(Dis)Comfort Zone: Outlast 2 Oggi alle ore 21:00

Primo episodio della dis)Comfort Zone dedicata ad Outlast 2!

Recensione Journey

Tre anni dopo l'uscita, torniamo nel deserto di Jenova Chen con una riedizione next-gen. Ancora impeccabile dal punto di vista della direzione artistica, delle emozioni e del messaggio, Journey su Ps4 non convince in fatto di conversione.

Versione analizzata: Playstation 4
recensione Journey
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Ps3
  • PS4
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Tre anni dopo la conclusione del primo viaggio, la sabbia dorata di Journey ha sempre lo stesso colore. L'opera più bella di Jenova Chen e del suo studio Thatgamecompany torna, in questa torrida estate asfissiata dalle riedizioni, su PlayStation 4, con un aggiornamento tecnico in verità piuttosto contenuto, curato dal misconosciuto team Twisted Pixel. L'occasione è davvero irrinunciabile per chi abbia perso il primo appuntamento con uno dei prodotti più toccanti e significativi della scorsa generazione; ma anche chi conserva Journey fra i suoi ricordi più preziosi potrebbe voler riscoprire le emozioni ormai sopite di quell'insolito pellegrinaggio videoludico.
Il tempo che il gioco si porta sulle spalle, del resto, non ha di certo smussato la forza comunicativa di un racconto fatto di silenzi e solitudini, di colori e panorami meravigliosi. Andare a "ripescare" questi momenti in quell'antro polveroso del cuore in cui albergano da un po', e ritrovarli ancora vividi ed esaltanti, non ha il sapore di una nostalgia superflua: a ribadire quanto sia poderoso e universale il messaggio che serpeggia fra le dune di Journey. E tuttavia, è bene metterlo in chiaro fin da subito, chi si aspetta di trovare lo stesso salto che compì Flower al passaggio su Next-Gen potrebbe rimanere scottato.

L'estasi del viaggio

Dall'orizzonte sfumato -distorto dai miraggi tremuli dell'afa- si leva un guizzo impertinente di vento, e scivola sulla sabbia dorata. Gioca con la luce obliqua, coi granelli scintillanti, e corre fino ad incontrare la veste purpurea di una strana creatura, fatta di ombra e tessuto.
Il Joypad s'inclina, fiaccato dalla meraviglia di qualche sussulto musicale, e con lui l'inquadratura. Lo Stick si lascia accarezzare, mentre l'essere misterioso si alza, avanza con lunghe falcate, smuovendo la sabbia che gli affatica il passo. La telecamera indugia, s'acquatta, e un accordo armonioso anticipa l'estasi visiva. Dalla vetta s'intravede la meta. E' una montagna eterna, solcata da una cicatrice di luce.
L'arrivo, il desiderio, la fine.
Journey, oggi come al tempo della sua uscita, racconta la meraviglia di un viaggio. Quella pensata da Thatgamecompany è una strana creatura interattiva che danza sul confine fra videogioco e sinestesia: una "storia" in gran parte spettatoriale, un delirio di suggestioni visive che lascia in secondo piano il gameplay.
Si può fare davvero poco, del resto: camminare, o balzare leggeri per aria, come trascinati dal vento. E così si va esplorando un deserto che sembra infinito. Dapprima si attraversano distese di sabbia sottile, ambrata, in cui spuntano strane tombe. Si scoprono poi le rovine di una civiltà antica che emergono malsicure dalla terra: sono mute testimonianze della decadenza e del lutto, e capiamo di essere rimasti fra gli ultimi relitti di un popolo un tempo glorioso.
E' difficile capire quale sia il nostro ruolo in tutto questo. Probabilmente siamo silenziosi testimoni della disfatta, o forse profeti, salvatori. L'idea s'insinua insistente nella nostra testa: la meta -il monte sacro- è più di un simbolo: deve essere qualcosa di più. Forse, rappresenta la rinascita e l'assoluzione.
Durante buona parte del viaggio, tuttavia, non sarà uno scopo avvertibile e puro a spingerci verso la montagna. Sarà invece la curiosità estatica per il colpo d'occhio, per un impasto meraviglioso di colori e architetture, di soluzioni visive ardite, che hanno il compito di trasmettere emozioni limpide e chiarissime. Ognuno dei "livelli" di cui si compone quest'avventura è un enorme quadro animato, sostenuto dall'estro di una direzione artistica impeccabile.

Abbandonate quindi l'idea che quello di Journey possa essere un viaggio nella desolazione del deserto, per fare il punto sulle strane reazioni che la solitudine può produrre. Mentre si avanza in questa breve avventura si trova davvero di tutto. Ci colpisce inizialmente una discesa vivace che ci porta verso una città sommersa, mentre scivoliamo sulla sabbia morbida trascinati dal vento e dalla musica. Qui per la prima volta cambiano i colori, la luce rossa deborda e distrugge i contorni, invade voracemente lo schermo. Ancora oltre, sotto l'inferno di sabbia, ci aspettano altri luoghi, altri colori. Qui regna il buio allungando i suoi tentacoli blu come in una notte surreale.
Sarà poi nell'ultima parte del viaggio, mentre risaliamo verso la meta in un'estasi di luce, che ci chiederemo quale sia il significato di questo cammino, lo scopo della nostra esistenza. Potrebbe sembrare un'enormità, ma siamo sicuri che Journey voglia in qualche modo ragionare sul senso della vita; e ci sono pochi altri titoli che lo fanno così lucidamente, con una poesia di colori e musica tanto vistosa. C'è tutto, in Journey: la paura della morte e, anzi, la certezza della morte e la rassegnazione. Compromesso, negazione, accettazione, e insistiti rantoli di dolore, e poi invece la voce sublime della vittoria. I guizzi di speranza, la serena consapevolezza della fine. L'idea che non conti l'approdo, ma il percorso.

Journey Sei anni di lavoro, di esperienze, di energie creative concentrate nell'arco di poche ore: questo era Journey al momento della sua uscita, e questo è rimasto Journey, tre anni dopo. Un condensato di suggestioni musicali e scorci indimenticabili, mentre il piacere continuo della scoperta diffonde un sottotesto appena sussurrato. Se non l'avete mai avvicinato, e se siete fra quei giocatori che riescono a percepire il valore dell'immensa plasticità del software come mezzo di comunicazione, non dovete indugiare per nessun motivo. Giocatelo da soli, d'un colpo, senza interruzioni. Ognuno vivrà il suo viaggio concentrandosi su ciò che preferisce: il senso intimo delle cose, o l'uso struggente di tonalità cromatiche sempre nuove, o il sottile misticismo che diffonde dall'incontro fra silenzi e musica. In qualsiasi caso, quella di Journey sarà un'esperienza indimenticabile. Analizzando la riedizione dal punto di vista strettamente tecnico, tuttavia, gli entusiasmi non possono essere altrettanto forti. Il team ha fatto il minimo indispensabile, aumentando la risoluzione ed il framerate, senza nessun intervento di restauro sul comparto texture o sull'effettistica. L'immagine appare sicuramente più nitida, pulita, e scaccia qualsiasi problema di aliasing, ma il framerate non sempre raggiunge la soglia dei 60 quadri al secondo. Chi sperava che il passaggio su Ps4 potesse consegnarci Journey in un'edizione potentemente restaurata, insomma, deve cedere: ed accettare di essere di fronte ad un semplice lavoro di conversione.

8

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