persino i giocatori meno sognanti, che si impegneranno a scovare i simboli nascosti in ogni “stage”. Non servono a molto, come d'altronde gli arazzi dipinti in qualche angolo scuro: i primi allungano il drappo di tessuto che ci scivola lungo la schiena, e permette di librarci in aria per qualche istante in più; gli altri svelano dettagli ulteriori sulla cultura ormai perduta del nostro popolo.
Siamo portati a credere, sulle prime, che Journey possa scorrere sempre così, calmo e sereno, uniforme: com'era per Flower, in fondo: senza sorprese, se non visive. Un lungo Viaggio nella

"E' impressionante l'efficacia di un minimalismo narrativo misuratissimo: con poche sequenze Journey ci fa capire tutto quello che serve, e lascia il resto alla nostra fantasia"

desolazione del deserto, per fare il punto sulle strane reazioni che la solitudine può produrre.
Ed è proprio quando rompe questa convinzione che Journey si rivela un capolavoro immenso e viscerale. Mentre si avanza in questa breve avventura si trova davvero di tutto. Ci colpisce inizialmente una discesa vivace che ci porta verso una città sommersa, mentre scivoliamo sulla sabbia morbida trascinati dal vento e dalla musica. Qui per la prima volta cambiano i colori, quando il giorno muore e rovina l'ora. La luce rossa deborda, distrugge i contorni, e invade voracemente lo schermo; i giochi dell'inquadratura stupiscono, nel rapporto insolito con gli archi delle architetture. E' qui che si prova il divertimento elementare e povero delle piccole cose, la soddisfazione del raro nel quotidiano.
Le sorprese non finiscono: sotto l'inferno di sabbia ci aspettano altri luoghi, altri colori. E' il buio che regna, stavolta, allungando i suoi tentacoli blu come in una notte surreale. Si fanno strani incontri, sottoterra: una minaccia inaspettata che cambia tutte le carte in tavola, e instilla un terrore sincero. E' impressionante l'efficacia di un minimalismo narrativo misuratissimo: con poche sequenze -qualche evento improvviso- Journey ci fa capire tutto quello che serve, e lascia il resto alla nostra fantasia. E mentre risaliamo verso la meta in un'estasi di luce, c'è davvero tanto che ci passa per la testa. Ci chiediamo quale sia il significato del viaggio, lo scopo della nostra esistenza. Potrebbe sembrare un'enormità, ma siamo sicuri che Journey voglia in qualche modo ragionare sul senso della vita, e ci sono pochi altri titoli che lo fanno così lucidamente, e con una poesia di colori e musica tanto vistosa. C'è tutto, in Journey: la paura della morte e, anzi, la certezza della morte e la rassegnazione. Compromesso, negazione, accettazione, e insistiti rantoli di dolore, e poi invece la voce sublime della vittoria. I guizzi di speranza, la serena consapevolezza del successo.

Non è raro restare ammutoliti, percorsi da un brivido troppo indiscreto per essere ignorato. Journey è uno di quei titoli capaci di assestare sonore percosse emotive, penetrando negli strati più profondi della coscienza. Raccontare di più sarebbe un delitto, ma nelle tre ore necessarie per portar a termine il Viaggio sono racchiusi tanti significati, amplificati alla perfezione dal commento musicale, che si mescola con i colori per farne risaltare le vibrazioni. Quella di Journey è un'avventura che va vissuta intimamente, nella perfetta solitudine di una stanza che si apre su un mondo. Nel deserto, del resto, è possibile trovare altri viaggiatori, rari esseri purpurei che come noi camminano. Sono giocatori sconosciuti, da altre parti del mondo, che uno alla volta appaiono nel nostro orizzonte. Ed anche questi strani incontri servono a far sbocciare nuove emozioni. Negli spazi interminabili del deserto è facile perdersi di vista, e difficile comunicare. Risalta la rarità dell'incontro, la vuota meraviglia di due curiosi esploratori. Più avanti, quando i luoghi si fanno più angusti, soffocanti e pericolosi, la compagnia di un nostro simile diventa di conforto. Nascosti, infreddoliti, ci si stringe al prossimo mentre il suo canto risveglia i fregi sulla nostra veste. Usargli la stessa cortesia, riempirlo di magia con la nota squillante della nostra voce, è quasi un dovere. Aspettarlo, perchè ci accompagni alla cima, basta per renderci puri, invincibili.
Journey, avrete capito, è perfetto. Sono sei anni di lavoro, di esperienze, di energie creative concentrate nell'arco di poche ore. Un condensato di suggestioni musicali e scorci indimenticabili, mentre il piacere continuo della scoperta (il dolore e l'emozione del non previsto), sostiene un sottotesto appena sussurrato. Ognuno vivrà il suo viaggio concentrandosi su ciò che preferisce: il senso intimo delle cose, o l'uso struggente di tonalità cromatiche sempre nuove, o ancora il sottile misticismo che diffonde dall'incontro fra musica e silenzio.
Qualsiasi sia il vostro caso, Journey si rivelerà un'esperienza nuova e indimenticabile.

Journey Journey racconta di un viaggio che tutti faremo. Lo fa ora con delicatezza, ora con brutalità, rappresentando i ritmi diversi della vita che scorre. Nel nuovo lavoro di Jenova Chen si condensa uno sforzo creativo di rara genialità: alcuni capiranno che c'è molto più della meraviglia visiva, della perizia musicale, che emerge dall'infinita distesa di granelli di sabbia. Ma se anche dovessimo indagare con occhiate più superficiali, la danza mutevole dei colori, la perfetta caratterizzazione di ogni panorama, il passo indolente di un essere antico, basterebbero a costruire uno di quei software sperimentali e bellissimi: molto più che videogiochi, senza essere videogiochi.

9.5

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